Il giallo delle CER italiane

Dal blog https://www.wired.it

08.12.2025

La comunità energetica rinnovabile delle Dolomiti, a San Gregorio nelle AlpiSimone Padovani/Getty Images

rischia di minacciare un primato basato su un valore enorme quanto intangibile: la partecipazione

Il taglio improvviso dei fondi destinati alle comunità energetiche rinnovabili rischia di lasciare centinaia di progetti senza copertura e un intero settore nel caos. Proprio quando la transizione energetica dal basso stava decollando

Il settore delle comunità energetiche rinnovabili (Cer) si trova improvvisamente in una situazione di incertezza che nessuno, tra operatori e imprese, aveva previsto. Nel giro di pochi giorni, la misura che avrebbe dovuto consolidare la transizione energetica nei territori e nelle comunità ha subìto un taglio del 64%, riducendo la dotazione prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per finanziare la realizzazione delle Cer da 2,2 miliardi a 795,5 milioni di euro. La notizia non è arrivata con un decreto, né con una comunicazione formale, ma con un post su Linkedin del presidente del Gestore dei servizi energetici (Gse), Paolo Arrigoni, in quota Lega, contenente un refuso (“mailstone”, poi corretto) diventato immediatamente simbolo della superficialità della gestione.

Da quel momento il settore si è trovato in uno stato di agitazione crescente. Le aziende che negli ultimi due anni avevano investito in persone, impianti e struttura organizzativa, lo avevano fatto proprio sulla base del bando del Pnrr dedicato alle comunità energetiche rinnovabili, introdotto nel 2023 e costruito sulla dotazione da 2,2 miliardi di euro definita dal governo nel 2021. È su quella cornice finanziaria che migliaia di operatori avevano impostato interi business plan, fatto assunzioni e investimenti, convinti che la misura avrebbe sostenuto la nascita e l’espansione delle Cer. Ma il 21 novembre, giorno dell’annuncio del Gse, il patto di fiducia tra istituzioni e operatori si è rotto. Nel post su LinkedIn, Arrigoni spiegava che le richieste di contributo avevano già raggiunto quota 778 milioni di euro, praticamente a ridosso del nuovo tetto di 795 milioni. Ma nel giro di pochi giorni la realtà ha superato l’annuncio: il 25 novembre i dati ufficiali del Gse segnalavano domande per 1.005,7 milioni di euro, già oltre il budget rimodulato di più di 200 milioni. E a bando chiuso, la voragine è diventata ancora più profonda: circa 400 milioni di euro di progetti presentati rimarrebbero senza copertura.

Cosa sta succedendo alle CER?

Non finisce qui: di tutte le Cer finora approvate, nessuna ha ancora ricevuto un euro. Zero pagamenti, mesi di attese, pratiche ferme, imprese che hanno anticipato capitali contando su una misura che doveva essere certa. Per molti operatori, è stato come scoprire che la transizione energetica “dal basso”, quella che le autorità italiane hanno sempre considerato un fiore all’occhiello, poggia in realtà su fondamenta fragilissime.

L’intervento chiarificatore del Mase

Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha provato a spegnere l’incendio parlando di un “riallineamento responsabile”. Secondo il Mase, l’importo iniziale di 2,2 miliardi “era stato definito nel 2021 sulla base di simulazioni che ipotizzavano un sostegno interamente erogato sotto forma di prestiti a tasso zero fino al 100% dei costi ammissibili, una modalità poco conciliabile con la reale dinamica attuativa e con le effettive esigenze finanziarie delle potenziali iniziative progettuali” delle comunità energetiche. In altre parole, nel 2021 si era immaginato un sistema in cui lo stato avrebbe anticipato tutta la spesa degli impianti e i beneficiari la restituivano.

Con la modifica del Pnrr operata nel 2023, spiega il Mase nella sua nota stampa, la misura è invece passata da prestiti a contributi a fondo perduto. E qui sarebbe intervenuto il limite europeo sugli aiuti di Stato: la Commissione ha stabilito che l’incentivo non potesse superare il 40% dei costi ammissibili. A parità di obiettivi sulle Cer, secondo il governo il fabbisogno reale di risorse sarebbe dovuto essere inferiore, e di molto. Il Mase sostiene inoltre che le domande presentate finora rientrino comunque nel nuovo budget, perché una parte fisiologica, pari a una percentuale compresa tra il 10 e il 15 per cento, non supererà l’istruttoria tecnica e quindi non riceverà i finanziamenti.

Una risposta che non rassicura

La giustificazione del Ministero non ha convinto gli esperti del settore. Tra le voci più critiche c’è quella di Giovanni Montagnani, presidente di Cer Vergante Rinnovabile e vicepresidente dell’associazione Ci sarà un bel clima. “La toppa è peggiore del buco perché non si può spacciare per buon governo quello che sta succedendo. Il paradosso è nei numeri: le richieste hanno già superato un miliardo di euro e, in termini di potenza, oltre 2 gigawatt, cioè più del doppio di ciò che il budget rimodulato può coprire”. In sostanza i numeri del Ministero non tornano: “È assurdo pensare che le risorse rimaste basteranno”.

Per Montagnani il problema è duplice. Da un lato il governo avrebbe considerato parte dei 2,2 miliardi come un “tesoretto” da spostare su altri capitoli del Pnrr. Dall’altro, il Gestore dei servizi energetici non era pronto a gestire l’enorme flusso di richieste. “Il sistema è totalmente in tilt. Non riescono a processare le pratiche perché sono troppe. E dei 790 milioni non è stato messo in pagamento ancora niente”. Risultato: imprese che hanno anticipato capitali confidando nei rimborsi e che oggi non hanno ricevuto un euro.

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“C’è gente che pensava di essere pagata in due o tre mesi. Invece non è arrivato nulla”, continua Montagnani. Inoltre, “il comunicato aggrava la situazione, perché fa presupporre che il 15% delle domande, ferme da mesi senza valutazioni e senza comunicazioni ufficiali saranno respinte proprio ora che il bando si chiude”. Questo scenario, sostiene Montagnani, darà vita a numerose battaglie legali: molte aziende, infatti, stanno già preparando ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (Tar), perché non si possono cambiare le regole a partita in corso.

Come stanno andando, in generale, le comunità energetiche italiane?

La situazione operativa è altrettanto critica. Anche le comunità con impianti già ritenuti ammissibili non riescono a completare i lavori perché il Gse non risponde alle richieste di gestione. In alcuni casi, gli operatori devono fornire prove quasi impossibili, come fotografare ogni singola targhetta dei moduli di una batteria d’accumulo o inserire manualmente centinaia di codici seriali. “Con decine di migliaia di impianti in costruzione, è un livello di dettaglio burocratico insostenibile”, dice Montagnani. E con i cantieri che devono chiudere entro giugno, la pressione rischia di scaricarsi sulla sicurezza degli installatori.

La critica principale delle associazioni è che sia stata tradita la leva su cui questi progetti si fondano: la partecipazione. Le comunità energetiche coinvolgono condomìni, imprese, amministrazioni e famiglie che hanno investito per abbassare le bollette e aumentare l’autonomia energetica. Bloccarle ora significa colpire proprio chi ha creduto nella transizione nonostante una burocrazia asfissiante.

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“Il taglio dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza per le comunità energetiche è un passo indietro che rischia di indebolire uno dei pilastri più promettenti della transizione energetica italiana”, spiega Vittorio Marletto, portavoce di Energia per l’Italia, rete di docenti e ricercatori impegnati sulla cultura scientifica e climatica. “Le Cer non sono solo impianti: creano lavoro, innovazione e valore nei territori, e mettono i cittadini al centro. Ridurre ora le risorse significa frenare investimenti, rallentare progetti e minare la fiducia di imprese e comunità. La transizione non può vivere di continue inversioni di rotta”.

Quel che resta di positivo

In un quadro confuso, l’unico elemento stabile resta la tariffa incentivante autonoma dal Pnrr, valida fino al 2027 o al raggiungimento dei 5 gigawatt. Non basterà a compensare il caos attuale, ma è il motivo per cui molte realtà stanno continuando a presentare progetti: l’unico modo per misurare la distanza tra la narrazione del Mase e le realtà del territorio.

Il dubbio finale è capire quanto può reggere un modello basato sulla partecipazione se l’infrastruttura istituzionale si blocca con un post sui social, ancor prima che per decreto. È anche per questo che l’associazione Ci sarà un bel clima ha lanciato una raccolta firme: chiede il ripristino dei fondi e una governance capace di tenere il passo con la domanda reale. Perché la partita non è solo energetica, ma riguarda la credibilità dell’intero ecosistema che dovrebbe guidare il cambiamento.

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