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di Maria Pappini12 Novembre 2025
«Tumulo dei santi martiri di Jasenovac», dipinto da Marija Antic, monaca del monastero di Jasenovac. Per gentile concessione della Diocesi di Slavonia della Chiesa serbo-ortodossa.
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Da Zagabria a Spalato, passando per Osijek, tornano gli uomini vestiti di nero. Davanti ai centri culturali serbi compaiono saluti che risalgono al regime ustascia e slogan dello Stato indipendente di Croazia, il regime fantoccio filonazista di Ante Pavelic. Dalla Croazia, la tensione si estende oltreconfine, fino alla Bosnia. Secondo Jovan Culibrk, il vescovo serbo-ortodosso di Pakrac, in Croazia, le nuove manifestazioni non sono episodi isolati, ma il sintomo di una memoria malata. Un’eredità mai elaborata, che continua a dividere la regione e a confondere l’Europa.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Ritorno degli ustascia Il vescovo serbo-ortodosso Culibrk denuncia la ricomparsa in Croazia di simboli e slogan del regime ustascia. A inizio novembre, gruppi neonazisti hanno organizzato manifestazioni violente a Zagabria, Spalato, Osijek e Rijeka contro la minoranza serba.
Paura «costruita» Secondo il vescovo, non si tratta di proteste spontanee, ma di un’«atmosfera costruita» da centri di potere occulti per seminare il terrore. Il meccanismo è simile a quello che portò alle guerre degli anni Novanta.
Memoria malata Jovan Culibrk considera questi episodi non come eventi isolati, ma come il sintomo di una «memoria malata».
Demoni del passato Il problema risiede nella mancata elaborazione delle atrocità commesse dallo Stato indipendente di Croazia contro serbi, ebrei e rom durante la Seconda guerra mondiale. E i serbi in Croazia hanno «consapevolezza» che i «demoni del passato stiano tornando».
Contagio balcanico Culibrk sostiene che si sta creando «un’atmosfera pericolosa». E avverte che il conflitto non resterà circoscritto alla Croazia: il fenomeno si è già allargato alla Bosnia.
«I Balcani sono come uno specchio: nulla accade in un Paese senza riflettersi immediatamente negli altri». Al telefono dalla Croazia, il vescovo Jovan Culibrk manifesta grande preoccupazione. Nella prima settimana di novembre, diverse città croate – da Zagabria a Spalato, da Osijek fino a Rijeka – sono state teatro di violente manifestazioni organizzate da gruppi di estrema destra. In più occasioni i centri culturali serbi sono stati presi di mira, sono riapparsi simboli e slogan degli ustascia, e il clima di intimidazione ha riaperto ferite che si credevano chiuse. In un Paese a stragrande maggioranza cattolica, questi attacchi colpiscono soprattutto la minoranza serba, di tradizione ortodossa, riattivando le fratture religiose e nazionali mai del tutto sanate dopo le guerre balcaniche degli anni Novanta. «Non a caso, le violenze in Croazia si sono già riflesse in Bosnia» aggiunge il vescovo. «È un evento inquietante, che va osservato con attenzione, perché ciò che inizia in un punto dei Balcani raramente vi resta confinato». Per capire il significato di questi episodi nel fragile equilibrio su cui si regge la ex Jugoslavia, Krisis ha intervistato Jovan Ćulibrk, vescovo serbo-ortodosso di Pakrac e Slavonia, in Croazia. Nato in Bosnia, Ćulibrk è una delle figure più singolari della Chiesa ortodossa serba. Prima di prendere i voti, è stato critico musicale e studioso di letteratura slava. Dopo la guerra del 1999 ha lavorato in Kosovo come referente del Patriarcato di Peć per i rapporti con la Kfor, il contingente Nato, stabilendo legami con la Brigata Folgore italiana (e diventando paracadutista). Ha poi studiato all’Università Ebraica di Gerusalemme e allo Yad Vashem. Una voce, la sua, che unisce memoria e fede, esperienza militare e riflessione morale. Nonostante appartenga alla minoranza serbo-ortodossa, Culibrk legge questi eventi con uno sguardo da storico e da uomo di dialogo, noto per il suo impegno interreligioso.
Può aiutarci a capire che cosa sta accadendo in Croazia?
«Negli ultimi giorni ci sono state numerose manifestazioni organizzate da gruppi neonazisti in diverse città della Croazia, da Zagabria a Spalato, da Osijek fino a Rijeka. In alcuni casi si sono radunati davanti ai centri culturali serbi o ai luoghi dove si tenevano eventi sportivi e musicali con la partecipazione di cittadini serbi.
Non si tratta di proteste spontanee: si percepisce una regia, un’atmosfera costruita, un tentativo deliberato di creare paura».
Che cosa c’è dietro questa ondata di violenza?
«Qualcuno sta creando un’atmosfera di paura e di potenziale violenza. Non nasce spontaneamente, non è “la strada” a produrla. È costruita. Nei Balcani nulla resta confinato: quanto accade qui influisce su tutti i Paesi vicini, e, come abbiamo visto dagli anni Novanta, finisce sempre per toccare anche l’Europa nel suo insieme. Perché la guerra jugoslava non ha soltanto ferito i popoli dell’ex federazione: ha rivelato l’incapacità dell’Europa di affrontare i propri conflitti interni».
Traduzione: 🇭🇷✝️ Spalato: corteo lungo Marmontova in onore di Frane Tente — Spalato mostra chi rappresenta l’orgoglio e la tradizione! Croato accanto a croato, con cuore e spirito.
Frane Tente (1928–1948), giovane di Mravince, militò nella gioventù ustaša e nel dopoguerra fondò un gruppo clandestino anticomunista. Arrestato dopo aver issato la bandiera croata sul Marjan, morì in carcere a Lepoglava.
Il 5 luglio scorso, a Zagabria, il cantante Marko Perković Thompson ha tenuto un concerto a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone, in cui sono riapparsi saluti e simboli degli ustascia. Episodi come questo risvegliano un nuovo estremismo o rivelano un sentimento che in Croazia non è mai davvero scomparso?
«A Zagabria c’è stato un concerto con quasi mezzo milione di persone, per un cantante di estrema destra. Il problema è che, durante l’evento, lui e il pubblico hanno usato il saluto croato della Seconda guerra mondiale, Za dom spremni, l’equivalente del saluto hitleriano. Quindi, in pratica, mezzo milione di persone gridava “Heil Hitler”. È chiaro che una cosa simile non può contribuire alla pazienza, alla moderazione, né al senso di pace».
Le autorità croate stanno reagendo in modo adeguato?
«Non sono sicuro che comprendano la natura di ciò che sta accadendo. Ma, a dire il vero, anche Paesi europei ben più grandi sembrano confusi e incapaci di leggere gli eventi. Se l’Europa non ha chiarezza, non possiamo aspettarci che la Croazia ne abbia. In Ucraina, per esempio, l’Europa sta alimentando la guerra invece di cercare di attenuarla».
Pensa che quanto accade oggi sia la lunga ombra di Jasenovac, la prosecuzione di quella violenza che durante la Seconda guerra mondiale colpì le comunità serbe?
«Ecco, qui emerge un grande problema che nasce già nel tempo della Jugoslavia socialista. Dopo la guerra, nessuno si preoccupò davvero né della ricerca storica, né della riconciliazione e della giustizia. Sappiamo cosa accadde nello Stato Indipendente di Croazia: un genocidio contro i serbi, uccisi a centinaia di migliaia solo perché appartenevano alla stessa nazione e alla Chiesa ortodossa».
Ma quel genocidio toccò anche altre comunità…
«Certo. Anche gli ebrei furono sterminati come parte dell’Olocausto, e i rom subirono la stessa sorte secondo l’ideologia razziale tedesca. Lo Stato Indipendente di Croazia, che all’epoca includeva anche la Bosnia Erzegovina di oggi, seguì fedelmente i suoi maestri nazisti. Tuttavia, come ha sempre sottolineato il dottor Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme, e storici come Yehuda Bauer, la differenza rispetto al resto d’Europa è che qui le vittime principali furono i serbi, non gli ebrei. Gli ebrei vennero uccisi, ma lo scopo primario del regime ustascia era eliminare i serbi. Il genocidio fu progettato e portato avanti per tutti e quattro gli anni di esistenza dello Stato Indipendente di Croazia».
E dopo la guerra, come fu trattata quella memoria?
«Dopo la guerra, come in molti altri paesi socialisti, la storia fu deformata. A chi chiedeva che cosa fosse accaduto, veniva risposto: “I fascisti hanno ucciso gli antifascisti”. Tutto divenne astratto: fascisti astratti che uccidevano antifascisti astratti. Non più lo Stato Indipendente di Croazia che sterminava serbi, ebrei e rom, ma categorie senza volto. Così la manipolazione della storia ha prodotto la manipolazione delle coscienze: se i protagonisti della tragedia diventano astrazioni, non è più possibile la riconciliazione. Perché non ci sono più persone, solo etichette».
Un soldato nazionalista croato, nel 1993, grida «Za dom spremni!» (Per la patria, pronti!) e «Za Jugu mrš!» (Alla Jugoslavia, vaff!), riecheggiando il saluto ustascia e l’odio verso l’unità jugoslava nel pieno della guerra.
Tornando ai nostri giorni: possiamo dire che le ferite irrisolte del Dopoguerra abbiano reso più facile la manipolazione degli anni Novanta?
«Certamente. Quando tante domande sul genocidio della Seconda guerra mondiale restano aperte e non vengono affrontate in modo corretto, la cosiddetta “giustizia rivoluzionaria” non basta. Era una giustizia sommaria. Se, dopo la guerra, uccidevi solo soldati nemici, non era giustizia. Poi è subentrata la paura. All’inizio degli anni Ottanta, e poi nei primi Novanta, i serbi temevano che il genocidio potesse ripetersi, mentre i croati avevano paura di una rivoluzione serba».
Quindi l’atmosfera era dominata dal timore reciproco?
«Esatto. Ma era un’atmosfera costruita: dai media, dai politici e da altri centri di potere in Jugoslavia. Dopo la morte di Tito, l’intero decennio fu dedicato a creare paura e odio. E una volta che l’atmosfera è quella, diventa facile manipolare le persone, come poi è accaduto. La guerra fu il risultato di questa manipolazione. E purtroppo oggi vediamo che lo stesso meccanismo si rimette in moto».
In che senso?
«Negli ultimi due mesi abbiamo assistito a un evento dopo l’altro che sfrutta lo stesso clima. Non sto dicendo che ci sarà una guerra, ma si sta creando un’atmosfera pericolosa. Solo la scorsa notte, nella città di Bugojno, in Bosnia ed Erzegovina, nella parte a maggioranza musulmana, molte persone in uniforme nera hanno occupato la città, creando paura tra i pochi croati e serbi rimasti».
Lei collega quindi direttamente l’episodio in Bosnia a quanto accade in Croazia?
«Sì. Nei Balcani tutto funziona come in uno specchio: nulla avviene in un solo Stato. Niente accade in Bosnia senza toccare la Croazia e la Serbia, come niente accade in Slovenia senza effetti in Macedonia. Così, già questa mattina, si avverte ovunque un clima pesante, un’atmosfera di pericolo. E in Croazia, negli ultimi giorni, gruppi vestiti di nero hanno attaccato o provocato le istituzioni culturali serbe, o interrotto eventi sportivi con atleti serbi, in diverse città, inclusa Zagabria. Nella capitale, un gruppo numeroso di giovani, tutti vestiti di nero, ha tentato di impedire una normale serata culturale al centro serbo».
Quindi, a suo avviso, questi gesti rivelano un problema più profondo, non solo croato?
«Sì. Dobbiamo capire che oggi l’Europa vive una situazione estremamente fragile. C’è una guerra terribile in Ucraina, la peggiore possibile, in cui cristiani combattono altri cristiani, perfino ortodossi contro ortodossi. Questo mi ricorda la Jugoslavia degli anni Novanta: il ritorno alla Chiesa dopo il comunismo non ha creato un vero mondo cristiano. La fede è rimasta simbolica, a volte trasformata in ideologia, e questo è inaccettabile. E questo è inaccettabile. Non puoi essere cristiano durante la settimana e nazista nel weekend.».
Parole forti. Ma c’è un margine di speranza?
«Sì. Io trovo ancora molte persone con cui si può parlare, discutere, costruire. Non siamo nella Germania degli anni Trenta: la situazione è più complessa. Oggi l’Europa vive sotto paure diverse: la paura dell’estrema sinistra, la paura dell’Islam, la fine del comunismo come nemico, e perfino un antisemitismo che non viene più dall’estrema destra ma da una parte della sinistra radicale. E poi c’è un’altra guerra, terribile, quella in Israele, che aggiunge dolore e confusione. Tutto questo crea un’atmosfera pesante sul pianeta, e soprattutto in Europa.L’Europa, storicamente, è sempre stata collegata al Mediterraneo. Come scrisse Fernand Braudel, il mare non divide, unisce. Oggi quell’unione è spezzata, e i Balcani, in questo contesto, sono il punto più facile dove può divampare il fuoco».

Qual è l’impatto di queste manifestazioni sulla minoranza serba in Croazia?
«I serbi in Croazia hanno una lunga esperienza storica di tutto questo. Ovviamente non sono contente di ciò che accade, ma dall’altro lato non c’è panico. O, meglio, non c’è panico, ma c’è una consapevolezza molto lucida di quello che sta succedendo. A molti pare che i demoni del passato stiano tornando. Non dico che sia davvero così, ma per loro la percezione è questa: che certi demoni si stiano risvegliando. Ed è per questo che dico che l’Europa deve prestare attenzione a ciò che accade nei Balcani».
In questo contesto, qual è la posizione della Chiesa serbo-ortodossa?
«La nostra posizione è semplice. Facciamo del nostro meglio, preghiamo e speriamo. L’ultima cosa che i cristiani dovrebbero fare oggi è vedersi come nemici e comportarsi da nemici. Se arriviamo a questo, non c’è più cristianità. A settembre abbiamo consacrato la nostra nuova cattedrale a Pakrac, con un’ampia partecipazione. Erano presenti vari rappresentanti della Chiesa cattolica romana, della Chiesa anglicana – l’ex vescovo di Londra – e tre vescovi cattolici. L’atmosfera era decisamente amichevole, ma profondamente preoccupata per il futuro dell’Europa».
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Autore
Maria PappiniNata nel 1987, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales in Lyon. Dopo più di dieci anni come account manager in diversi settori e attivista politica, nel 2023 decide di riprendere gli studi presso l’Università Statale di Milano frequentando il corso di Scienze Storiche. È autrice di una tesi magistrale sul conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.