“Maduro è stato catturato”: la sovranità trasformata in retata

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3 Gen , 2026|Giuseppe Gagliano

rump lo ha detto senza esitazioni, con la naturalezza di chi annuncia il risultato di una partita di golf: “Maduro è stato catturato”. Non arrestato, non deposto, non sconfitto. Catturato. Termine da cacciatori di taglie, non da diritto internazionale. E già portato fuori dal Paese, come un pacco ingombrante. In un colpo solo, il Venezuela passa da Stato sovrano a scena del crimine, e il suo presidente da capo di governo a latitante globale. Il tutto senza dichiarazioni di guerra, senza un voto del Congresso, senza un dibattito pubblico degno di questo nome. Basta un post. E la geopolitica si fa su Truth.

La narrazione è quella collaudata da decenni, rassicurante nella sua brutalità: Maduro non è un presidente ma un boss, il Venezuela non è un Paese ma un covo, l’operazione non è una guerra ma una retata internazionale. È la polizia del mondo che entra in azione. Peccato che quando la guerra si traveste da polizia, salti l’ultimo argine rimasto: la sovranità. E quando salta quella di uno, salta potenzialmente quella di tutti.

Il paragone che torna alla mente è Panama 1989, Manuel Noriega prelevato come un pacco scomodo. Ma il Venezuela non è Panama e Maduro non è Noriega. Qui non c’è solo un uomo da rimuovere, c’è un sistema da smontare. Qui c’è il petrolio, c’è una lunga storia di sanzioni, strangolamenti economici, opposizioni telecomandate, e soprattutto c’è un messaggio chiarissimo: se decidiamo che sei un criminale, possiamo venirti a prendere ovunque. Processo opzionale, diritto internazionale archiviato.

E c’è un dettaglio che molti fingono di non vedere: se Maduro è davvero stato catturato, qualcuno dentro il sistema venezuelano ha aperto la porta. Tradimento, collasso, complicità? In ogni caso non è una vittoria chirurgica. È l’inizio di un problema enorme. Perché togliere il vertice non significa controllare ciò che resta. Spesso significa scoperchiare un caos che prima era tenuto insieme, nel bene e nel male, da un potere centrale.

Qui entra in gioco il vero nodo, quello che non compare nei comunicati ufficiali: le risorse. La decapitazione politica del regime venezuelano non è un atto morale, né un’operazione di giustizia universale. È una scelta economica fredda, strutturale, maturata da tempo a Washington. Quando un Paese possiede una quantità anomala di risorse strategiche, la politica diventa inseparabile dall’economia, e l’economia dalla sicurezza. Colpire il vertice significa tentare di spezzare la catena di comando che governa l’accesso alle ricchezze.

Il Venezuela resta una superpotenza energetica incompiuta. La sua anomalia non è la scarsità, ma l’abbondanza: le più grandi riserve petrolifere certificate al mondo, in gran parte pesanti e difficili, che richiedono tecnologia, capitali e una filiera industriale stabile. Il problema per Washington non è che Caracas produca poco petrolio. Il problema è che quel poco che produce è politicamente sottratto. E che il potenziale futuro, se liberato, potrebbe ridisegnare equilibri regionali e mercati globali.

Maduro ha trasformato l’energia in uno strumento di resistenza geopolitica. Contratti opachi, scambi in natura, triangolazioni con Cina, Russia e Iran, pagamenti fuori dal circuito occidentale, elusione sistematica delle sanzioni. Un’economia di sopravvivenza che non è solo economica, ma protetta da apparati militari e di sicurezza. Finché il vertice resta in piedi, questa architettura parallela sopravvive. La “normalizzazione” non passa da un negoziato: passa dalla rimozione del custode.

Colpire il capo significa dunque riaprire il mercato. Un Venezuela negoziabile è utile: concede licenze, riapre concessioni, garantisce investimenti. Un Venezuela che tratta senza cedere il controllo sovrano delle risorse è inutile e pericoloso. Dimostra che si può resistere, aggirare il dollaro, sopravvivere alle sanzioni. Questo è il tabù che Washington non può permettersi.

Accanto al petrolio c’è il capitolo delle materie prime strategiche. Il Venezuela non è ancora il perno del litio come Bolivia o Cile, ma possiede giacimenti, margini di sviluppo e soprattutto territori scarsamente regolati, ideali per future estrazioni di litio, coltan, oro e terre rare. In un mondo di transizione energetica e guerra delle filiere, gli Stati Uniti non possono accettare che nuovi nodi critici finiscano stabilmente sotto influenza cinese o russa.

Non a caso Pechino ha investito per anni in infrastrutture e credito, accettando perdite e dilazioni pur di consolidare una presenza strategica. Mosca ha usato Caracas come piattaforma geopolitica e laboratorio per aggirare le sanzioni. Finché il potere resta concentrato, questi accordi tengono. Se il vertice cade, tutto diventa rinegoziabile. E contendibile.

C’è poi il precedente. Un Paese che sopravvive alle sanzioni, riduce la dipendenza dal dollaro e mantiene il controllo delle proprie risorse manda un messaggio pericoloso ad altri produttori. Il Venezuela non è solo un caso latinoamericano: è un modello potenziale di disobbedienza economica. Smantellarlo serve a riaffermare una regola non scritta: le risorse strategiche devono stare dentro un ordine controllabile. Chi ne esce, viene riportato dentro. Con le buone o con le cattive.

Infine, la politica interna americana. La “guerra al narco-Stato” è un frame perfetto: unisce sicurezza, immigrazione, criminalità e consenso elettorale. Ma sotto la morale di facciata resta la sostanza: stabilità dei prezzi energetici, controllo delle filiere, contenimento delle potenze rivali nell’emisfero occidentale.

La domanda vera non è se Maduro sia caduto. È cosa nasce dopo. Perché la storia insegna una lezione che a Washington fingono sempre di dimenticare: rovesciare un uomo è facile, costruire un ordine è difficilissimo. E quando la guerra viene venduta come pulizia etica, di solito lascia dietro di sé solo più sporco. Di: Giuseppe Gagliano

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