Hamas, il giudizio della storia

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Paola Caridi 3 Gennaio 2026

Hamas, il giudizio della storia

Paola Caridi 3 Gennaio 2026

Le pagine dell’ordinanza della procura di Genova che ricostruiscono la vicenda di Hamas sono la cartina di tornasole di un’indagine e dei suoi pregiudizi politici

Quanto conta la storia politica nell’ordinanza di un Gip? Ha un peso specifico rilevante, oppure è solamente un’analisi di contesto per capire dove si inserisce un’indagine? 

A dire il vero, domande del genere non me le ero mai poste, finché non mi sono trovata sul computer le oltre trecento pagine di ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere da parte dell’ufficio del Giudice delle indagini preliminari sull’inchiesta di presunti finanziamenti ad Hamas. Pensavo di trovarci evidenze, prove, intercettazioni. Men che mai pagine e pagine di storia di Hamas, con prese di posizione nette sulla natura ideologica del Movimento palestinese di resistenza islamica. 

È evidente che la cosa mi tocca, perché le decine di pagine dedicate alla storia di Hamas e all’islam politico in generale riguardano il mio oggetto di studio da oltre vent’anni. E so bene che alcune decine di pagine su oltre trecento possono non inficiare un’indagine. Soprattutto, non sono il cuore delle indagini che durano, a corrente alternata, da oltre vent’anni, a quanto pare di capire. Peccato, però, che quelle venti pagine sono la cartina di tornasole di vari elementi presenti nel testo. Il primo: non viene mai indicata la fonte di una storia che, programmaticamente, sceglie una precisa angolazione e ha un taglio preciso (israeliano?). Non un libro accademico, non una fonte consolidata dal punto di vista dello studio di Hamas (ce ne sono parecchi, di studi, libri e saggi, in diverse lingue… ben oltre il mio). Pochissime le note, comprese quelle a qualche intervista, veicolata peraltro attraverso Memri, co-fondata da Yigal Carmon, membro dell’intelligence israeliana, e organismo di ascolto dei media in arabo che è al centro da decenni di critiche per la sua parzialità.

Nella prima parte dell’ordinanza, oltre venti pagine vengono dedicate alla storia del Movimento di resistenza islamica palestinese. Oltre venti pagine tutte assieme. Poi ce ne sono altre, qui e là, in cui parti della storia di Hamas sono inserite all’interno di spiegazioni riguardanti nello specifico le indagini. Le venti pagine sulla quarantennale storia di Hamas, a dire il vero, si concentrano in massima parte a discettare in modo quasi filologico se il Mithaq (la carta fondativa, definita però Covenant, con il termine inglese [sic!]) del 1988 sia stato superato dalla Dichiarazione di principi del 2017, l’ultimo documento di indirizzo politico deciso da tutta la struttura di Hamas in un lungo processo di esame e approvazione del testo. È una scelta quanto meno singolare, visto che le venti pagine non si occupano di tutta la complessa storia politica e di organizzazione interna di Hamas. La storia di un movimento politico in un territorio occupato (la Palestina) liquidata al solo statuto fondativo, come se una carta fondativa possa racchiudere il percorso molto complesso di un soggetto politico che ha partecipato alle elezioni parlamentari ed è divenuto forza di governo nel 2006, pur se ritenuto terrorista dagli Stati uniti. 

Io preferisco, come si sa, definirlo un movimento politico che ha usato volontariamente strumenti terroristici. Per meglio dire, ha commesso crimini (crimini contro i civili, crimini contro l’umanità): non è un dettaglio, è anzi un’accusa più grave, visto che il terrorismo non ha una definizione condivisa dal punto di vista internazionale poiché le Nazioni unite (di cui l’Italia fa parte, eccome, e ora sembra sia necessario addirittura ricordarlo ai nostri governanti) non sono riuscite a metter su una convenzione per arrivare a una intesa globale. 

Torniamo, però, alla Carta fondativa. Il Mithaq. Si tratta di un documento su cui la polemica è stata talmente pesante da oscurare tutto il resto. O almeno, questo è stato il tentativo da parte di Israele, i suoi governi e le istituzioni (compresi i think tank e l’intelligence), che nella narrazione ufficiale si sono concentrati – appunto – solo sulla carta del 1988. Come se nulla sia cambiato  nei decenni successivi. La stessa leadership di Hamas ha espresso le critiche al Mithaq, e non sui suoi organi ufficiali o ufficiosi, bensì su un quotidiano statunitense di specchiata fama come il Los Angeles Times, in un commento a firma di Musa Abu Marzuq, tra i leader politici di più lungo corso del movimento islamista palestinese. «La Carta resa pubblica nell’agosto 1988 ha compiuto il suo tempo, anzi, dev’essere conchiusa nel suo, di tempo. Quello in cui fu scritta,» scriveva Abu Marzuq in un commento del 10 luglio 2007, nel suo ruolo di numero due dell’ufficio politico di Hamas – «come un documento essenzialmente rivoluzionario, nato dalle condizioni intollerabili in cui si viveva sotto occupazione, più di vent’anni fa». Abu Marzuq va oltre, e appaia il manifesto di Hamas agli altri «documenti fondativi rivoluzionari», come la Dichiarazione d’indipendenza americana, che «semplicemente non conteneva il diritto all’uguaglianza per settecentomila schiavi africani», o la legge fondamentale con la quale Israele «dichiara esplicitamente sé stesso come uno Stato per gli ebrei, conferendo loro uno status privilegiato basato sulla fede, in una terra dove milioni di abitanti sono arabi, musulmani e cristiani». 

Nelle pagine di disamina di Hamas, poi, si passa di punto in bianco dal Mithaq alla Dichiarazione di principi e politiche generali, reso pubblico il primo maggio 2017 in una sala dell’hotel Sheraton di Doha. Come se trent’anni fossero passati nel nulla: il rigetto di Oslo, l’inizio della stagione degli attentati suicidi  e contro i civili (compiuti dalle ali armate di tutte le fazioni palestinesi…) lunga oltre un decennio, la seconda intifada, gli omicidi mirati extragiudiziali dei leader di Hamas da parte di Israele, e poi la sospensione degli attentati, la svolta partecipazionista, la spaccatura tra Fatah e Hamas, e via elencando… Ancora una volta, dunque, si aderisce alla narrazione ufficiale israeliana (non quella di chi, israeliano, ha studiato seriamente l’islam politico e anche Hamas) che parla dell’uso di una doppia lingua e, andando oltre, mette l’intera galassia islamista in un unico contenitore. Il contenitore del jihadismo, come fa anche chi, nell’ordinanza, è l’estensore delle pagine di contestualizzazione. 

È però sulla struttura interna di Hamas e di decisivi passaggi politici che quello che si legge diviene a dir poco problematico. A partire dalla divisione della struttura organizzativa in tre settori, definiti «comparti». Immagino ci si riferisca a quelle che, tra gli specialisti, vengono definite le «circoscrizioni», le constituency. Non sono solo tre. Sono quattro. A quelle indicate (Gaza, Cisgiordania, Estero), manca una delle più determinanti. La circoscrizione delle prigioni, e cioè l’unica circoscrizione non territoriale, quella che racchiude l’esercizio della militanza politica all’interno delle carceri israeliane. Lungi dall’essere una circoscrizione di risulta, quella delle Prigioni è stata così determinante nella storia di Hamas da aver avuto la meglio nella votazione per la svolta partecipazionista del 2005 e la sospensione degli attentati suicidi. Ed  è stata successivamente, peraltro, la circoscrizione che ha espresso uno dei dirigenti di Hamas che più ha segnato (purtroppo) la storia del movimento dal 2012 sino al 2023, per oltre un decennio. È un nome divenuto noto al grande pubblico, ahimè: si chiamava Yahya Sinwar.  

E da ultimo, un accenno a quel pezzo di storia di Hamas liquidato in quattro righe. La partecipazione di Hamas alle elezioni del gennaio 2006 per il rinnovo del parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, sancite da tutta la comunità internazionale, compresa l’Unione europea, compresa l’Italia. Ecco le righe: «Nel 2006, Hamas ha vinto le elezioni legislative palestinesi, al termine di una campagna incentrata sulla resistenza armata palestinese contra l’occupazione israeliana e assicurandosi, così, la maggioranza all’interno del Consiglio nazionale palestinese». 

Sono certa che una lettura di questo tipo sia di fonte israeliana: nessuno degli studiosi più importanti si è mai sognato (e sognata) di liquidare una questione così complessa in una definizione così tranchant, che non corrisponde alla realtà dei fatti. Lo dico da storica e giornalista. Ero lì, a Gerusalemme, a occuparmi proprio di quella campagna elettorale, che ho seguito in Cisgiordania e a Gerusalemme est. La questione della resistenza armata non è stata affatto al centro delle elezioni, e il programma di Hamas – consultabile online – parlava di tutt’altro. Di economia, di governance locale e dell’Anp, di lotta alla corruzione. Di welfare, per sostenere una popolazione piegata dall’occupazione israeliana. Su questo programma ha vinto le elezioni, con voti che sono persino arrivati da palestinesi cristiani…

Se vado così nel dettaglio (e potrei continuare, soprattutto sulla più generale, per meglio dire, generica descrizione dell’islam politico) è perché ritengo che molto del materiale usato venga da fonti ufficiali israeliane. Non da fonti accademiche, non da fonti giornalistiche internazionali, non dalla lettura degli studi palestinesi.

Chi vuole, invece, può andare ben oltre la mia ricerca storica su Hamas. Per addentare veramente la storia del movimento islamista, consiglio almeno una decina di ricerche storiche e politologiche che arrivano da tutto il mondo. A cominciare da uno dei testi più importanti sui primi anni e sull’islam politico palestinese, scritto da Beverley Milton Edwards, sino alla storia socio-economica di Gaza a cui una maestra come Sara Roy ha dedicato buona parte della sua vita di studiosa, a Harvard. E poi – per far comprendere quanto questo filone di ricerca comprenda vecchie e nuove generazioni, e tra loro molte donne – ci sono i testi di Leyla Seurat. Da accompagnare alle ricerche di alta qualità di Khaled Hroub, Tareq Baconi, Martin Kear, Somdeep Sen. 

L’esempio sulle carte fondative e il minimo accenno a una bibliografia seria su Hamas non vogliono essere lezioni da impartire agli inquirenti. Sono consigli per evitare di cadere in trappole interpretative quando si ha a che fare con materiale complesso e delicato, dal punto di vista storico-politico. Soprattutto se a fornire le informazioni è non solo l’avversario, in questo caso Israele e le sue istituzioni, ma in questi due anni l’avversario è l’esecutore di un genocidio. Come considerare neutrali informazioni che arrivano da Tel Aviv mentre le diverse Corti internazionali hanno già emesso sentenze, dispositivi e addirittura un mandato internazionale di arresto verso il capo del governo, Benjamin Netanyahu? E come considerare affidabili documenti raccolti dalle forze armate israeliane nel Territorio palestinese occupato, non solo dal 7 ottobre 2023, ma nei vent’anni precedenti in cui si è dispiegata questa inchiesta? 

Defensive Shield, l’operazione militare israeliana del 2002 citata nell’ordinanza, è stata una delle pagine più problematiche – uso ovviamente un eufemismo – nella storia della repressione armata israeliana in Cisgiordania. Soprattutto a Jenin. Basta leggere non solo resoconti, ma romanzi di livello altissimo (Una primavera di fuoco di Sahar Khalifeh) e documentari (Arna’s Children di Juliano Meir Khamis) e film (Jenin Jenin di Mohammed Bakri, scomparso da pochi giorni). Come sono stati raccolti documenti dalle truppe di occupazione che in decenni hanno chiuso scuole, associazioni, centri ricreativi, e uffici giornalistici come, il più recente, la sede di Al Jazeera a Ramallah?

* Paola Caridi è saggista e giornalista. Si occupa da oltre vent’anni di storia politica contemporanea del mondo arabo. Il suo ultimo libro è Sudari: Elegia per Gaza (Feltrinelli, 2025). 

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