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ByZela Santi 31 Dicembre 2025
Il caso Hannoun riapre vecchie accuse archiviate, rilette alla luce del dopo 7 ottobre. Ong, attivismo e aiuti umanitari finiscono nel mirino su input dell’intelligence israeliana. Ma può uno Stato di diritto fondarsi su dossier militari?
Caso Hannoun, il teorema permanente
C’è un elemento che colpisce, più di ogni altro, nelle carte giudiziarie che riguardano Mohammad Hannoun: non ciò che emerge, ma ciò che ritorna. Stessi fatti, stesse condotte, stesso perimetro politico e associativo. A cambiare non sono i comportamenti, bensì il contesto geopolitico che li interpreta. E, soprattutto, il filtro ideologico attraverso cui vengono letti.
Hannoun, figura storica della diaspora palestinese in Italia, era noto alle autorità fin dai primi anni Novanta per i suoi rapporti con ambienti riconducibili ad Hamas. Nulla di occulto, nulla di improvviso. Quelle relazioni erano già finite sotto la lente giudiziaria nel 2006 e nel 2010, con esiti netti: archiviazioni motivate dall’assenza di prove su un finanziamento diretto alla lotta armata. Non simpatie politiche, non contatti ideologici, ma prove. Che allora non c’erano. Oggi, improvvisamente, sì.
Il salto logico è evidente: ciò che per decenni era stato considerato politicamente connotato ma giuridicamente irrilevante, diventa ora indizio decisivo di appartenenza terroristica. Hannoun non è più un attivista con relazioni scomode, ma il presunto vertice di una “cellula italiana di Hamas”. Una definizione che dice molto più sul clima che sull’impianto probatorio.
Il dopo 7 ottobre e la criminalizzazione umanitaria
Il punto di svolta è il 7 ottobre 2023. Da allora, l’approccio israeliano verso Gaza ha prodotto un effetto collaterale di vasta portata: la trasformazione sistematica delle ong operanti nella Striscia in strutture sospette per definizione. Poiché Hamas controlla il territorio, chiunque lavori a Gaza finisce, per una sorta di sillogismo bellico, nel cono d’ombra del terrorismo.
Accettare una cooperazione giudiziaria fondata su questa premessa significa adottare integralmente la visione israeliana del conflitto: nessuna distinzione tra civile e militare, tra assistenza umanitaria e finanziamento armato. È in questo quadro che, dalla fine del 2023, conti correnti vengono chiusi, fondi sequestrati, attività paralizzate. Gli otto milioni di euro confiscati e i viaggi in Turchia di Hannoun diventano così non elementi da spiegare, ma conferme narrative di una colpevolezza già presunta.
Il dato più delicato riguarda però il ruolo delle fonti. Le ordinanze fanno ampio riferimento a documentazione trasmessa dalle autorità israeliane nel corso degli anni, materiale d’intelligence che identifica associazioni umanitarie come “hub finanziari di Hamas”. Ma è proprio questo il nodo: intelligence non è prova, almeno non in uno Stato di diritto.
L’intelligence come verità rivelata
Non è la prima volta che questo problema emerge. Già nel 2010 una pm italiana segnalava l’inutilizzabilità, o quantomeno la fragilità giuridica, di materiali raccolti da Israele in contesti di operazioni militari, fuori da qualsiasi garanzia procedurale compatibile con l’ordinamento italiano. Oggi, quegli stessi limiti sembrano evaporati, sostituiti da una fiducia quasi teologica nell’apparato informativo di un Paese direttamente coinvolto nel conflitto.
Il parallelismo con il caso olandese di Amin Abou Rashed rafforza il sospetto di un modello replicabile. Anche lì, stesse accuse, stesso schema: fondazioni umanitarie, flussi di denaro verso Gaza, dossier costruiti in larga parte su materiale acquisito dall’Idf nei Territori Occupati. E anche lì, le prime crepe: documenti dichiarati inutilizzabili, prove contestate, imputati scarcerati in attesa di giudizio.
Il paradosso è che, mentre i tribunali iniziano a sollevare dubbi sulla solidità di queste prove, le sanzioni politiche e finanziarie continuano a colpire, come dimostra l’inserimento di Abou Rashed nella lista nera del Tesoro statunitense. La giustizia può attendere; la narrazione no.
La vera partita si giocherà nei tribunali del riesame. Ma la questione che resta sul tavolo è più ampia e inquietante: fino a che punto un sistema giudiziario democratico può delegare la definizione della colpa all’intelligence militare di un Paese in guerra? Perché quando il teorema precede il processo, la sentenza è già scritta.