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26 Novembre 2025 Valerio Sale
Il Bitcoin, il totem dell’era della finanza digitale ha fatto un tonfo. Da 126mila dollari la moneta digitale ne vale oggi 75mila, pari a un calo del 40% dai massimi storici di inizio ottobre. Strumento speculativo per eccellenza ai confini con la ludopatia il Bitcoin rappresenta il clima di temporanea avversione al rischio (risk off) degli investitori.

L’intelligenza artificiale non è bastata
Non è bastata l’euforia creata dai conti dell’Intelligenza Artificiale e del fenomeno Nvidia a sorreggere la fiducia dei mercati. Valutazioni gonfiate, volatilità minima e tensioni globali: il rischio di shock improvvisi è aumentato, avverte la Banca d’Italia. «Gli accaparratori di criptovalute scaricano i token mentre le azioni crollano» titola il Financial Times. Le criptovalute rappresentano il pericolo di contagio e tutto ha origine negli Stati Uniti di Donald Trump.
Tecno-capitalismo e politica americana
I segnali di allarme che provengono dal mondo delle criptovalute possono essere interpretati alla luce del rapporto tra tecno-capitalismo e politica americana. Sullo sfondo la tesi dell’economista premio Nobel Paul Krugman, secondo cui il Bitcoin è un cosiddetto Trump trade, cioè prospera e cade assieme alle sorti del presidente americano. L’entrata di Trump nel mondo cripto, coincisa con la sua elezione, aveva dato un forte impulso speculativo con promesse, aspettative, visibilità politica che hanno contribuito a gonfiare il valore di Bitcoin. Per non parlare della creazione di monete digitali “Memecoin” con la sua effige che sono schizzate a valori massimi. Tutto questo ha alimentato un’ondata di acquisti e un rally di prezzo. All’indomani della sua vittoria si era parlato addirittura di una riserva statale in Bitcoin su cui aleggiava la strategia di alleggerimento del debito pubblico Usa inserendo Bitcoin e altre valute cripto nel paniere potenziale.
Le Big Tech e amministrazione Usa
Il clima di fiducia, in particolare sul cambio della legislazione in materia, ha rappresentato lo strettissimo rapporto tra le Big Tech e l’amministrazione Usa. Ciò ha spinto la speculazione a passare dagli investitori privati ai bilanci delle aziende, quasi tutte americane. Si chiamano «Bitcoin treasury companies», società che negli ultimi anni hanno deciso di inserire i Bitcoin nei bilanci aziendali. Oggi le società quotate con bilanci in Bitcoin sono circa 200, quasi tutte americane. Con il crollo di questi giorni, l’allarme è suonato per la più grande tra di esse, la ‘Strategy’ di Michael Saylor che ora rischia il fallimento.
Trump Media & Technology Group
Ma alla posizione numero 11 dell’elenco, troviamo il gruppo della famiglia Trump (Trump Media & Technology Group). I Trump hanno visto ridursi il proprio patrimonio di un miliardo di dollari, da 7,7 a 6,7 miliardi, secondo le stime del Bloomberg Billionaire Index. Tutte le società del presidente americano sono in perdita. C’è World Liberty Financial fondata con il figlio del negoziatore della Casa Bianca Steve Witkoff. Poi American Bitcoin partecipata con due quote dai due figli maggiori di Trump che hanno creato una partnership con la società Hut 8 Corp. Da ultimo, il Memecoin di famiglia, il prodotto creato con l’effige di Trump nel fine settimana dell’inaugurazione presidenziale.
Potenza mondiale e affaristi
Il segnale è evidente, afferma Krugman: le incertezze legate all’agenda economica di Trump hanno aumentato l’avversione degli investitori al rischio. La prima potenza mondiale è in mano ad un gruppo di affaristi e aspiranti autocrati e se il mondo è alle prese con i conflitti d’interesse di Trump, guerre e blocchi geoeconomici si rifugia nell’oro. A partire dalle stesse società di criptovalute. Il Financial Times segnala il caso di Tether, prima società di stablecoin in dollari e nota per aver di recente ha diversificato anche in Italia le sue attività, con una quota nella Juventus e nell’editore di podcast Cora Media.
L’oro digitalizzato dopo il dollaro
Tether sta comprando oro per puntare a un altro suo grande progetto: digitalizzare il metallo prezioso, trasformarlo cioè in token collegati all’oro e non al dollaro, come lo sono i stablecoin. Tether possiede 116 tonnellate di oro ed è diventato il maggior possessore del metallo giallo fuori dalle banche centrali secondo le stime della banca d’affari Jefferies. Una potenza enorme e duro colpo al progetto dell’amministrazione Trump. Ricordiamo il progetto americano di creare criptovalute come gli stablecoin collegati ai titoli di Stato in dollari Usa per alimentare la dominanza del dollaro sulla scena valutaria mondiale. Un token aureo, un Bitcoin collegato all’oro, sarebbe teoricamente perfetto soprattutto per le economia dei BRICS alla ricerca di una valuta comune che li emancipi dal dollaro.
«È un’esagerazione collegare le difficoltà politiche di Trump al prezzo delle criptovalute? No – dichiara Paul Krugman – Un Trump indebolito economicamente è meno in grado di far valere la propria volontà su tutti i fronti, compresi quelli interni alla sua amministrazione».