Trump, il Nobel della guerra

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Salvatore Cannavò 3 Gennaio 2026

Trump, il Nobel della guerra

Salvatore Cannavò 3 Gennaio 2026

L’attacco al Venezuela rappresenta un nuovo tassello di demolizione del diritto internazionale e di affermazione della legge del più forte cara al presidente Usa. Un atto che serve a impossessarsi delle riserve petrolifere di Caracas e alimenta la crescente guerra globale

Il presidente che aspira al Nobel per la pace ha bombardato una grande città dell’America del sud, facendo morti e feriti, catturato il presidente regolarmente eletto di una nazione sovrana, violato la legalità internazionale, creato una dimensione crescente di guerra globale, ribadito la legge che sembra ormai inesorabilmente governare il pianeta, quella del più forte. 

L’azione contro il Venezuela è stata preparata da settimane e mesi di avvertimenti mafiosi e bellicisti, ed è stata portata a termine nelle modalità tipiche dell’imperialismo statunitense che, paradossalmente, ha dimostrato al nuovo alleato russo come si fa a impadronirsi di un paese nemico. Quello che non riuscì a Putin con Volodomyr Zelensky – catturarlo a Kiev e installare un governo filo-russo – potrebbe invece riuscire agli Stati uniti che non fanno mistero di voler installare a Caracas un nuovo governo, amico degli Usa e garante di quel «corollario Trump» alla Dottrina Monroe, fissato nella nuova Strategia di Sicurezza nazionale varata dagli Stati uniti lo scorso novembre.

Il corollario Trump

In quella Strategia ci sono gli elementi chiave per capire perché Caracas sia stata attaccata e cosa gli Usa vogliono da questa azione militare: «Vogliamo garantire – si legge nel documento statunitense siglato da Donald Trump – che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e sufficientemente ben governato da prevenire e scoraggiare la migrazione di massa verso gli Stati uniti; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro i narcoterroristi, i cartelli e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dal controllo di beni strategici e che sostenga le catene di approvvigionamento critiche; e vogliamo garantire il nostro accesso continuo a luoghi strategici chiave. In altre parole, affermeremo e applicheremo un ‘Corollario Trump’ alla Dottrina Monroe». 

Su questo Corollario la Strategia nazionale si sofferma in un intero paragrafo poco più avanti sostenendo che «dopo anni di abbandono, gli Stati uniti riaffermeranno e applicheranno la dottrina Monroe per ripristinare la supremazia americana nell’emisfero occidentale e per proteggere la nostra patria e il nostro accesso alle aree geografiche chiave in tutta la regione». Appare chiaro come l’obiettivo sia quello di ripristinare il controllo sulle risorse energetiche del continente. 

Il Venezuela detiene le principali riserve di petrolio al mondo, il 17% circa, più dei principali paesi produttori, il suo petrolio rappresenta oltre l’80% delle sue entrate, ma soprattutto questa risorsa preziosa prende, per oltre l’80%, la via della Cina mentre nel rapporto con gli Usa prevalgono le sanzioni reciproche dettate da uno scontro che dura ormai da decenni e che salva solo la multinazionale Chevron. Soprattutto, il petrolio venezuelano è gestito dalla compagnia statale Pdvsa saldamente sotto il controllo del governo e che diventa ora il vero obiettivo statunitense. La conquista di Caracas, vero target della notte brava, ha lo scopo di ridurre il legame diretto tra Venezuela e Cina, il vero concorrente degli Stati uniti nella regione. Non a caso in quella Strategia si precisa che «negheremo ai concorrenti non appartenenti all’emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero». Eccolo, dunque, il «corollario di Trump» alla Dottrina Monroe. 

Questo approccio è ribadito quando si delinea la strategia del «coinvolgere ed espandere» in America latina dove «espandere» significa che le «nazioni ci vedano come il loro partner di prima scelta» scoraggiando «(attraverso vari mezzi) la loro collaborazione con altri». «I concorrenti non emisferici – si legge ancora – hanno fatto importanti incursioni nel nostro emisfero, sia per danneggiarci economicamente nel presente, sia in modi che potrebbero danneggiarci strategicamente in futuro. Permettere queste incursioni senza una seria reazione è un altro grande errore strategico americano degli ultimi decenni». Si tratta di rafforzare la «preminenza» degli Usa nell’emisfero limitando al massimo «l’influenza ostile esterna».

La legge del più forte

Qui c’è il fondamento razionale di quanto avvenuto nella notte del 3 gennaio, la strategia economica e geopolitica che spiega un attacco spregiudicato e figlio della più lucida strategia degli Stati uniti, tanto determinata quanto illegale. E che ribadisce la tendenza di fondo della politica internazionale del nostro tempo, la prevalenza assoluta del diritto del più forte contro qualsiasi parvenza di diritto internazionale spazzato via senza alcuna remora o giustificazione. 

Tendenza ben affermata da Israele con i bombardamenti indiscriminati contro nazioni sovrane come il Libano e l’Iran e che ha raggiunto il suo apice nel genocidio indisturbato avvenuto a Gaza. È la stessa legge che ha provato a imporre Vladimir Putin con l’invasione illegale di un paese sovrano, violando le regole che hanno fondato le Nazioni unite di cui pure la Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza e quindi, sulla carta, uno dei massimi difensori. L’invasione dell’Ucraina, però, ha avuto la condanna netta di tutto l’emisfero occidentale che si è mobilitato come mai prima, anche con la fornitura di mezzi militari, mentre le azioni di Israele e oggi quelle degli Stati uniti, vengono sostanzialmente appoggiate. Reazioni che non limitano la gravità dell’invasione russa dell’Ucraina, ma che spiegano la sostanza dei rapporti e delle strategie internazionali e mostrano la determinazione del fronte occidentale a condurre la propria strategia espansionista e militare. 

La demolizione del diritto internazionale, non a caso, viene veicolata e affermata proprio dai paesi occidentali che, sempre sulla carta, dovrebbero essere i primi difensori dello Stato di diritto. Sono proprio gli Stati uniti a precisare, nella loro Strategia di sicurezza nazionale, il concetto: «La forza è il miglior deterrente. I paesi o altri attori sufficientemente dissuasi dal minacciare gli interessi americani non lo faranno». 

È la forza che regolerà la nuova fase di instabilità internazionale e che, al di là dei vari singoli conflitti, cova almeno da quando la crescente crisi della globalizzazione ha riproposto una classica logica di confronto e scontro tra imperialismi concorrenti, Cina e Usa in primo luogo con l’azione conseguente di Russia e Unione europea. L’azione di Trump si inscrive in questo quadro, ma riesce a esprimere anche una determinazione e una violenza maggiore. La cattura di un presidente straniero è qualcosa di eclatante: gli Usa l’avevano già realizzata catturando nel 1989 Manuel Noriega, «faccia d’Ananas», il capo militare di Panama, foraggiato per anni dalla Cia e poi, con un cambio di strategia dell’Amministrazione Bush senior, passato nella lista dei cattivi e quindi imprigionato (morirà a Panama nel 2017). Paragonare Maduro a Noriega è una falsificazione storica nonostante il regime di Maduro sia contestabile e contestato anche da forze, come il Partito comunista del Venezuela, che avevano sostenuto l’ascesa di Hugo Chavez e che oggi, nonostante prenda nettamente posizione contro «l’attacco imperialista» degli Usa, non può non ricordare «la deriva autoritaria» di Maduro e la sua «politica repressiva che, soprattutto a partire dal 28 luglio 2024, ha di fatto annullato i diritti politici, sociali e lavorativi sanciti dalla Costituzione». Ma, pur in una situazione di regressione politica, le accuse di essere un boss del narcotraffico nei confronti del presidente venezuelano, minacciato di «processo» da parte del Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, non sono credibili per nessuno. Costituiscono un chiaro pretesto per arrivare alla situazione attuale. Così come lo è stato il premio Nobel per la pace a Maria Corina Machado, oppositrice venezuelana di marca liberista e che si è distinta, dopo l’ottenimento del premio, per gli elogi a Benjamin Netanyahu riguardo all’azione di Israele contro Gaza. 

Del resto, viviamo in tempi in cui il Nobel per la pace è preteso dallo stesso Trump che rapisce un presidente straniero, e che riceve un premio per la pace dal presidente della Fifa Giovanni Infantino. Perché a questo punto non premiare lo stesso premier israeliano?

Tutti contro tutti

Quello che appare chiaro, in ogni caso, è che l’ultima emergenza non rappresenta un caso isolato o circoscrivibile all’emisfero caro a Trump, ma si inserisce e rappresenta un tassello del contesto di guerra globale. C’è un filo di continuità tra le tante guerre innestate negli ultimi anni e che rappresenta una nuova mappatura del mondo, una misurazione dei rapporti di forza e di contesa globale. Lo scontro tra Washington e Pechino è sullo sfondo a spiegare il contesto che ci proietta in un quadro sempre più simile alla fase precedente alla Prima guerra mondiale: la crisi economica acuisce le pretese nazionali e nazionalistiche e i desideri di potenza o di preservazione delle proprie economie. Questo vale per tutti i concorrenti, dagli Usa alla Cina alla Russia (che infatti condanna l’aggressione armata di Trump, nonostante i buoni rapporti con questi). 

Non esiste al momento un «campo» buono in grado di fare da contraltare ai desideri di potenza, per quanto va osservato che la strategia più conveniente alla Cina e a diversi paesi del Sud globale, come il Brasile o l’India, sia quella di un governo multilaterale del mondo, come ambiente più favorevole a garantire la loro maggiore dinamicità economica. 

L’unico campo progressivo che potrebbe fare la differenza è quello pacifista così come si è manifestato nei giorni in cui la Flotilla viaggiava verso Gaza. Quella è la risorsa che resta a disposizione, con le difficoltà e i limiti che conosciamo, ma che in parte ha costretto Israele ad accettare la pur fragile, e anche ipocrita, tregua dei bombardamenti sulla Striscia. Si tratta del campo delle resistenze popolari che, ad esempio, oggi manifestano coraggiosamente a Teheran. Solo una dimensione globale di queste resistenze e la loro capacità di incidere nuovamente sugli equilibri globali potrebbe aiutare a spostare il baricentro mondiale dall’asse della guerra a quello di un nuovo diritto dei popoli.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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