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Paola Rivetti 5 Gennaio 2026
Sebbene la scintilla sia stata di ordine economico le mobilitazioni si sono tramutate in vere e proprie insurrezioni politiche. Ma la liberazione dalla Repubblica islamica deve necessariamente andare insieme alla liberazione dalle interferenze straniere
Con la fine dell’anno, mentre in gran parte del mondo ci si preparava a salutare il 2025, in Iran le proteste irrompevano sulla scena politica, dando il benvenuto a un nuovo ciclo di mobilitazioni.
Dapprima concentrate nelle zone commerciali della capitale e nate in seguito alla caduta del valore della moneta nazionale rispetto al dollaro, nel giro di qualche giorno si sono espanse e diffuse in tutto il paese. Queste proteste condividono con quelle dell’ultimo decennio diverse caratteristiche, tra le quali l’esplicita opposizione alla Repubblica islamica come sistema, andando ben oltre, quindi, la denuncia della corruzione o dell’inefficienza del governo e delle istituzioni. Si tratta dell’ultimo episodio di una traiettoria di radicalizzazione del dissenso che abbiamo visto crescere nel corso degli anni Duemiladieci, ovvero da quando è fallito il progetto di costruire un sistema basato sull’esistenza (e sull’alternanza) di due campi politici larghi, ovvero i conservatori e i riformisti.
A causa della repressione di Stato esercitata contro il campo riformista, dell’incapacità di questo di adottare strategie coraggiose di lotta e resistenza all’autocratizzazione, e della pressione internazionale attraverso sanzioni, attacchi militari e «guerra ibrida», l’Iran del 2026 è scosso da una crisi strutturale di legittimità ed efficacia che influisce gravemente sulla sua capacità di sopravvivenza. Nonostante sia presto per predire, e persino per intuire, il loro sviluppo, su queste proteste alcune cose possiamo cominciare a dirle.
Le proteste o la politica della vita
Il 31 dicembre 2025, il dollaro era scambiato per circa un milione e mezzo di rial iraniani, segnando una perdita di valore del 56% rispetto a sei mesi prima. In quella giornata, i prezzi dei beni commerciabili, dai cellulari agli elettrodomestici fino al cibo, sono cambiati diverse volte, causando la chiusura delle aziende all’ingrosso che non potevano far fronte a fluttuazioni di prezzo tanto forti e, a catena, dei negozi al dettaglio.
Non è un caso, infatti, che sia stato proprio dai mercati (bazar) che sono partite queste proteste. Oltre all’evidente nesso tra inflazione, instabilità dei prezzi e malcontento, va messo in luce un altro nesso, che riguarda la struttura del mercato del lavoro in Iran. Il settore commerciale è tra quelli che contano il maggior numero di piccole realtà imprenditoriali ed è anche tra i più precarizzati attraverso il sistema degli appalti, reso possibile dalle continue riforme neoliberali della legge sul lavoro che hanno permesso una deregolamentazione selvaggia. Esso protegge i datori di lavoro dalla sindacalizzazione dei lavoratori e crea un sistema di impiego a scatole cinesi, nel quale le responsabilità sono continuamente esternalizzate. Molta gente, quindi, si è ritrovata «a passeggio» e, chiusi i negozi per i quali lavorava, spinta dalla disponibilità di tempo e dal legittimo malcontento, ha dato vita o si è unita alle proteste.
Nel weekend, queste si sono diffuse in oltre settanta città, coinvolgendo più della metà delle regioni del paese (17 su 31). Le immagini che ci giungono dalle città del nord, del centro, del sud, dell’est e dell’ovest dell’Iran sono di folle più o meno numerose che occupano strade, resistono agli idranti, appiccano incendi e tirano sassi sulle forze dell’ordine e contro le stazioni di polizia. Sebbene si tratti di proteste la cui scintilla è di ordine economico, sarebbe un errore pensarle come limitate a rivendicazioni salariali o di politica economica. Come già accaduto in passato, durante le proteste del 2017-2018 e poi ancora più fortemente durante quelle del novembre del 2019, mobilitazioni nate come denuncia del caro-vita si sono tramutate in vere e proprie insurrezioni con rivendicazioni di tipo politico. Non solo questo dimostra come la divisione tra le richieste di giustizia sociale, politica ed economica sia spesso effimera, ma soprattutto mostra l’influenza, ancora attuale e reale, di sollevazioni come Donna Vita Libertà.
Questa, in particolare, ha avuto un successo senza precedenti nel tenere insieme rivendicazioni nel campo dei diritti personali con aspirazioni di liberazione collettiva, sociale, razziale ed economica. Mentre è vero che non tutte le rivendicazioni riescono a mobilitare la società a causa delle differenze culturali e di classe, è altrettanto vero che l’Iran vive da diversi anni cicli di mobilitazioni molto ravvicinati che hanno creato una consapevolezza intersezionale delle ingiustizie, una «fame di vita», facilitando una partecipazione più ampia alle proteste.
In questi giorni non solo lavoratori e lavoratrici del settore informale, ma anche gli studenti universitari sono scesi in strada e hanno partecipato agli scioperi. Diverse organizzazioni informali e locali (tra le altre, nel corso del fine settimana gli operai del Kurdistan e dell’Azerbaigian, gli insegnanti di Bushehr, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Teheran e di diversi altri atenei della capitale) hanno dichiarato il loro sostegno alle proteste. Guardando i video che arrivano dall’Iran, la dinamica di piazza sembra simile a quella che abbiamo visto nel corso di Donna Vita Libertà: raduni di persone che «creano una situazione» ovvero che prendono lo spazio pubblico e vi agiscono il dissenso attraverso atti più o meno radicali, creando situazioni replicabili in altre città.
Per il momento, si tratta di concentramenti senza la presenza di un’organizzazione politica che li coordini. Similmente, manca una regia politica in grado di determinare orizzonti e obiettivi politici. Non sono pochi, infatti, i limiti di questo ciclo di proteste, che per ora non ha le caratteristiche comuni e unificanti di un movimento sociale. Inoltre, come già rifletteva Asef Bayat intervistato nel 2024 da Firoozeh Farvardin, il tempo presente in Iran (e altrove) è caratterizzato da una crescente predisposizione a un modo di mobilitarsi poco strutturato, intellettualmente e organizzativamente. Si protesta perché si vogliono giustizia e libertà, ma vi è poca riflessione teorica e capacità di sintesi pratica sul cosa questi due termini vogliano dire e per chi. È in questo spazio grigio e fortemente ideologico che forze politiche ben organizzate e finanziate possono inserirsi nei movimenti dal basso per «cooptarli» e dirottarli su agende autoritarie.
La repressione del regime, che da quattro decenni uccide sul nascere qualsiasi esperimento collettivo di natura democratica, ha paradossalmente favorito quest’esposizione dei movimenti sociali in Iran. Senza una propria struttura forte e solida, senza aver avuto il tempo e lo spazio per produrre analisi originali e militanti, come sostiene Bayat, per i movimenti e i gruppi politici iraniani (ma non solo) è più difficile difendersi dalle forze suprematiste, con tendenze autoritarie e finto-democratiche, persino da quelle al servizio degli interessi geopolitici stranieri, che cercano di inserirsi nelle proteste e nelle organizzazioni.
E anche in questi giorni, il regime non si è risparmiato. Sarebbero più di un centinaio le persone arrestate e più di venti quelle uccise. Sebbene Pezeshkian abbia fatto autocritica e abbia favorito delle misure volte a distendere l’atmosfera nel paese e nelle università , il suo raggio d’azione è limitato dal fatto che il suo esecutivo è debole e che le forze di sicurezza non rispondono in ultima istanza ai suoi ordini. Dal canto suo, il Leader supremo Khamenei ha dichiarato che, sebbene le rivendicazioni di cittadini e cittadine siano giuste e legittime, non vi sarà alcuna esitazione a reprimere le proteste. Secondo Khamenei è infatti una questione di sicurezza nazionale.
Il contesto e la geopolitica della morte
Le parole atroci e violente di Khamenei, tuttavia, non esistono in un vuoto di politica e geopolitica, ma in un mondo in cui, oltre a rimuovere capi di Stato come in Venezuela, il presidente degli Stati uniti minaccia esplicitamente l’Iran con un altro attacco militare, l’ex-direttore della Cia e Segretario di stato Mike Pompeo candidamente allude pubblicamente al ruolo del Mossad nell’infiltrare le proteste, e nel quale il figlio dell’ex-Shah Reza Pahlavi, finanziato e sostenuto da parte del governo statunitense e da quello israeliano, esplicitamente si intesta la guida politica dell’Iran post-Repubblica islamica.
Questa realtà si innesta in un contesto nel quale, dalla «guerra dei dodici giorni» del giugno 2025 in poi, l’Iran ha visto accelerare una crisi strutturale senza precedenti: non si tratta solamente di una crisi di legittimità interna, evidente e fortissima da anni e ancor di più dall’esplosione di Donna Vita Libertà; ma anche di una perdita di efficacia e di efficienza del sistema. Nel giugno 2025, infatti, è diventato chiaro che l’Iran ha una capacità di difesa minore rispetto a quella che, da decenni, gli viene attribuita, e negli ultimi mesi del 2025 lo Stato iraniano ha dimostrato tutta la propria, tragica, impreparazione di fronte a una crisi annunciata in tutta la sua potenza da almeno quindici anni, quella dell’acqua.
In questo contesto geopolitico in continuo cambiamento – da ultimo, il riconoscimento israeliano del Somaliland, territorio di fronte allo Yemen che fornirebbe al paese un accesso diretto al Golfo Persico – e improntato alla normalizzazione della violenza genocidaria, agita con le bombe e da gangster, le attiviste e gli attivisti in Iran esprimono rabbia per i tentativi di «dirottare» le loro proteste e rappresentarle come favorevoli al ritorno della monarchia o come «grimaldello utile» all’egemonia statunitense.
Mi scrive un’amica, riflettendo sul ruolo ambiguo della diaspora in questi giorni: «Ho paura soprattutto di quello che succederà quando quelli che hanno applaudito alle parole di Trump torneranno alla loro vita tranquilla e agiata all’estero, lasciandoci soli a resistere in questa crisi economica e ambientale. Nessuno pensa a come costruire invece di distruggere – e quando dico distruggere, quando lo dico da qui, intendo proprio le macerie che ti cadono in testa quando la tua casa è bombardata».
Non si tratta di una rabbia «nuova»: i tentativi di determinare mobilitazioni e sollevazioni dall’estero, di raccontarle come filo-occidentali o filo-israeliane anche attraverso video falsificati e creati con l’intelligenza artificiale come abbiamo visto succedere a giugno e in questi giorni, sono un’occorrenza comune ogni qualvolta vi sono delle proteste in Iran. Similmente, occorrenza comune sono le dichiarazioni di attiviste e attivisti che rivendicano il diritto all’autodeterminazione e che spiegano come la liberazione dalla Repubblica islamica vada necessariamente insieme alla liberazione dalle interferenze straniere, che arrivino da potenze che più facilmente indentifichiamo come imperialiste o da quelle che strumentalizzano la retorica anti-imperialista.
«Politica della vita e geopolitica della morte» è il sottotitolo di un libro di Yasser Munif, accademico e intellettuale gramsciano che nel 2020 contrapponeva la vitalità della rivoluzione siriana e la creatività politica delle sue molte anime, agli interessi geopolitici e alla necropolitica delle potenze regionali e mondiali (incluso l’Iran) che, interferendo, ne hanno determinato la fine e la trasformazione in una guerra civile. Cosa attende le iraniane e gli iraniani rimane incerto, ma certa è la loro legittima pretesa di decidere il proprio destino in maniera autonoma e indipendente, celebrando la politica della vita.
*Paola Rivetti è docente di relazioni internazionali presso la Dublin City University in Irlanda. Il suo ultimo libro è Storia dell’Iran: Rivoluzione, guerra e resistenza (1979-2025) in uscita per Laterza.