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12 Dic , 2025|Enrico Grazzini
Finalmente Alleanza Verdi Sinistra ha avuto il coraggio e l’intelligenza di mettere al centro della sua piattaforma politica l’indicizzazione dei salari al costo della vita.[1] La sinistra finora ha gridato contro i salari poveri ma di concreto – a parte oggi AVS – ha fatto ben poco o nulla per battersi per la redistribuzione dei redditi a favore del lavoro. Scandalosamente i salari reali in Italia sono inferiori del 8,7% rispetto al 2008.[2] In oltre 15 anni i salari dei 17 milioni di lavoratori dipendenti italiani sono diminuiti, non aumentati. Indicizzare i salari al costo della vita è una questione elementare di giustizia sociale, una misura necessaria e indispensabile di fronte a un’inflazione che continua a correre da anni, con il caro-affitti e i prezzi del carrello della spesa in costante aumento! Quindi benvenuta l’iniziativa di AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (meglio tardi che mai!).
Ecco perché la sinistra italiana finora è stata perdente: perché non ha difeso concretamente i lavoratori, il loro reddito, il reddito indispensabile per vivere. La sinistra da tempo denuncia con enfasi l’ insopportabile impoverimento dei lavoratori italiani: ma le lamentele non bastano e diventano ipocrite se non hanno conseguenze reali. Cosa propongono concretamente la CGIL di Maurizio Landini, la CISL e la UIL, cosa propongono il PD di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte per difendere i lavoratori e le famiglie italiane dal carovita? La proposta del salario minimo garantito – peraltro rifiutata dal governo di destra di Giorgia Meloni – è ormai largamente insufficiente, come è sotto gli occhi di tutti. E anche i contratti settoriali e aziendali non bastano più a recuperare il costo della vita in costante aumento. Occorre una pressione generale e politica più decisa e efficace. AVS finalmente ha lanciato questa proposta di adeguamento automatico dei salari ogni 12 mesi al costo della vita che, se gestita bene, diventerà molto popolare. Potrà finalmente trovare il consenso attivo di milioni di persone di sinistra che hanno smesso di votare perché si sono (giustamente) sentite abbandonate nel loro più elementare diritto: quello di avere un salario sufficiente e dignitoso per il loro lavoro, di fronte a un’inflazione che non lascia scampo per chi riesce a guadagnare solo 1000 o 1500 euro al mese. Se si facesse un sondaggio risulterebbe che la maggioranza dei cittadini e delle cittadine italiane sarebbe d’accordo a introdurre meccanismi che salvaguardino il potere d’acquisto dei salari. Eppure le formazioni progressiste, come il Movimento 5 Stelle, e di centro-sinistra, come il PD, non hanno finora avuto il coraggio di chiedere l’adeguamento automatico delle retribuzioni al costo della vita. Molto probabilmente per non inimicarsi i “padroni del vapore”: ma senza battersi per difendere il reddito dei lavoratori la sinistra non vincerà mai le elezioni.
Matteo Renzi vinse le elezioni europee del 2014 e fece arrivare il PD al 40% dando in busta paga i famosi 80 euro mensili. La sua politica fu furba e populista ma giusta, e portò a risultati concreti. La politica salariale di Giorgia Meloni si concentra sul taglio del cuneo fiscale, la detassazione dei premi di produttività e l’incentivo ai rinnovi contrattuali, tassando al 5% gli aumenti sotto i 28.000 euro per il 2025-2026. Così la Meloni può proclamare (falsamente) di difendere il lavoro. PD e Cinque Stelle dovrebbero seguire l’iniziativa di AVS! Ma sembrano fermi, anche se l’inflazione ormai colpisce da anni le tasche dei lavoratori!
Racconto la mia esperienza personale perché mi sembra esemplare. Al culmine dell’inflazione, già nel novembre 2023 ho iniziato a proporre di dibattere l’introduzione di nuove forme di scala mobile.[3] Per quanto ho potuto, ho personalmente proposto a autorevoli esponenti di sinistra e progressisti di cominciare a dibattere il problema fondamentale dell’indicizzazione dei salari al costo della vita, argomentando anche che l’inflazione era particolarmente ingiusta perché, come sosteneva addirittura il Fondo Monetario Internazionale, era causata soprattutto dall’aumento dei profitti e della speculazione, e non dei salari.[4] Tuttavia sono stato rifiutato, se non censurato e deriso – per esempio da Sbilanciamoci, il think tank molto vicino alla CGIL e gestito tra gli altri dall’economista Mario Pianta – oppure messo in un angolo: quando ho sollecitato l’ottimo Pasquale Tridico, noto economista dei 5 Stelle, e Stefano Fassina, noto economista di sinistra, a mettere al centro delle rivendicazioni economiche nuove forme di scala mobile (quella vecchia fu abolita, come sappiamo, da Bettino Craxi) la risposta è stata che “l’idea è buona e ne discuteremo”. Ma poi più nulla!
Eppure la richiesta di aumentare i salari non è né massimalista né fuori dal mondo. Mentre la popolazione diventa più povera, le aziende fanno profitti e la borsa sale alle stelle Secondo Mediobanca – che certamente non è mai stata comunista o socialista – molte imprese in Italia guadagnano così tanto che potrebbero aumentare senza sforzo la paga dei dipendenti[5]. Mediobanca indica che sarebbero possibili aumenti medi a livello nazionale per circa quattromila euro. La principale banca d’affari italiana è preoccupata dal blocco della domanda interna e afferma che in Italia «si pone un tema di politica dei redditi in considerazione del fatto che, per un buon numero di raggruppamenti di imprese, la generazione di valore avrebbe consentito di redistribuire una parte a beneficio della conservazione del potere d’acquisto delle retribuzioni». Tutto questo «senza compromettere la congruità della remunerazione dell’azionista».
Perché i sindacati non appoggiano apertamente la rivendicazione di AVS? Forse perché molti hanno timore di affrontare la Confindustria e le altre associazioni padronali su questo terreno, e perché hanno timore di risvegliare la vecchia e buona lotta di classe. Ma nei momenti di forte crisi come quello attuale timore, prudenza e collusione non pagano. Milioni di persone non arrivano alla fine del mese. La sinistra e i partiti e i movimenti progressisti e i sindacati dovrebbero cessare di recriminare e passare ai fatti: occorre finalmente fare una battaglia politica comune per introdurre forme di indicizzazione dei salari per recuperare il potere d’acquisto delle famiglie rispetto al carovita.
Per il Capo dello Stato Sergio Mattarella è necessario che salari e redditi «corrispondano alle attese definite dalla Costituzione». L’articolo 36 prescrive che i salari siano proporzionali al lavoro svolto, sufficienti e garantiscano dignità. Per Mattarella il lavoro giustamente retribuito non è solo una questione economica: è un cemento democratico. Siamo arrivati a un punto di salari così bassi che perfino un ex democristiano moderato ci ricorda che, se il lavoro perde valore, si indebolisce l’intera economia e tutta la società. Se la gente non va più a votare è perché ha riscontrato che nessuno è disposto a battersi per instaurare una vera giustizia sociale.
I salari italiani sono i peggiori di Europa ma la sinistra italiana finge di non accorgersene. Non è un caso che dopo ottant’anni dalla proclamazione della Repubblica antifascista al potere c’è Giorgia Meloni, che antifascista certamente non è. Purtroppo la sinistra dell’establishment, la sinistra ultramoderata di Enrico Letta e di Piero Fassino, ha voltato la testa dall’altra parte di fronte milioni di famiglie preoccupate di allevare dignitosamente i loro figli, di garantire salute e istruzione, di potere pagare il mutuo.
La proposta di indicizzare gli stipendi è l’unica che può fare guadagnare il consenso di milioni di lavoratori alle forze di sinistra, anche in vista delle prossime elezioni. Il popolo è allo stremo, i salari italiani sono i più bassi d’Europa e chi vive del proprio lavoro ha bisogno di ossigeno subito, e non solo di belle parole e di (sacrosanti) diritti civili. Finalmente sembra che AVS abbia messo al centro l’indicizzazione dei salari.
Già nella conferenza stampa del luglio 2025 Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e diversi parlamentari dell’alleanza avevano lanciato una proposta di legge depositata e battezzata ’Sblocca stipendi’ per l’adeguamento automatico ogni 12 mesi dei salari all’inflazione. [6] «Da gennaio 2019 a fine 2024 “ ha detto Fratoianni” le retribuzioni contrattuali hanno avuto una perdita netta dell’11,5% del potere d’acquisto reale. Significa per uno stipendio di mille euro perderne oltre 110». Perciò il leader di AVS ha proposto l’adeguamento automatico degli stipendi del pubblico e del privato attraverso un decreto da emanare ogni anno entro il 30 di settembre. L’intenzione era di presentare questa proposta anche a Elly Schlein e a Giuseppe Conte. I due leader di AVS hanno affermato che “ove il nostro appello non fosse accolto dalla premier Meloni, sarà comunque un elemento fondamentale nella costruzione dell’alleanza per battere le destra, un caposaldo del programma per l’alternativa». Il costo è stimato di 2 miliardi ed è coperto con una stretta sulle plusvalenze delle rendite finanziarie ma, ha detto Fratoianni «siamo pronti a confrontarci».
Anche la populista Lega di Matteo Salvini ha fatto finta di annunciare un disegno di legge sui salari nell’aprile 2025. “Come Lega, stiamo lavorando per affrontare con urgenza la questione, con l’obiettivo di sostenere i lavoratori italiani, le famiglie e dare loro maggiori certezze economiche. Porteremo in Parlamento le nostre proposte per garantire retribuzioni adeguate, eque e trasparenti. Affrontare la questione dei salari bassi con posizioni ideologiche non è la strada giusta”. [7]La mozione, presentata dal deputato Claudio Durigon, sottosegretario al lavoro, prevedeva un meccanismo automatico di incremento salariale e delle pensioni collegato all’andamento dei prezzi al consumo calcolato dall’ISTAT. Il limite massimo previsto per l’adeguamento è però solo del 2% annuo. La percentuale “standard” andrebbe ridiscussa ogni 3 anni. L’obiettivo dichiarato era contrastare il dumping contrattuale, la concorrenza sleale, l’evasione fiscale e il lavoro nero. La mozione proponeva anche un «trattamento economico accessorio» collegato al costo della vita nelle diverse aree del Paese, ovvero un sistema di “gabbie salariali”. [8] Anche di questa proposta di legge però non si è sentito più parlare. Nessuno della Lega, così come nessuno del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle, vuole realmente scontrarsi con le imprese e con l’Unione Europea (contrarissima all’indicizzazione dei salari) per proteggere il livello di vita delle famiglie italiane.
Perfino Francesco Giavazzi si lamenta del fatto che le famiglie non hanno più soldi per consumare quello che l’Italia produce, e quindi per fare ripartire l’economia. [9] L’economista dell’austerità denuncia che “L’inflazione accumulata nel periodo di vigenza dell’ultimo contratto è circa il 17%. Il nuovo accordo contrattuale permette di recuperare un terzo dell’inflazione accumulata. Non basta per evitare una riduzione del potere d’acquisto. I nuovi salari lasceranno per strada circa l’11%. Tutti i contratti intervengono a posteriori, non solo quelli della pubblica amministrazione. Non riescono quindi a tenere il passo con l’inflazione. Il contratto collettivo nazionale, che da sempre il sindacato difende, non è il sistema migliore per garantire il potere d’acquisto dei salari. I sindacati si troveranno sempre a dover affrontare un problema di recupero del potere d’acquisto”. Giavazzi propone “una regola secondo la quale nel momento in cui un contratto scade e non si sia proceduto al rinnovo e quindi a un accordo, permetta di applicare aumenti che compensino l’inflazione passata”.
Federico Fubini si chiede chi ha guadagnato di più dalla riduzioni dei salari.[10] Sono stati “i lavoratori autonomi, gli azionisti delle società quotate o no, i gestori del risparmio finanziario delle famiglie da circa cinquemila miliardi? È stato il bilancio pubblico? O le società partecipate e controllate dallo Stato con il loro potere nei mercati regolamentati, i grandi manager delle aziende di successo con i loro pacchetti di stock option, o magari le società manifatturiere che competono sui mercati globali”. Fubini giunge alla conclusione che “Secondo gli analisti più attenti di Piazza Affari, quest’anno solo le grandi banche italiane quotate in borsa arriveranno a un fatturato di 75,5 miliardi di euro (quasi quattro punti di prodotto interno lordo) e avranno un risultato netto di 27,5 miliardi di euro”. L’economista del Corriere della Sera calcola anche che il margine operativo delle società a controllo pubblico è salito dal 4,5% del 2022 al 9,5% del 2024, praticamente il doppio rispetto alla media delle società private di tutti i settori (5%). E’ esploso anche il fatturato delle società a controllo pubblico, che è l’altra faccia dei costi che gli italiani sostengono che avere tutti i servizi che le società a controllo pubblico forniscono. le cosiddette «public utilities» quotate in borsa, cioè le grandi società di rete, complessivamente vedono il loro fatturato salire da 125 miliardi di euro nel 2024 a 138 circa nel 2025. È un aumento di ben oltre cinque volte l’inflazione. Insomma i salari scendono ma i profitti salgono, e la borsa azionaria va alle stelle.
AVS propone che il governo imponga un aumento dei salari in relazione ai prezzi ogni anno a settembre. La proposta è più che sensata e valida. Naturalmente la discussione sul migliore sistema di indicizzazione dei salari è comunque aperta. Ma occorre sgombrare subito il campo da un’idea pretestuosa accampata per impedire di agganciare gli stipendi all’inflazione. Secondo gli economisti liberali se i salari seguissero automaticamente la dinamica del costo della vita allora l’inflazione crescerebbe a spirale. Quindi, dicono gli economisti cinici, è meglio che i salari perdano potere d’acquisto se aumentano i prezzi, così l’inflazione non sale ulteriormente. Ma che l’aumento dei salari faccia aumentare automaticamente i prezzi è palesemente falso. Sarebbe vero se i salari crescessero subito dopo i rincari dei prezzi. Ma se il meccanismo di recupero salariale fosse ritardato, per esempio dopo sei mesi o un anno rispetto alla crescita dei prezzi, allora il feedback positivo tra l’aumento del costo del lavoro e quello dell’inflazione sarebbe in pratica annullato: l’aumento degli stipendi provocherebbe un recupero salutare e assolutamente necessario del potere d’acquisto e dei consumi, e così contribuirebbe alla ripresa dell’economia. Bloccare i salari nominali per frenare l’inflazione da costo e da speculazione – come è in effetti quella attuale – è non solo ingiusto ma anche assurdo e antisviluppo perché provoca caduta dei consumi. Ci sono altri mezzi per bloccare l’inflazione e calmierare i prezzi, a partire per esempio dal controllo sulle tariffe pubbliche e sul credito bancario.
La proposta di una “nuova scala mobile” dovrebbe dunque essere accettata da tutte le forze progressiste e popolari se la sinistra vuole realmente vincere le elezioni del 2027, e se vuole realmente evitare che il governo Meloni diventi il regime Meloni.
Una proposta da considerare per rendere automatica la compensazione del potere d’acquisto rispetto all’inflazione si basa sull’emissione di Titoli di Sconto Fiscale da parte dello Stato come sistema complementare di sostegno al reddito.[11] In tal caso lo Stato italiano dovrebbe ogni anno emettere e assegnare gratuitamente alle famiglie dei Titoli di Sconto Fiscale a maturità differita (maturità al quarto anno) in quantità tale da sostenere il reddito dei lavoratori e i consumi, e in proporzione inversa ai redditi. I TSF potrebbero essere distribuiti in quantità massiccia in caso di caduta dei consumi; potrebbero invece essere emessi in quantità limitata in caso di eccesso di domanda. Al quarto anno dall’emissione i Tsf possono essere usati per ridurre i pagamenti delle imposte, delle tasse, dei contributi, delle tariffe pubbliche, ecc. I titoli fiscali sarebbero però subito negoziabili – proprio come i Bot e i Btp – e quindi immediatamente convertibili in euro sul mercato finanziario a un tasso di sconto minimo. Così si incrementerebbe immediatamente il potere di acquisto in euro delle famiglie, e così ripartirebbero i consumi, e quindi anche gli investimenti privati.
I Tsf sono perfettamente dentro le regole dell’euro: infatti sono titoli di Stato denominati in euro – proprio come i Bot e i Btp – e non sono moneta legale, quindi non scalfiscono minimamente il monopolio della Bce sulla moneta europea. Inoltre i Tsf (a differenza per esempio dei mini-Bot proposti a suo tempo dalla Lega) non provocano deficit pubblico: alla scadenza, al quarto anno dall’emissione, i Tsf si ripagherebbero con la forte crescita del Pil nominale legata al moltiplicatore del reddito e alla crescita dell’inflazione dovuta all’aumento della domanda.
[1] Sito Web – Verdisinistra.it – È arrivato Sblocca Stipendi.
[2] Sole 24 Ore, Salari reali in Italia inferiori del 8,7% rispetto al 2008: l’impatto dell’inflazione sui bassi redditi
[3] Micromega, Enrico Grazzini, Extraprofitti e speculazione stanno strozzando i lavoratori: serve una nuova scala mobile, 9 Novembre 2023
[4] Idem
[5] Mediobanca, Dati Cumulativi di 1905 Società Italiane (2025)
[6] Sole 24 Ore, Avs presenta Pdl “sblocca-stipendi” con scala mobile 2.0, 25 luglio 2025
[7] Sole 24 Ore, Lega, in arrivo Ddl per salari equi: stipendi rivalutati del 2 per cento, 30 aprile 2025
[8] Sole 24 Ore, Dalla retribuzione equa al salario minimo: ecco le proposte di legge per alzare gli stipendi, 2 maggio 2025
[9] Corriere della Sera, Il potere d’acquisto perduto, 7 novembre 2025
[10] Newsletter Corriere della Sera, La discesa record dei salari reali in Italia (con il boom degli utili d’impresa): cosa c’è dietro la collera degli italiani, 6 ottobre 2025
[11] Social Europe, A Dual Currency System In Italy But Why Not For The Whole Eurozone?, 25th July 2018; eBook, “Per una moneta fiscale gratuita”, edito da MicroMega, scritto da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino. Di: Enrico Grazzini
Toh, alla fine sono giunti alla mia stessa conclusione, bisogna ripristinare la scala mobile. Abolirla fu un errore e i sindacati che l’accettarono dei venduti.
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Che poi è questo il motivo per cui la sinistra perde. Si lamenta ma non propone mai veramente qualcosa e il fatto che i verdi abbiamo proposto qualcosa di concreto come questo è un piccolo passo avanti che è anche necessario perché il problema dei salari in questo Paese è una questione terribilmente seria e perché è veramente indecoroso vedere persone guadagnare uno stipendio da fame e dover fare turni infernali per poter arrivare a fine mese.
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