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30 Dic , 2025|Federico Giusti e Valentina Salada
Premessa
In questi giorni di festa, per molti popoli e ampi strati delle società capitaliste c’è ben poco da celebrare, tra guerre, politiche coercitive, erosione del potere di acquisto, precarietà e tagli al welfare sociale. Non si tratta della consueta retorica buonista di sinistra, di quella solidarietà rivolta alle classi meno abbienti o ai popoli oppressi che talvolta cozza con le pratiche quotidiane: è piuttosto la constatazione di un equilibrio irrimediabilmente infranto. Oltre quarant’anni di neoliberismo hanno prodotto contraddizioni ormai insanabili, che il ritorno al bellico di certo non potrà sanare. Anzi…
In qualunque modo la si voglia leggere e catalogare, la realtà che osserviamo oggi appare, se vista con gli occhi del passato, del tutto paradossale. Quegli stessi alfieri dello Stato forte sono ora divenuti acerrimi antistatalisti.
Ciò è evidente nel settore dell’istruzione: criticano genitori e studenti impegnati politicamente, praticano repressione contro iniziative educative nel pubblico e nel privato, pur avendo in passato disprezzato le teorie pedagogiche dei nidi e delle scuole materne a contatto con la natura, si ergono a difensori di ogni esperienza pur di gettare discredito sulla gestione pubblica dei servizi educativi e non e sul ruolo stesso dello Stato.
Masochismo antistatalista e contabile nelle Università
È ormai evidente che la legge di bilancio 2026 assegnerà risorse esigue per il reclutamento di ricercatori nelle Università e negli Enti pubblici di ricerca. Un’assurdità inconcepibile, un po’ come la barzelletta delle norme sul riscatto degli anni di laurea che rischiano di penalizzare chi ha il maggior numero di anni di studio computabili: investire somme ingenti senza possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro si configura come una beffa, confermando la linea imposta dalla riforma Fornero e la accettazione della stessa da parte di chi aveva spergiurato di abrogarla.
Così come le uscite per pensionamento (facendo pesare assai meno il riscatto della laurea e allungando la durata delle finestre di uscita dal mondo del lavoro alla pensione), allo stesso modo le assunzioni saranno estremamente limitate e del tutto inadeguate a garantire la continuità dell’azione amministrativa e dei percorsi della ricerca pubblica. Manca insomma un adeguato processo di stabilizzazione che avrebbe avuto bisogno di risorse economiche ben maggiori che a loro volta avrebbero prodotto numeri adeguati ai reali fabbisogni. Ma una operazione del genere necessitava in partenza di due presupposti: il coraggio politico delle scelte (ad esempio andare in deroga ai tetti di spesa per il personale anche limitatamente alla ricerca) e la volontà di difendere l’università pubblica senza cedere alle lusinghe del privato e dei corsi di laurea telematici.
Un anno fa, con carenze di personale già macroscopiche, si decise il blocco del turnover al 75%, con l’annunciata ghigliottina sui ricercatori fin dal prossimo anno, privando così gli atenei di circa 50 milioni di euro. Per non tacer del fatto che i nuovi contratti di lavoro in base al CCNL prevedono incrementi del 6%, mentre il costo della vita è cresciuto tra il 17 e il 18%. Questo dimostra come i contratti futuri, atipici o contrattualizzati che siano, difetteranno di equità: il personale continua, infatti, a essere penalizzato dalla erosione del potere di acquisto, i salari cresceranno in misura assai minore dell’aumento del costo della vita, la promessa di stabilità poi, che al momento nemmeno intravediamo, non garantirebbe un roseo futuro, trasformandosi in uno scherzo amaro figlio del costante e onnipresente definanziamento.
Precariato diffuso e ignorato
Ignorare i problemi è diventata una prassi politica consolidata. Lo sciopero delle Università del 12 maggio scorso, che ha abbracciato il personale precario e esternalizzato, ha visto una robusta partecipazione ponendo all’ordine del giorno questioni importanti. Ci si era attivati per contrastare la più grande espulsione della storia dell’Università, con circa 30.000 contratti di lavoro in scadenza. E proprio alla luce delle potenzialità della mobilitazione, il Governo era subito corso ai ripari con l’emendamento Occhiuto – per sostituire i precari con altri precari – inserito in extremis nel decreto d’urgenza varato per la Scuola.
La precarizzazione nella Pubblica Amministrazione e nelle Università continua a essere un dato incontrovertibile, responsabile anche della fuga dei ricercatori all’estero. Solo poche centinaia di precari legati al PNRR avranno la possibilità di stabilizzazione. Cinquanta milioni in due anni, tra FFO (= Fondo di Finanziamento Ordinario, principale finanziamento statale alle università) e FOE (= Fondo Ordinario per gli Enti e le Istituzioni di Ricerca, finanzia enti di ricerca pubblici, non le università), rappresentano una goccia nel mare. Secondo i dati ministeriali, i ricercatori coinvolti, tra PNRR e no, vanno oltre le settemila unità, mentre le assunzioni previste non supereranno le 1.600 in due anni. Senza la rimozione dei tetti di spesa per il personale, ogni risultato rimane illusorio. Alla fine il problema insormontabile è dato da un fatto incontrovertibile, ossia il definanziamento reale, silenzioso e devastante dell’Università e della ricerca.
Privatizzazione e reclutamento armato
Nelle Università, il progressivo definanziamento pubblico ha reso inevitabile il ricorso a fondi privati, comprese collaborazioni con finalità militari. Molti Rettori hanno scelto di aderire all’agenda governativa, limitando la partecipazione democratica di studenti e personale tecnico-amministrativo. La logica dei finanziamenti privati condiziona la ricerca e la didattica, orientandole verso interessi esterni e a discapito della missione pubblica dell’Ateneo.
Di recente, il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna ha respinto la proposta di costruire un corso di laurea destinato esclusivamente all’Accademia militare di Modena, difendendo la libertà accademica e l’uso responsabile dei fondi pubblici.
Tuttavia, questo rifiuto non risolve i problemi strutturali del sistema universitario: carichi di lavoro insostenibili, salari stagnanti, tagli ai diritti e appalti al massimo ribasso rendono paradossale discutere di riforme o strategie per intercettare finanziamenti, mentre ciò che serve davvero è stabilizzare, assumere e finanziare chi ogni giorno tiene in piedi le università. La qualità dell’istruzione pubblica dipende dalla dignità riconosciuta a tutto il personale — chi insegna, chi ricerca, chi gestisce laboratori e biblioteche, chi mantiene i servizi — e non dai documenti strategici.
E mentre mancano risorse per le attività ordinarie e si penalizzano decine di migliaia di ricercatori precari, il corso sarà comunque attivato all’Università di Modena, attraverso il Dipartimento di Giurisprudenza, con modifiche all’ordinamento didattico per l’anno accademico 2026-2027.
In modo sincrono, in tutti gli altri atenei alcune collaborazioni con aziende e istituzioni israeliane, pur formalmente civili, comportano rischi concreti di applicazioni militari, dimostrando come proprio il finanziamento esterno possa influenzare l’ autonomia e la stessa reputazione della Università stessa.
Sanità e Università: un parallelismo evidente
Le difficoltà delle Università italiane, tra finanziamenti insufficienti e precarietà, trovano un parallelo evidente nella Sanità pubblica, anch’essa alle prese con carenze croniche e spesa ridotta nel tempo. Nelle Università, la logica è analoga: risorse pubbliche insufficienti e finanziamenti privati vincolati a interessi specifici orientano ricerca e didattica. E alla militarizzazione…
Gli scioperi di fine autunno, in particolare quello del 28 novembre promosso dal sindacalismo di base, hanno cercato di evidenziare questa imminente e grave situazione, ma, ancora una volta, invece di unire le lotte, qualcuno ha scelto di rompere l’unità delle piazze, depotenziando la mobilitazione.
Non hai soldi per vivere dignitosamente? Tranquillo, aumentano le spese militari
Mentre le Università e il welfare soffrono per mancanza di fondi, la spesa militare continua a crescere, evidenziando le priorità del governo. «1,1 miliardi per la Difesa non bastano, la spesa crescerà ulteriormente nel 2026», ha dichiarato il Ministro Crosetto. I fondi previsti saranno superati, con una crescita costante dal 2021, che porterà la spesa militare a 32,4 miliardi nel 2026. Tagli all’Università e al welfare, combinati a incrementi della spesa bellica, si profilano a partire dalla prossima primavera con il DEF.
Conclusione
La nostra organizzazione sindacale, la CUB, continuerà a lottare per un’Università pubblica, stabile, dignitosa e adeguatamente finanziata, con assunzioni e aumenti salariali significativi, contro la precarietà e le ingerenze esterne, e per rafforzare ogni forma di resistenza accademica a politiche di guerra e sfruttamento.
Solo così il sapere potrà restare un bene comune, libero e democratico, a servizio di tutti. Ma per difendere concretamente questo modello pubblico del sapere non basterà una sola, e piccola, organizzazione sindacale, urge acquisire piena consapevolezza che certi obiettivi, specie se stridono con interessi economici e politici oggi dominanti, necessitano di sostegni ben maggiori, dentro e fuori l’università.
Se il sapere è un bene della collettività, come possiamo abbandonarlo al destino delle privatizzazioni o piegarlo alle ragioni della guerra?