Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
Dagli anticoncezionali alla società dell’interconnessione.
C’è un problema di genere nel progresso scientifico e tecnologico?
Evidentemente si, la risposta è certamente positiva.
In questo lavoro cerco di mettere a fuoco due aspetti della questione:
- l’evoluzione della ricerca scientifica propriamente detta;
- l’influenza dei nuovi media sulle relazioni sociali (e il sospetto di manipolazioni).
Partiamo dalla prima questione parlando della contraccezione maschile.
La ricerca è molto avanzata, ma non ci sono commercializzazioni all’orizzonte; eppure potrebbe essere considerata anche una questione di autonomia decisionale maschile, ma su questo torneremo.
Partiamo dalla questione più controversa, ma praticamente dimenticata e cioè il fatto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità se non ha bloccato, certamente non ha inciso positivamente sull’evoluzione di questa potenzialità.
In internet si trova poco, ma risulta che
“L’OMS non ha mai bloccato definitivamente la ricerca sulla pillola maschile, ma nel 2011/2012 interruppe una sperimentazione clinica su un contraccettivo ormonale a causa degli effetti collaterali (acne, sbalzi d’umore, libido), ritenuti simili a quelli femminili ma non tollerabili in uno studio di sicurezza maschile.
- Il contesto: Lo studio del 2012, condotto su 99 uomini, aveva mostrato un’efficacia del 90% nel rendere temporaneamente sterili i partecipanti, ma gli effetti avversi hanno portato alla sospensione da parte di un comitato di monitoraggio indipendente dell’OMS.”
Si noti che gli effetti collaterali erano ritenuti simili a quelli femminili, ma mentre per le donne tali effetti collaterali erano “tollerabili”, non erano ritenuti altrettanto tollerabili per gli uomini. All’epoca arrivò all’attenzione dei mass-media la notizia che una dottoressa ai vertici della OMS aveva contestato con molta energia la decisione, parlando esplicitamente di maschilismo nell’Organizzazione, ma la questione è scomparsa dall’orizzonte informatico.
Facciamo dunque una breve ricostruzione del problema.
Perché non esiste una pillola maschile?
Nel 1997 sembrava che la produzione di un contraccettivo ormonale maschile fosse vicinissima. La squadra di ricerca di Cameron Martin della Edinburgh Royal Infirmary era arrivata ai test finali di una pillola a base di progesterone, che doveva essere assunta insieme a iniezioni di testosterone. La casa farmaceutica olandese Organon (poi acquisita dalla Merck) si interessò a finanziare le fasi finali della ricerca – quelle più costose perché dato che richiedono la sperimentazione su persone hanno possibili spese medico-legali molto alte – ma poi il progetto fu abbandonato. In generale, al momento non esiste nessuna casa farmaceutica che stia finanziando ricerche su contraccettivi farmacologici maschili nonostante le diverse ricerche siano tutte a un buon punto.
Le grandi aziende di farmaci non vedono un ritorno economico negli investimenti sui contraccettivi maschili.
Sulla questione del rapporto tra ricerca scientifica in ambito medico ed interesse economico, potremmo aprire una finestra sulla questione dei “farmaci orfani”1, che probabilmente riprenderemo in futuro.
Tra le possibili ragioni per cui le case farmaceutiche non sarebbero interessate a produrre un contraccettivo farmacologico ci sono anche le opinioni correnti su questo tema. Secondo molti ci sarebbe una grossa differenza tra la pillola femminile e la potenziale pillola maschile relativamente al rapporto costi-benefici dell’una e dell’altra: mentre per le donne gli effetti collaterali dei dosaggi ormonali sarebbero l’inevitabile disagio da sopportare per evitare una gravidanza non voluta, gli uomini non prenderebbero il contraccettivo per salvaguardare il proprio corpo da effetti indesiderati dei rapporti sessuali, ma solo nell’ambito di una relazione stabile. Non è detto però che la maggior parte degli uomini pensino che per questa ragione non ci sia bisogno di un anticoncezionale maschile. Secondo un sondaggio del 2005 compiuto intervistando 9mila uomini in tutto il mondo, il 55 per cento degli uomini è interessato a una pillola maschile o a qualcosa del genere.
E ancora diversi studi che hanno condotto indagini anonime hanno dimostrato che gli uomini sono disposti a utilizzare nuovi contraccettivi maschili, in correlazione con l’aumento di atteggiamenti di parità di genere. Ulteriori studi che hanno esaminato il punto di vista delle donne sulla questione hanno dimostrato che la maggioranza si fiderebbe del proprio partner nel prendere il trattamento, smentendo l’idea sbagliata che ci sia una mancanza di fiducia negli uomini per poter svolgere un ruolo nella contraccezione condivisa.
Dunque al di là dei progressi tecnici nello sviluppo della contraccezione maschile, un altro ostacolo verso la condivisione della responsabilità riproduttiva tra i sessi è l’accettazione e la disponibilità degli uomini a utilizzare una nuova terapia contraccettiva. In effetti, sono stati condotti studi sui fattori psicosociali e culturali che possono ostacolare l’uso della contraccezione da parte degli uomini, affrontando l’accettabilità, la fiducia, la paura degli effetti collaterali, le percezioni della responsabilità contraccettiva e la paura di perdere connotazioni di mascolinità.
E’ una nuova frontiera per le lotte femministe ed in particolare per tanti gruppi di autocoscienza maschile che lavorano per un nuovo concetto del maschile?
Possiamo leggere la questione del pillolo anche come una richiesta di autodeterminazione da un lato e anche di condivisione dall’altro, per salvaguardare l’integrità fisica delle nostre compagne contro le conseguenze della pillola ed anche per poter avere maggiore controllo su sé stessi, a partire dalla consapevolezza di poter svolgere una funzione di controllo sul proprio potere riproduttivo.
Passiamo ora al secondo tema, cioè l’impatto sociale delle nuove tecnologie sui rapporti tra i generi.
Per parlare del tema ho scelto la questione dei celibi involontari, meglio conosciuti come “incel”.
Sembra che siano una punta avanzata del modo di pensare della destra estrema, razzista, xenofoba, antifemminista e devo dire che la prima volta che ne ho sentito parlare ho provato una sensazione che ora definisco stupida, ma che si sintetizzava nel pensare: “alle donne non piacciono i fascisti!” oppure “e che avversari sono persone che non sanno neppure stare al mondo!?”.
Poi una domanda su internet mi ha bloccato e mi ha fatto pensare ed era questa: “usciresti con un uomo brutto, senza soldi e non di successo?”.
Mi sono reso conto che quella domanda parte dal dare per vera la mitologia incel, che consiste nel pensare che esistano solamente un 20 per cento di uomini belli, con i soldi e di successo che sono sistematicamente desiderati dall’80 per cento delle donne che non farebbero sesso con tutti gli altri. E’ banale dire che se questo fosse vero, cioè che se queste percentuali avessero un senso, l’umanità sarebbe pressoché estinta.
Ma la mia riflessione è andata avanti e mi sono reso conto che questa ideologia è praticata soprattutto sulle piattaforme di internet da giovanissimi.
E tutto questo ha perfettamente senso: chi di noi nella adolescenza non si è sentito di non avere successo, di essere senza prospettive, di non avere abbastanza soldi e di essere poco o tanto brutto?
Dunque prendere “la pillola rossa” (poi ci torniamo) significa rendere questa percezione eterna.
Per persone come me che hanno vissuto la propria adolescenza in epoche passate, la risposta alla domanda “usciresti con un uomo brutto, senza soldi e non di successo?” sarebbe stata, “certo, mi capita ogni giorno”. Noi, ragazzi di alcuni decenni fa, avevamo dei luoghi fisici in cui trovarci ed incontrarci che erano un angolo di strada in cui potevamo parcheggiare biciclette e motorini, i baretti, le parrocchie, le sedi di partito, i circoli ricreativi e non c’erano selezioni preventive. Ragazze e ragazzi di diversa estrazione sociale, grassi, magri, alti, bassi, con i foruncoli per la crescita dei primi peli matti, con o senza reggiseni, non vedevamo l’ora di uscire di casa per incontrare le persone della nostra età per ridere, schiamazzare, prenderci in giro, conoscerci, innamorarci e fare ogni tipo di sciocchezza o discorso serio ci venisse in mente.
Era l’esperienza della nostra libertà, il momento di assenza di controllo dei nostri genitori, i luoghi in cui sentivamo cose diverse e anche noi creavamo le nostre storie, le nostre mitologie, i nostri modi di pensare spesso diversi da quelle dei “nostri vecchi”.
E ogni tanto facevamo a schiaffi o ci prendevano per teppisti, o eravamo capelloni, o le ragazze portavano le minigonne o i premaman anche da ragazzine e i “matusa” le guardavano male.
E la formazione delle coppie ha sempre seguito un andamento improbabile, talvolta indecifrabile e poco comprensibile, certamente senza schema. O magari volevamo essere liberi di amarci e praticare sesso senza legarci stabilmente.
Dunque eravamo poveri, spesso brutti e malvestiti, senza successo se si intende quello dei padroni, ma ci divertivamo come matti e matte o soffrivamo terribilmente per le nostre cotte, le nostre delusioni.
Ma ora, in che mondo vivono le nuove generazioni?
Uso, per inoltrarmi in questo ginepraio, il libro-guida dal titolo “Il capitalismo della sorveglianza” di Soshana Zuboff, già recensito su questo blog, citando da pag. 465 stralci del paragrafo 16.2 intitolato “La mano e il guanto”:
“L’attrazione magnetica che i social media esercitano sui giovani li spinge a un comportamento ancor più meccanico e involontario. Troppi si avvicinano a una vera e propria compulsione. Perchè i più giovani vengono ipnotizzati e si ritrovano legati al mondo digitale malgrado lo stress e l’inquietudine che provano?
La risposta è data da una combinazione di scienza del comportamento e design avanzato, pensata nel dettaglio per sfruttare le esigenze della gioventù: una combinazione che calza come un guanto. I social media sono progettati per persone di ogni età, ma soprattutto per adolescenti e giovani adulti, che hanno un’età nella quale ci si rivolge naturalmente “agli altri”, cercando soprattutto le ricompense del riconoscimento, dell’accettazione, dell’appartenenza e dell’inclusione di gruppo. Per molti questo design mirato, insieme al bisogno pratico di partecipazione sociale, trasforma i social media in un ambiente tossico, che non solo pesa su di loro psicologicamente, ma minaccia il loro sviluppo e quello delle generazioni a venire, di tutti gli Spiriti del natale futuro.”
Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire meglio di cosa parliamo attraverso uno stralcio dell’articolo della redazione di Santagostino psiche:
“La psicologia di redpilled e incel
Redpilled e incel indicano gruppi di uomini che si incontrano prevalentemente online e che si contraddistinguono per le loro idee misogine e antifemministe. Ecco cosa c’è da sapere sul fenomeno.
I termini redpilled e incel indicano due sottoculture che sono nate e si sono diffuse prevalentemente online.
Entrambi i gruppi sono stati spesso associati a ideologie misogine e alla manifestazione di profonda frustrazione. Sebbene rappresentino due categorie distinte, i due gruppi condividono alcune somiglianze.
Vediamo cosa significa essere redpilled o incel, quali caratteristiche hanno in comune i due gruppi, e perché alcune istanze e opinioni che diffondo sul web possono essere considerate pericolose.
(…)
Cosa vuol dire essere redpillato?
Il termine redpilled trae origine dalla trilogia cinematografica Matrix, in particolare dalla scena in cui il protagonista, Neo, deve scegliere tra una pillola rossa e una pillola blu.
La pillola rossa rappresenta la conoscenza della verità, anche se dolorosa, mentre la pillola blu rappresenta la scelta di rimanere nell’ignoranza. Quindi, essere redpilled significa, in senso figurato, essere svegliati alla realtà o alla verità, spesso su questioni sociali o politiche.
Nel contesto moderno, i redpilled si identificano come individui che ritengono di avere acquisito una comprensione più profonda e critica della società, delle dinamiche di genere e delle relazioni interpersonali rispetto alla maggior parte delle persone. Questa visione del mondo è spesso associata a un forte scetticismo, o addirittura odio nei confronti del femminismo, delle politiche progressiste e delle dinamiche di potere esistenti. In estrema sintesi, ecco le caratteristiche di questa filosofia:
- critica alla società contemporanea: si ritiene che le norme e le aspettative sociali siano ingannevoli, progettate per manipolare e limitare la consapevolezza individuale
- approccio deterministico alle relazioni: si promuove una visione biologica delle dinamiche tra i sessi, spesso enfatizzando ruoli tradizionali o rigidi
- centralità dell’autosviluppo maschile: gli uomini sono incoraggiati a concentrarsi sul miglioramento personale in termini di successo, fitness e sicurezza finanziaria, come mezzo per ottenere rispetto e ammirazione
- visione critica del femminismo: il femminismo viene ritenuto un movimento che avrebbe sbilanciato le relazioni di potere tra uomini e donne, a favore di queste ultime
- diffidenza verso le istituzioni: Denuncia il sistema sociale, educativo e mediatico come parte di un inganno collettivo.
Le dinamiche di genere secondo i redpilled
I redpilled credono che le relazioni tra i sessi siano governate da un sistema di valutazione reciproca basato su tre parametri chiave: l’estetica, lo status e la ricchezza, abbreviati in “LSM” (Look, Status, Money).
Sostengono, ancora che, nonostante questa gerarchia rigida, le donne cercano costantemente di praticare l’ipergamia, un termine usato per descrivere il desiderio delle donne di accoppiarsi con uomini superiori a loro in termini di bellezza, successo economico e/o status sociale.
Questa concezione ha persino portato all’elaborazione di una regola aritmetica, la “legge 80/20”, secondo la quale l’80% delle donne sarebbe interessato esclusivamente al 20% di uomini che si collocano al vertice del sistema, ignorando gli altri in modo spietato. È possibile dire che l’ideologia dei redpilled è basata su convinzioni misogine, rabbia, e frustrazione nei confronti delle donne e disprezzo per la società.
(…)
Psicologia di redpill e incel
Si può adesso svolgere una sintesi in parallelo delle due psicologie. Coloro che seguono la filosofia Incel o Redpill condividono caratteristiche psicologiche legate a sentimenti di frustrazione, vittimizzazione e ostilità verso le dinamiche di genere contemporanee. Questi individui percepiscono se stessi come esclusi o penalizzati in un sistema sociale e relazionale che considerano iniquo.
Psicologia degli incel
- vittimismo estremo: gli incel si percepiscono come vittime di un mercato sessuale governato dall’ipergamia femminile. Ritengono che la loro condizione di celibato sia inevitabile, attribuendola a fattori come aspetto fisico, status sociale e genetica.
- autocommiserazione e fatalismo: si considerano incapaci di migliorare la propria condizione, adottando una narrativa fatalista che alimenta isolamento e risentimento.
- ostilità verso le donne: le donne sono viste come colpevoli della loro condizione, rappresentate spesso come approfittatrici o non persone (NP). Questo risentimento può sfociare in discorsi violenti o atteggiamenti misogini.
Psicologia dei redpillati
- rabbia e senso di perdita: i redpillati si sentono privati del potere tradizionalmente associato alla mascolinità. Colpevolizzano i cambiamenti sociali e il femminismo per la presunta destabilizzazione dei ruoli di genere
- desiderio di controllo: promuovono una visione gerarchica delle relazioni, con gli uomini dominanti e le donne subordinate, giustificando comportamenti aggressivi per ristabilire il presunto ordine naturale
- competitività intragenere: aspirano al modello del maschio alfa e disprezzano gli uomini che non rientrano negli standard dominanti.
In entrambi i gruppi, la mancanza di empatia e la rigidità nei confronti delle dinamiche di genere portano a un circolo vizioso di alienazione, rabbia e ostilità, spesso amplificato dalle echo chambers online.” (…)
Mi sono reso conto del fatto che si tratta di un fenomeno sociale generale, constatando che esistono anche le Femcel, le femmine celibi involontarie.
Mi avvalgo di una riflessione che si trova on-line di una autrice di Marie Claire:
“Chi sono le “#femcel“? Da “female” e “involuntary celibate”, il fenomeno che celebra la sofferenza non come una condizione da superare, ma come un linguaggio attraverso cui affermarsi, trasformando il malessere in una forma di autodeterminazione.
Associamo la parola #incel a un uomo-che-odia-le-donne-perché-loro-non-lo-amano ma in realtà il termine “incel” è stato coniato proprio da una #donna nel 1993. La ragazza prima di dissociarsi da quello che poi è diventato un movimento maschile e maschilista usava il #blog per raccontare le sue sventure sentimentali. E il suo blog si chiamava proprio “Alana’s Involuntary Celibacy Project”. Da nicchia del #web con il tempo gli incel sono diventati un movimento estremista che le autorità considerano una potenziale minaccia terroristica, soprattutto dopo alcuni atti violenti. Le #femcel, invece, hanno preso una strada diversa: anziché ribellarsi al sistema, hanno deciso di sfruttarlo. Ma, al posto di dar voce al disagio, la #femosfera rischia di rinchiuderlo in una gabbia di stereotipi, privandolo del suo potenziale trasformativo.”
In altri termini le donne che fanno riferimento a questo sistema di pensiero non celebrano il maschilismo, al contrario degli uomini, ma lo considerano un dato di fatto immutabile all’interno del quale imparare a districarsi. E’ poi possibile guardare al fenomeno in modo dialettico, come fa Rolling Stones, ma mi limito a questa prima osservazione per reintrodurre un brano ancora tratto da Shoshana Zuboff:
“Uno studio del 2011 ha scoperto che gli utilizzatori dei social media che venivano esposti a foto di “uomini belli” sviluppavano un’immagine di sé stessi più negativa di chi si imbatteva in foto di profili meno attraenti. Gli uomini a cui venivano mostrati profili di altri uomini che avevano fatto carriera, ritenevano più inadeguato il proprio percorso lavorativo rispetto a chi vedeva i profili di uomini che avevano avuto meno successo. Nel 2013, un gruppo di ricercatori ha scoperto che l’uso di Facebook può prevedere i cambiamenti negativi relativi al modi in cui i giovani presi in esame sentono, sia nel singolo momento, sia complessivamente. Lo stesso anno, un team di ricercatori tedeschi ha rilevato che “la mole stupefacente di invormazioni sociali” presentata su Facebook fornisce “la base per una quantità di confronti sociali e invidia senza precedenti”. I loro lavoro ha dimostrato che “seguire passivamente” Facebook accresce l’invidia e l’insoddisfazione. Gli studenti avevano raccontato le proprie sensazioni di invidia e più del 20 per cento era riconducibile a Facebook.”
Dove si vuole arrivare con questi ragionamenti?
Ad una osservazione abbastanza semplice: in genere i grandi gestori di social media, di motori di ricerca o di sistemi operativi, sono piuttosto inclini a promuovere politiche reazionarie. Elon Musk non ne fa mistero, ma in generale tutti i grandi social statunitensi vedono negativamente le barriere imposte alla appropriazioni delle nostre informazioni personali che tuttora vigono in Europa.
Allora l’idea che ci sia una volontà organizzata da parte dei detentori di questo enorme potere di disgregare le connessioni sociali che caratterizzano le nostre società, anche orientandoci verso una situazione di frammentazione organizzativa delle società europee favorendo idee anche di questo tipo, che favoriscano nazionalismi contrapposti, guerre intestine e odio sociale generalizzato e ingestibile fino al punto da cominciare a considerare questi gruppi come “organizzazioni potenzialmente terroristiche” da parte di alcuni governi, risulta sicuramente un ambito di indagine opportuno.
E’ abbastanza evidente che l’interesse per la sponsirizzazione diretta dei partiti di destra, che pure viene fatta, è cosa di interesse, ma non meno di interesse è la “spinta” che possono determinare direttamente da un punto attraverso i loro strumenti.
In una ricerca del 2012 i ricercatori Facebook fecero due esperimenti che ci vengono descritti da Soshana Zuboff. Ve li propongo:
“A un primo gruppo venne mostrata un’afferMazione all’inizio del loro newsfeed che li incoraggiava a votare: comprendeva un link per informarsi sui seggi, un pulsante con la scritta HO VOTATO e fino a sei foto profilo di amici di Facebook che avevano già cliccato su HO VOTATO. Un secondo gruppo ricevette le stesse informazioni, ma senza le immagini degli amici. Il gruppo di controllo non ricevette alcun messaggio particolare. I risultati dimostrarono che gli utenti che avevano ricevuto il messaggio sul social avevano il 2 per cento in più di probabilità di cliccare HO VOTATO rispetto a chi aveva ricevuto solo l’informazione e lo 0.26 per cento in più di probabilità di cliccare sul sito informativo sui seggi.
(…)
Il team calcolò che i messaggi manipolati avevano mandato 60.000 votanti in più alle elezioni di medio termine del 2010, più di 280.000 che erano andati a votare per “contagio sociale”, per un totale di 340.000 voti in più.
(…)
I risultati suggeriscono che i messaggi online possono influenzare una vasta fama di conportamenti offline, con implicazioni per la nostra comprensione nel suolo dei social media nella società”.
Il secondo esperimento è ancora più interessante, in merito al problema che stiamo trattando.
“Stavolta gli sperimentatori “manipolarono la misura in cui le persone (N = 689.003) venivano esposte a delle espressioni emozionali nel loro news feed. L’esperimento era strutturato come uno di quei test A/B in genere ritenuti benevoli. In questo caso un gruppo veniva esposto a messaggi prevalentemente positivi nel prorpio feed e l’altro a messaggi prevalentemente negativi. L’idea era testare se un’esposizione anche solo subliminale (che significa “al di sotto del livello della percezione cosciente” n.d.r.) a un determinato contenuto emozionale cambiava i post delle persone in modo da riflettere le cose osservate. I risultati dell’esperimento non lasciavano dubbi: ancora una volta, gli indizi subliminali di Facebook – progettati attentamente, celati e irrefrenabili – passavamo dallo schermo alle vite quotidiane di centinaia di migliaia di utenti ignari, attuando in modo prevedibile degli stati emotivi particolari attraverso processi che operavano fuori dalla consapevolezza dei loro bersagli umani (…) “Gli stati emotivi possono essere trasferiti agli altri tramite un contagio emozionale, portando le persone a codvividere le medesime emozioni senza che ne siano consapevoli” proclamarono i ricercatori. “I messaggi online influenzano il modo in cui proviamo emozioni, con possibili effetti su una serie di comportamenti offline”. Il team tessè le lodi del proprio lavoro, definendolo una delle prime prove sperimentali a sostegno della dibattiuta affermazione che le emozioni si possono diffondere attraverso una rete e osservò come anche la loro popolazione relativamente piccola producesse effetti misurabili, per quanto in scala ridotta.”
Conclusioni.
Obiettivo dell’articolo è quello di aiutarci a comprendere la dinamica complessa dei rapporti sociali nei quali siamo immersi e le forze in campo che si stanno misurando.
Si vuol fare capire che per ottenere un medicinale in grado di controllare la fertilità maschile, è necessario uscire dalle frontiere e mettere in campo una lotta internazionale per fare pressione sull’Organizzazione Mondiale della Sanità al fine di costringere le aziende produttrici di farmaci a metterli in produzione.
Se vogliamo proteggerci e proteggere le giovani generazioni, dobbiamo familiarizzare con la legislazione europea, perchè secondo Soshana Zuboff il Digital Services Act (DSA, in italiano Normativa sui servizi digitali, approvato come Regolamento UE 2022/2065) è un regolamento importante dell’Unione europea perchè si occupa di modernizzare e ampliare la Direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE in relazione ai contenuti illegali, alla pubblicità trasparente e alla disinformazione.
Il regolamento si applica a tutti i servizi intermediari di trasmissione o memorizzazione dell’informazione (piattaforme, motori di ricerca, hosting) offerti a destinatari situati in Unione europea.
Nonostante possiamo ritenere che l’Europa sia all’avanguardia nel mondo, la stessa autrice ci ricorda che non è sufficiente agire sul piano legislativo, ma anche sul piano educativo e, io sostengo, anche sulle forme di resistenza ai social media delle grandi multinazionali che sono presenti nei movimenti europei ed internazionali, di cui anche in questo blog non ci stanchiamo di parlare.
Certo esiste anche la libertà di non sapere: ma l’idea di andare verso un burrone senza saperlo ci fa restare in uno scenario di tragedia incombente, mentre se cominciamo a capire i meccanismi che caratterizzano i rapporti sociali, beh, abbiamo la possibilità di escogitare delle alternative per salvarci.
1 https://www.aifa.gov.it/farmaci-orfani
articoli collegati – Santa Spanò: Donna, dove vai se la barba non ce l’hai?




