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Tiziano Distefano 12 Novembre 2025
Il Nobel per l’economia è nato per imporre il primato del pensiero neoliberista proprio durante una stagione di rivolte, crisi e contrattacco del lavoro
Il sapere è come un Giano bifronte: guarda sia al bene sia al male, potenziando le nostre abilità e rendendo concreti i nostri desideri — che si tratti di volare con un aereo, di debellare il vaiolo o di sterminare un intero popolo con bombe «intelligenti».
Dopo essersi guadagnato la fama di seminatore di morte presso i suoi contemporanei, Alfred Nobel decise di redimere la propria immagine dedicando le sue fortune, ottenute grazie all’invenzione della dinamite, alla promozione di tutte le scoperte capaci di apportare un miglioramento all’umanità. Alfred, però, non fece alcun cenno all’Economia. Anzi, quando nel 1968 — oltre mezzo secolo dopo la prima assegnazione dei premi ufficiali nel 1901 — la Banca di Svezia (BdS) propose di istituire un premio dedicato all’Economia, si dovette scontrare con il muro di ostilità della famiglia Nobel, la quale chiarì che Alfred «[non aveva] alcuna formazione in economia e [che la] odiava dal profondo del suo cuore». In realtà, la proposta non fu mai formalmente accettata, tanto che da allora il nome ufficiale rimane Premio della Banca di Svezia per le Scienze economiche in memoria di Alfred Nobel (premio BdS, per semplicità). Le critiche e le proposte di abolizione del Nobel sono antiche quanto il premio stesso. Persino alcuni suoi vincitori – tra cui von Hayek e Myrdal – ne proposero l’abolizione (beninteso, solo dopo averlo accettato: pecunia non olet).
Ma perché inventarsi un Nobel per l’Economia proprio alla fine degli anni Sessanta? La motivazione ufficiale fu quella di commemorare il tricentenario della fondazione della Banca di Svezia. Tuttavia, scorrendo la lista dei 120 vincitori, troviamo quasi esclusivamente uomini bianchi, circa il 60% provenienti dagli Stati uniti, con appena tre donne e tre economisti di origine non occidentale. Una straordinaria omogeneità che riflette non solo un problema di rappresentanza, ma soprattutto di pensiero: tutti condividono lo stesso paradigma, quello che si è soliti definire neoclassico. Il prestigio e l’aura di superiorità che il Nobel conferisce ai vincitori sembrano essere stati, più che un effetto collaterale, il vero scopo dell’istituzione del premio BdS: imporre il primato del pensiero economico neoliberista proprio mentre il mondo attraversava una stagione di rivolte, crisi e apice del potere dei lavoratori. Questo dato è ampiamente documentato, da due prospettive opposte e complementari, nei libri degli economisti Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci (2018) – che hanno analizzato il contenuto delle teorie premiate – e degli storici Avner Offer e Gabriel Söderberg (2014), che hanno anche analizzato gli archivi della BdS per rivelare come tutto ciò non fosse solo un caso.
Da circa due secoli, del resto, gli economisti di quello che oggi chiamiamo «mainstream» si sforzano di rendere la loro disciplina la «regina» delle scienze sociali, illudendosi che sia sufficiente un uso intensivo della matematica. Il problema, però, è che in economia si è verificata una curiosa inversione tra realtà e rappresentazione, dove la mappa è stata scambiata per il territorio. In molti casi, il premio è stato assegnato a modelli astratti, valorizzati più per la loro «eleganza formale» che per la capacità di descrivere il mondo reale. Il caso più emblematico riguarda Kenneth Arrow e Gérard Debreu, premiati rispettivamente nel 1972 e 1983, per aver formalizzato l’equilibrio economico generale, cioè la dimostrazione matematica della superiorità del mercato. Quali sono le condizioni affinché ciò possa avvenire? Ebbene, è necessario che tutte le imprese siano identiche, che gli individui possiedano preferenze date e immutabili su tutti i beni economici possibili – passati, presenti e futuri in tutti i possibili Stati del mondo (sic!) –, e che esista addirittura un numero infinito di agenti economici che operino in eterno alla ricerca del massimo benessere individuale. Questo viene definito come «equilibrio naturale», al pari di una qualsiasi legge della fisica. Così, invece di scartare la fantasia della mano invisibile, visto che le sue condizioni di esistenza sono impossibili, l’Economia neoclassica l’ha trasformata nel cuore pulsante del suo programma di ricerca – per usare l’espressione di Imre Lakatos –, ossia il faro verso cui tutti i Nobel mirano.
Il vero problema, tuttavia, non è tanto quella che Nicholas Georgescu-Roegen (1971) definiva «aritmo-mania», ossia l’uso indiscriminato e inconsapevole della matematica, quanto la totale arbitrarietà nella selezione dei modelli e dei risultati ritenuti «accettabili». Ad esempio, i neoclassici assumono che la quantità di capitale sia indipendente dai prezzi relativi. Tuttavia, Piero Sraffa dimostrò che ciò è logicamente impossibile: poiché il capitale è composto da beni eterogenei, per misurarne il valore serve una valutazione monetaria che dipende proprio dai prezzi. Si crea così un circolo vizioso che mina le basi della teoria neoclassica. Ne consegue che i prezzi non sono determinati solo dall’equilibrio tra domanda e offerta – ossia un meccanismo neutrale e tecnico –, ma sono condizionati dai rapporti di forza tra classi sociali, ossia tra lavoratori e capitalisti.
Negare il ruolo strutturale delle disuguaglianze consente di presentare l’economia neoclassica come una disciplina «scientifica», neutrale e separata da ogni questione etica o politica. È proprio su questo punto che fanno leva i fondamentalisti del capitalismo – tra cui i Nobel von Hayek, Friedman e Lucas – poiché è l’unico che permetta di mantenere in vita la finzione di un mercato perfettamente efficiente. In questa visione, ogni intervento esterno non può che generare distorsioni: il paradigma stesso definisce ciò che resta al di fuori dei suoi confini come irrilevante o patologico, cercando di «metabolizzare» le anomalie – disoccupazione, crisi, povertà, ecc. Si crea così un paradosso inedito: la teoria neoclassica assume come riferimento un sistema economico idealizzato che ha una funzione puramente normativa, elevandolo a utopia di riferimento. Allo stesso tempo, essa agisce come un potente dispositivo ideologico volto a preservare lo status quo e a impedire qualunque riforma realmente radicale del sistema capitalista. Il premio BdS svolge quindi una funzione simbolica cruciale nel rafforzare l’egemonia del paradigma dominante, attraverso un’operazione di «soft power» che copre d’oro la ruggine che corrode le fondamenta teoriche del neoliberismo.
Oltre ai modelli matematici astratti, il premio è stato attribuito anche a studi empirici, nel tentativo di salvare la dignità scientifica dello pseudo-Nobel. Per difendere le ipotesi irrealistiche su cui si fonda il credo neoliberista, il Nobel Friedman arrivò a sostenere che non importa se le assunzioni di partenza di una teoria siano realistiche: ciò che conta è se le sue previsioni «funzionano». Ora, immaginiamo un meteorologo che si fonda sull’assunzione che la Terra sia piatta. Se per puro caso le sue previsioni risultassero corrette per qualche giorno, dovremmo forse concludere che la Terra è davvero piatta? Per Friedman questo sarebbe irrilevante: finché il modello «funziona», nessuno dovrebbe metterlo in discussione. A ciò si aggiunge un aspetto spesso taciuto: la gran parte dei dati empirici su cui si fondano questi modelli proviene dagli Usa del secondo dopoguerra, elevati così a laboratorio universale da cui estrarre leggi economiche presunte «assolute». Peccato che tali risultati non trovino riscontro in altri contesti socio-economici, culturali o istituzionali. Il pensiero dominante rimane dunque intrappolato in una visione semplificata e ingenua della scienza – demolita da tutti i principali filosofi del Novecento, compreso Karl Popper, uno dei più convinti (e contraddittori) difensori dell’approccio neoclassico. Popper stesso riconobbe che, non potendo disporre di dati infiniti per «validare» una teoria in modo definitivo, l’unico requisito di scientificità consiste nella possibilità di falsificarla: una teoria rimane accettabile finché non viene smentita dalle osservazioni empiriche. E di prove contrarie, nel caso dell’Economia neoclassica, ce ne sono a volontà.
Anche chi, come Kahneman o Smith, ha condotto esperimenti che smentiscono apertamente la finzione dell’Homo oeconomicus, continua a considerare l’utopia neoliberista come unico punto di riferimento. Ne è prova l’uso crescente delle cosiddette «spinte gentili», proposte dal Nobel Richard Thaler: strategie di manipolazione delle informazioni pensate per rendere i consumatori più razionali secondo gli standard del mercato, limpida espressione del «paternalismo liberale». In questo quadro, la realtà non serve più a verificare i modelli: deve piuttosto essere corretta per adattarsi a essi. Tutti i problemi reali vengono spiegati come difetti del mondo: l’altruismo diventa «egoismo strategico», la disoccupazione è «volontaria», i poveri sono «poco produttivi», e così via. Quest’approccio antiscientifico è un dispositivo perfetto per proteggere il paradigma dominante da qualsiasi smentita: se i dati lo confermano, la teoria si rafforza; se lo smentiscono, si trovano nuovi colpevoli. È come nella vecchia battuta del calabrone che vola ignorando le leggi della fisica: gli economisti, invece di rivedere le leggi, preferiscono tagliargli le ali e lasciarlo a terra, sul freddo terreno della razionalità capitalista – l’unica ammessa.
Ora che è chiaro lo stretto legame tra epistemologia e politica, rinforzato dalla funzione simbolica e glorificante dello pseudo Nobel, bisogna affrontare l’aspetto più inquietante, ossia lo scollegamento tra il pensiero economico e il sapere scientifico propriamente detto. Vista la mia attenzione ai temi ambientali, vorrei soffermarmi su due soli casi.
Robert Solow è stato incoronato come migliore mente economica nel 1987 per aver elaborato il modello neoclassico di riferimento della crescita economica, guidata dal progresso tecnologico. Nonostante la crescita economica sia al centro del dibattito economico da oltre un secolo, stupisce come possa continuare a essere trattata come un fenomeno assoluto, che non potrà mai fermarsi. Facendo qualche calcolo, si scopre che se l’economia mondiale dovesse continuare a crescere allo stesso ritmo dell’ultimo secolo, circa il 3% medio annuo, allora in 100 anni dovrebbe espandersi di 19 volte e dopo altri 2000 anni di circa un miliardo di miliardi di miliardi di volte. Tenendo conto che finora alla crescita economica è seguito un uso sempre maggiore di energia e materia, e relativa generazione di rifiuti e inquinamento, e che la popolazione mondiale si è espansa a ritmi leggermente più lenti, ne deriva che dovremmo colonizzare l’intera galassia per ottenere il risultato atteso. Probabilmente per uscire da questa impasse, Solow arrivò a dichiarare che non ci dovremmo preoccupare, perché questo risultato si può ottenere «anche senza risorse naturali», se siamo abbastanza sviluppati tecnologicamente. Il che equivale a dire che si possono produrre infinite torte, anche senza disporre di farina, latte e uova, se abbiamo dei forni abbastanza potenti.
Nel 2018, William Nordhaus integrò il cambiamento climatico nei modelli di crescita, preoccupato per i possibili danni generati ad attività cruciali, quali lo sci e il golf (cita proprio questi tra le principali attività colpite). Secondo i suoi studi, stiamo inquinando decisamente troppo poco e se non aumentiamo le emissioni rischiamo un vero e proprio collasso economico. Infatti, il suo modello prescrive un aumento di temperatura globale attorno ai 3,5-4 gradi Celsius, entro la fine del secolo, per «ottimizzare» la crescita economica. Attualmente, siamo ancora pericolosamente sotto 1,5° C. Se queste amenità restassero relegate nel mondo accademico potrebbero forse essere scacciate con un sorriso amaro, ma purtroppo il loro impatto sulla realtà politica è devastante: quale miglior modo per ritardare ogni intervento di transizione energetica per uscire dal capitalismo fossile?
Per concludere, abbiamo visto come lo pseudo-Nobel rappresenti uno dei meccanismi attraverso cui il sistema capitalista si perpetua, autopremiandosi. Vista la funzione meramente narrativa dei modelli neoclassici, forse sarebbe più opportuno premiarli con un vero Nobel: quello per la Letteratura. Battute a parte, questo processo è, a mio avviso, del tutto fisiologico, data la natura riproduttiva dell’Economia – sia teorica che pratica – che è inevitabilmente ideologica.
Come insegna l’Economia Ecologica da oltre cinquant’anni, l’economia è un sistema paragonabile a un mega metabolismo, in continua trasformazione che coevolve con i sistemi sociali e biofisici, in un rapporto di reciproca e dinamica dipendenza. Ne deriva che non possiamo più illuderci di poter catturare i segreti di una crescita economica illimitata – ancora sorprendentemente affascinante anche all’interno di paradigmi economici «eterodossi» al mainstream, che spesso sottovalutano la funzione essenziale delle fonti energetiche e dei materiali alla base di ogni processo economico. Quindi, più che discutere sullo status di scientificità dell’Economia, penso sia più opportuno capire come possa essere messa in dialogo con gli altri saperi per affrontare le enormi sfide del XXI secolo, ossia per renderla un mezzo adatto ai fini socialmente desiderabili.
La storia del premio BdS ci mostra come anche la battaglia teorica nelle università si sia legata e abbia avuto un ruolo nella più ampia conquista dell’egemonia da parte del nuovo paradigma neoliberista. Ma combattere solo su questo piano non basta. Infatti, nonostante le numerose smentite evidenziate sia sul piano logico che empirico, il neoliberismo continua a prevalere. Perché una nuova forma di sapere possa diventare davvero rilevante, deve anche promuovere un cambiamento concreto nel modo in cui il sistema economico funziona, e non può più essere chiusa nei confini dell’accademia o di un’élite di esperti. Le teorie economiche, infatti, non sono mai neutre: possono agire come dispositivi di rinforzo del potere o come strumenti di emancipazione. Abbiamo bisogno di una «epistemologia aperta», capace di includere molteplici prospettive – scienziati e scienziate, cittadini, lavoratori e lavoratrici, comunità locali, movimenti sociali – che partecipino alla costruzione di un sapere plurale e situato che non pretenda di dominare il mondo, ma di convivere con esso.
Nella mitologia romana, Giano era anche il simbolo di un nuovo inizio, capace di tenere insieme la memoria di ciò che è stato con la responsabilità di ciò che sarà. Solo riconciliando questi due sguardi – la scienza e la coscienza, la ragione e la cura – potremo davvero aprire la porta a una nuova economia: ecologica, complessa e conviviale.
Dovremo allora riconoscere che la nuova economia sarà una scienza atipica: non neutrale né assoluta, ma integrata con le altre forme del sapere, capace di fornire strumenti teorici e pratici per affrontare un futuro inedito – diverso dagli «anni gloriosi» del secondo dopoguerra, quando una crescita illimitata, necessaria alla riproduzione del capitalismo, sembrava ancora possibile. Un futuro che, per assicurare la nostra sopravvivenza, dovrà essere più equo, solidale e rispettoso dei limiti del pianeta. Insomma, una nuova combinazione di freddezza matematica – necessaria per dare il giusto peso ai mezzi economici – e di calore umano, quello che in fondo dà senso all’economia stessa.
Se ci riusciremo, avremo fatto un buon lavoro. E forse, solo a quel punto, potremo davvero meritarci un premio.
*Tiziano Distefano è Professore associato in Economia politica presso il Dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa della Università di Firenze e membro eletto del Board della International Society for Ecological Economics (Isee).