Il nemico necessario: da Parigi a Torino

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/i

Redazione

Come il fascismo 2.0 trasforma la politica in “ordine pubblico”

di Mario Sommella (*)

C’è un filo che unisce due scene solo apparentemente lontane. La prima è un convegno internazionale a Parigi dedicato a «neoliberalismi, neofascismi, neopopulismi», con una traccia dichiaratamente foucaultiana («Spettri di Foucault») e l’allarme, lucidissimo, sul ritorno del fascismo come dispositivo moderno di governo. La seconda è Torino, corso Regina Margherita 47 con lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il quartiere blindato, le cariche, gli idranti, i lacrimogeni, la narrazione pubblica ridotta a un unico spartito: sicurezza, decoro, legalità.

Se vogliamo capire che cosa sta succedendo, dobbiamo guardare quel filo senza spezzarlo. Perché il punto non è Askatasuna “in sé”, e non è nemmeno la singola misura repressiva “in sé”. Il punto è la tecnica politica che torna, aggiornata: creare il nemico per governare, dividere per comandare, usare paura e disciplinamento come collante di un ordine sociale sempre più ingiusto. È il fascismo senza fez e senza olio di ricino: cravatta blu, talk show, algoritmi, decreti, questure. È un fascismo 2.0, che ha imparato a presentarsi come semplice amministrazione dell’esistente.

La fabbrica del nemico: quando la guerra entra nella politica

Nel ragionamento emerso a Parigi, e rilanciato con forza da chi in quell’ambiente ha ancora la statura dei “grandi vecchi” della teoria critica, il fascismo non è un’icona museale: è un risultato politico possibile quando il liberalismo si corrompe, quando il neoliberismo si fa autoritario, quando il turbocapitalismo (oggi tecnocapitalismo) ha bisogno di una società docile, sorvegliata, mobilitata e divisa.

Qui sta il cuore del meccanismo: per trasformare una comunità in una folla governabile, serve una minaccia continua. Un nemico “alle porte” e, soprattutto, un nemico “interno” da stanare. A quel punto la politica smette di essere confronto e diventa prosecuzione del conflitto con altri mezzi: una guerra a bassa intensità condotta dentro la società, sulle parole, sulle immagini, sulle categorie morali. E più cresce l’insicurezza materiale, più questo teatro funziona: perché la paura cerca scorciatoie, e il potere è sempre felice di offrirgliene una.

Torino, corso Regina 47: un caso che parla a tutto il Paese

Dentro questa cornice, Askatasuna diventa un simbolo comodo. Non perché “tutto sia giusto” o “tutto sia sbagliato” in ciò che ruota attorno a un centro sociale. Ma perché uno spazio così, quando è radicato, quando produce mutualismo, cultura, relazioni, perfino una forma di socialità non mercificata, è l’esatto contrario della cittadinanza passiva che il neoliberismo preferisce. E quindi va ricondotto a problema di ordine pubblico.

I fatti recenti sono noti: il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato il 18 dicembre 2025, con un’operazione della Digos; nei giorni successivi si sono svolte manifestazioni e scontri, con l’uso di idranti e lacrimogeni e una città messa in assetto di contenimento.

Il messaggio politico è stato esplicito anche nelle dichiarazioni: il ministro dell’Interno ha rivendicato una linea di “sgomberi” e una regola operativa di intervento rapido sulle nuove occupazioni, presentando l’azione come segnale dello Stato e come parte di una strategia più ampia.

Ma c’è un dettaglio che, se lo guardi bene, illumina la scena: negli stessi mesi in cui si discuteva del destino di Askatasuna, emergeva anche il percorso (difficile e contestato) di riconoscimento/coprogettazione con il Comune come “bene comune”, cioè come spazio da normare e rendere trasparente senza cancellarne la funzione sociale. Ed è qui che la vicenda diventa rivelatrice: quando un territorio tenta una mediazione amministrativa e politica, il potere centrale può scegliere la scorciatoia muscolare, scavalcando la grammatica locale e imponendo la grammatica nazionale dell’emergenza.

Non solo: sul piano giudiziario, nel maxi-processo legato ad Askatasuna, l’impianto più pesante (l’associazione a delinquere) è stato respinto in primo grado, pur restando condanne per singoli reati. Questo non “assolve” un mondo, ma mostra quanto sia delicata la linea che separa la giustizia dai teoremi politici.

La base materiale: salari, precarietà, frustrazione come carburante politico

La fabbrica del nemico non nasce nel vuoto. Ha bisogno di un combustibile sociale. E quel combustibile, in Italia, è la fatica quotidiana: lavoro povero, precarietà, ascensore sociale rotto, rabbia che non trova rappresentanza. Quando le condizioni materiali peggiorano, il potere ha due strade: redistribuire o distrarre. La prima costa. La seconda rende.

Qui i numeri sono impietosi: l’OCSE ha segnalato che l’Italia è tra i Paesi dove la caduta dei salari reali è stata più marcata tra le grandi economie, e che a inizio 2024 i salari reali erano ancora sotto i livelli pre-pandemia.
In parallelo, le statistiche europee sui costi del lavoro mostrano fratture enormi tra Paesi UE, che alimentano competizione al ribasso e insicurezza sociale.

In un contesto così, l’ossessione per il “nemico interno” diventa una scorciatoia narrativa perfetta: sposti l’asse dal conflitto verticale (chi concentra ricchezza e potere, chi lavora e perde terreno) al conflitto orizzontale (noi contro loro), e il gioco è fatto. Il nemico è il migrante, il “fannullone”, l’attivista, lo studente, il centro sociale, il picchetto, il corteo. Intanto, però, le gerarchie sociali si irrigidiscono e gli apparati di controllo si espandono, anche grazie alle tecnologie che colonizzano attenzione e immaginario. È esattamente ciò che, a Parigi, veniva descritto come ritorno del fascismo nella forma della mobilitazione permanente e della sorveglianza normalizzata.

Askatasuna come cartina di tornasole: colpire l’esempio, non solo il luogo

Ecco perché Askatasuna non è solo un indirizzo. È una cartina di tornasole.

Uno spazio fisico di aggregazione autonoma, se funziona davvero, produce tre cose che al potere danno fastidio:
produce legami (quindi fiducia tra persone non “intermediate”);
produce pratiche (mutualismo, cultura, autoformazione);
produce senso comune alternativo (cioè un’altra idea di normalità).

Per dirla in modo semplice: se in un quartiere esiste un luogo dove la gente impara che si può vivere anche senza chiedere il permesso al mercato per ogni respiro, quel luogo è un precedente. E i precedenti, in politica, sono più pericolosi delle parole.

Da qui la logica dell’esibizione muscolare: non basta chiudere una porta, bisogna mostrare che la porta la chiude “lo Stato”, e che chi prova a riaprirla verrà trattato come minaccia. È un teatro pedagogico: serve a educare, non solo a reprimere.

Che fare: cento spazi, mille ponti, una politica che torni a respirare

La risposta più intelligente, paradossalmente, è già dentro il problema: ricostruire luoghi. Luoghi fisici, non solo pagine social. Luoghi dove la politica torna a essere relazione, organizzazione, cura, conflitto ragionato. Perché se il fascismo 2.0 lavora sulla solitudine e sulla paura, l’antidoto è comunità e coraggio.

Non si tratta di santificare ogni esperienza, né di inseguire avanguardie autoreferenziali. Si tratta di una cosa più difficile e più concreta: creare spazi “abitabili” anche da chi oggi non milita, da chi diffida dei partiti, da chi ha smesso di credere alle sigle ma non ha smesso di avere bisogno di senso e dignità. E allora sì, l’idea “facciamone cento, mille” non è retorica: è un programma minimo di difesa democratica.

Perché il vero spartiacque, oggi, è questo: o accettiamo che la politica diventi una questione di polizia, o ricominciamo a fare politica come costruzione di popolo, nel senso più alto e costituzionale del termine. Senza nemici inventati. Con i conflitti reali messi finalmente sul tavolo: lavoro, diritti, disuguaglianze, guerra, riarmo, autoritarismo strisciante.

Fonti essenziali
• Angelo d’Orsi, “La creazione del nemico è un nuovo ‘fascismo 2.0’”, Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2025.
• Cronache sullo sgombero di Askatasuna e sulle manifestazioni (ANSA; RaiNews; Sky TG24).
• Interventi e interviste del ministro dell’Interno sul tema sgomberi (Ministero dell’Interno).
• Dibattito su coprogettazione/beni comuni e iter amministrativo (Jacobin Italia; il manifesto).
• Esiti e quadro del maxi-processo (il manifesto; La Stampa).
• Dati su salari reali e mercato del lavoro (OCSE; Eurostat).

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

LE IMMAGINI sono scelte dalla “bottega”. In alto una vignetta di Mauro Biani e qui sopra una maglietta indossata di recente da Robert De Niro.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.