America Latina: l’ombra nera della transizione verde

Dal blog https://krisis.info/i

di Paola Ottino19 Novembre 2025

Dall’oro al rame, passando per il litio, l’impatto sociale dell’estrazione illegale di minerali «puliti».

Murale di Diego Rivera al Palacio Nacional di Città del Messico. Wikimedia Commons. Licenza CC0 1.0.

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La febbre dell’oro 2.0 attraversa il subcontinente americano, dove lo sfruttamento clandestino delle risorse per la transizione verde alimenta violenze, deforestazione e nuove economie criminali. Dal Brasile all’Ecuador, fino a Perù, Colombia e Venezuela, comunità indigene e territori protetti pagano il prezzo nascosto della corsa delle potenze industriali a litio, oro e rame. Un business che eclissa perfino il traffico di droga.

IN BREVE

Transizione e criminalità L’estrazione illegale di minerali per la transizione verde in America Latina alimenta la deforestazione, violenza e nuove economie criminali, superando il traffico di droga.

Impatto umano nascosto Comunità indigene e territori protetti, dal Brasile al Perù e Colombia, pagano il prezzo della corsa a litio, oro e rame, con inquinamento e sterminio.

Criminali e potere Boss come Pipo (Los Lobos, Ecuador) dirigono imperi di narcotraffico ed estrazione illegale, amplificando corruzione, violenza e crisi ecologiche.

Deforestazione e mercurio L’attività estrattiva, principale causa di deforestazione in Amazzonia, contamina le acque con il mercurio (ad esempio nel bacino del Tapajós e nel fiume Atrato).

Bilancio geopolitico Le risorse minerarie rendono l’America Latina centrale nella competizione globale fra Usa e Cina, mentre la febbre dell’oro 2.0 arricchisce gli imperi criminali.


Mentre il mondo corre verso la transizione verde, un’ombra nera si allunga sulle foreste dell’America Latina che custodiscono litio e minerali per tecnologie pulite. Il 16 novembre 2025, a Málaga, in Spagna, è stato arrestato il latitante Wilmer Geovanny Chavarría Barre, noto come Pipo, boss della gang ecuadoriana Los Lobos. Dopo aver finto la propria morte, Pipo dirigeva da remoto un impero di narcotraffico e di estrazione mineraria illegale. Il suo arresto rivela il prezzo umano e ambientale della febbre dell’oro 2.0: comunità sterminate, acque avvelenate e un fatturato illegale che eclissa persino il traffico di droga. E mostra che in Ecuador, come in Venezuela o Brasile, l’estrazione mineraria non regolamentata non è solo un furto di risorse, ma un’arma che amplifica corruzione, violenza e crisi ecologiche.

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Il fenomeno dell’estrazione mineraria illegale è diffuso in molte zone dell’America Latina e contribuisce a esacerbare una crisi ambientale e sociale già grave. Una delle principali cause della deforestazione dell’Amazzonia è proprio l’attività estrattiva dell’oro. Secondo il rapporto del Monitoring of the Andes Amazon Program (MAAP) del 2025, gli impatti maggiori si registrano nel Brasile sudorientale, nello Scudo della Guyana (Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese) e in Perù. Ma negli ultimi anni anche l’Ecuador è emerso come un importante fronte di deforestazione mineraria1.

Come per la Colombia e il Venezuela, anche la più potente organizzazione criminale del Brasile, il Primeiro Comando da Capital (Pcc), trae profitti anche dall’estrazione illegale di minerali preziosi e carburanti, con un fatturato nel 2022 rispettivamente di 18,2 miliardi di real (circa 3,4 miliardi di dollari) e 61,4 miliardi di real (circa 11,5 miliardi di dollari)2. In Venezuela, l’attività estrattiva illegale è diventata la principale minaccia ambientale e sociale nella regione meridionale del Paese, che registra oggi il più alto tasso di deforestazione al mondo, stimato intorno al 170% annuo.

Il fenomeno è risultato soprattutto evidente nella zona dell’Arco Minero del Orinoco 3 dopo che il governo di NicolásMaduro, nel 2016, ha autorizzato lo sfruttamento intensivo di questo territorio. Il progetto non è però riuscito ad attrarre investimenti stranieri sperati e l’area è diventata un centro di estrazione illegale e contrabbando di oro4. Da allora, l’area di estrazione si è estesa alle zone limitrofe, invadendo i parchi nazionali Canaima e Yapacana.

Anche Bolivia e Perù devono fare i conti con una grave perdita di foresta amazzonica, in parte legata all’estrazione di oro all’interno delle aree naturali protette e dei territori abitati dalle popolazioni indigene. Si stima che il 36% della deforestazione mineraria accumulata nel 2024 (oltre 725.000 ettari) si sia verificata all’interno di aree protette e territori indigeni, con il Brasile che concentra l’88% del totale.

Oltre al disboscamento, l’attività estrattiva comporta anche una grave contaminazione da mercurio, usato per separare l’oro dai sedimenti. Anche in questo caso, il Brasile ha subito un’espansione dell’estrazione illegale. Tra le regioni più colpite ci sono il bacino del fiume Tapajós, dimora del popolo indigeno Munduruku, la terra indigena Yanomami, in cui si stima vivano circa 20.000 minatori, e, sempre a nord, la terra indigena Raposa Serra do Sol.

Partecipante della tribù Munduruku al Festival delle tribù Indigene di Juruti a Pará, in Brasile. Foto Ramkumark95. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.
Partecipante della tribù Munduruku al Festival delle tribù Indigene di Juruti a Pará, in Brasile. Foto Ramkumark95. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

Il caso più emblematico è quello del fiume Atrato, che si snoda per circa 750 km attraverso le foreste della Colombia settentrionale e costituisce un bacino vitale per oltre 640.000 persone, molte appartenenti a comunità indigene e discendenti da schiavi africani. Le sue acque sono state contaminate da anni di intensa attività estrattiva di oro, che ha devastato il letto del fiume, rilasciato enormi quantità di mercurio e disboscato i terreni circostanti.

Nel 2016 la Corte Costituzionale colombiana ha riconosciuto il fiume Atrato come entità giuridica con diritto alla protezione e al ripristino5. Tuttavia, a oggi l’attuazione e il rispetto dei termini della sentenza risultano insufficienti e le attività minerarie illegali si sono intensificate. Tanto che lo scorso agosto, le Nazioni Unite hanno inviato una comunicazione ufficiale al governo colombiano6, esprimendo forte preoccupazione per l’alto tasso di inquinamento7, il degrado ambientale e la corruzione diffusa tra settori della polizia e dell’esercito colombiani. A oggi, non è ancora giunta una risposta delle autorità di Bogotà.

Le comunità indigene sono spesso quelle che subiscono gli impatti più gravi: perdita di accesso all’acqua, espropriazione delle terre, inquinamento, indebolimento dei diritti collettivi. L’espansione dell’attività mineraria non regolamentata ha comportato anche un incremento di abusi contro i diritti umani, mentre le zone minerarie sono sempre più soggette a fenomeni di violenza, droga e prostituzione.

Attualmente l’America Latina registra alcuni dei movimenti anti-estrattivi più militanti, ma è anche l’area del mondo con il più alto rischio di omicidi per gli oppositori dei progetti estrattivi e dell’agricoltura intensiva. Secondo un rapporto del 2020 elaborato da Raisg (Red Amazónica de Información Socioambiental Georreferenciada), tra il 2015 e la prima metà del 2019, ben 232 leader di comunità indigene sono stati assassinati nella regione, a causa di controversie su risorse naturali e terre. La tendenza è continuata anche negli anni seguenti: nel 2022, la maggior parte degli omicidi di attivisti ambientali (88%) è stata registrata in America Latina8.

Nell’area del deserto dell’Atacama, nel Nord del Cile, i maggiori impatti dell’attività mineraria riguardano l’inquinamento delle acque. L’estrazione del litio non si limita a contaminare le falde acquifere, ma causa anche un forte degrado ambientale e un enorme consumo idrico dovuto al processo di evaporazione dei salar per estrarre il litio.

Miniera di rame cilena nella zona di Antofagasta. Foto Paola Ottino.
Miniera di rame cilena nella zona di Antofagasta. Foto Paola Ottino.

Non mancano, tuttavia, esempi di proteste a difesa dell’ambiente e delle popolazioni locali che hanno ottenuto risultati significativi. Un caso recente è quello del blocco dell’attività mineraria nell’area del bacino idrografico della catena montuosa Apu Razuhuillca, in Perù, vitale per il sostentamento degli Huantinos. Dopo sette anni di mobilitazioni, nell’agosto del 2024 i residenti di Huantia hanno paralizzato la città per quattro giorni, chiudendo tutti i punti di accesso.

Tre grandi gruppi minerari hanno concessioni nell’area della catena montuosa Razuhuikca e delle sue lagune Yanacocha e Chacacocha, ma attualmente, dopo le forti proteste e la creazione di un’area di conservazione ambientale, le loro concessioni sono state ritirate e solo alcune società stanno ancora svolgendo attività senza il permesso appropriato9.

Un altro caso positivo è quello delle proteste della comunità contadina di San José de Principio de Atuncolla, in Perù. La Corte superiore di giustizia di Puno ha recentemente dichiarato nulle oltre 7.000 ettari di concessioni minerarie riconoscendo che erano state imposte sui territori ancestrali delle comunità locali, appartenenti a un popolo indigeno Quechua, senza alcuna consultazione preventiva10.

Donna indigena Quechua con i suoi due bambini, in Perù. Foto Peter van der Sluijs. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.
Donna indigena Quechua con i suoi due bambini, in Perù. Foto Peter van der Sluijs. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0.

Le risorse minerarie dell’America Latina rappresentano così un complesso intreccio di opportunità e rischi, un delicato equilibrio tra sviluppo, tutela ambientale e diritto sociale. L’applicazione del consenso preventivo dei popoli indigeni, come previsto dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti indigeni (Undrip)11, garantirebbe uno sviluppo sostenibile ed equo e una corretta gestione dell’ambiente. Un ulteriore strumento giuridico a sostegno dei popoli indigeni è la Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) sui popoli indigeni e tribali. Istituita nel 1989, finora è stata ratificata soltanto da 24 Paesi12.

Integrare produzione e protezione delle comunità locali e dell’ambiente naturale, significa non solo tutelare comunità e ambienti fragili, ma anche impedire che le risorse naturali diventino motore di degrado, ingiustizia sociale e conflitti. Il settore minerario in America Latina sta assumendo un ruolo sempre più importante nella catena globale dell’elettronica e della tecnologia, aprendo scenari geopolitici e rendendo la regione un nodo centrale nella competizione internazionale.

Oggi tali dinamiche sono plasmate soprattutto dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina e da normative interne che, per ora, mantengono molti Paesi latinoamericani in una posizione geopoliticamente neutrale. Mentre gli equilibri geopolitici si definiscono, la febbre dell’oro 2.0 continua a far prosperare imperi criminali come quello di Pipo, il latitante appena arrestato in Spagna, le cui attività eclissano persino il traffico di droga.


  1. Finer, M. (2025). MAAP 226: AI to detect Amazon gold mining deforestation-2024 update. ↩︎
  2. CNN Brasil. (2024). Crime organizado brasileiro fatura R$ 146 bi em um ano no Brasil, diz Fórum de Segurança. ↩︎
  3. La zona è un’area del sud del Venezuela che copre quasi il 12% del territorio nazionale e comprende circa 112.000 km2 di foresta tropicale a nord del fiume Orinoco. L’area è estremamente ricca di risorse naturali, soprattutto oro e coltan. ↩︎
  4. Report to Congress on The State-Sponsored Extraction and Sale of Gold from Venezuela’s Orinoco Mining Arc, and from National Reserves in Venezuela such as Canaima National Park. Section 7019(e) of the Department of State, Foreign Operations, and Related Programs Appropriations Act, 2024 (Div. F, P.L. 118-47) and the Joint Explanatory Statement. ↩︎
  5. Sentencia T-622/2016 de la Corte Constitutional de Colombia. ↩︎
  6. AL COL 4/2025. Mandatos del Relator Especial sobre las implicaciones para los derechos humanos de la gestión y eliminación ecológicamente racionales de las sustancias y los desechos peligrosos; del Grupo de Trabajo de Expertos sobre los Afrodescendientes y de la Relatora Especial sobre el derecho humano a un medio ambiente limpio, sano y sostenible. ↩︎
  7. Nella comunicazione si evidenzia che nelle aree di estrazione dell’oro “vengono utilizzati in media 12,43 grammi di mercurio per ogni grammo di oro estratto di cui 4,55 grammi di mercurio vengono rilasciati nell’ambiente. Ogni sito minerario è responsabile annualmente di circa 36 chilogrammi di contaminazione da mercurio nelle fonti d’acqua, nell’aria e nel suolo contribuendo sia al danno ecologico sia alle violazioni dei diritti umani”. ↩︎
  8. Global Witness. (2023). Casi 2.000 personas defensoras de la tierra y el medioambiente asesinadas entre 2012 y 2022 por proteger el planeta. ↩︎
  9. Convoca. (2024). Ciudadanos de Huanta exigen cancelar operaciones mineras en cuenca de la cordillera de Razuhuillca. ↩︎
  10. Observatorio de conflictos mineros en el Perù. (2025). Puno: histórica sentencia anula 7 mil hectáreas de concesión minera que afectaba a agricultores de atuncolla. ↩︎
  11. La Dichiarazione 61/295 (United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples) è stata adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2007. Stabilisce un quadro universale di standard minimi per la sopravvivenza, la dignità e il benessere dei popoli indigeni del mondo e approfondisce i criteri esistenti in materia di diritti umani e libertà fondamentali, applicandoli alla situazione specifica dei popoli indigeni. In particolare, l’articolo 18 sancisce che “Indigenous peoples have the right to participate in decision-making in matters which would affect their rights, through representatives chosen by themselves in accordance with their own procedures, as well as to maintain and develop their own indigenous decision-making institutions” e l’articolo 19 recita “States shall consult and cooperate in good faith with the indigenous peoples concerned through their own representative institutions in order to obtain their free, prior and informed consent before adopting and implementing legislative or administrative measures that may affect them”. ↩︎
  12. La Convenzione 169 (Indigenous and Tribal Peoples Convention) è entrata in vigore nel 1991 ed è stata ratificata soltanto da Argentina, Bolivia, Brasile, Repubblica Centrafricana, Cile, Colombia, Costa Rica, Danimarca, Repubblica Dominicana, Ecuador, Fiji, Germania, Guatemala, Honduras, Lussemburgo, Messico, Nepal, Paesi Bassi, Nicaragua, Norvegia, Paraguay, Peru, Spagna e Venezuela. La Convenzione fornisce i criteri per l’auto-identificazione, sancisce il diritto alla non discriminazione – soprattutto per i lavoratori indigeni – e obbliga gli Stati parte a informare i nativi sulle questioni che riguardano direttamente le loro terre e le loro abitudini di vita e a creare strumenti effettivi che garantiscano la loro partecipazione alle decisioni politiche e ai processi di sviluppo. ↩︎

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

Autore

  • Paola OttinoPaola OttinoLaureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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