Cisgiordania sotto assedio

Dal blog https://www.lafionda.org

7 Gen , 2026|Giuseppe Gagliano

L’arresto di Inas Ikhlawi e la guerra silenziosa contro l’informazione palestinese

Nella notte di domenica 4 gennaio, in un’abitazione di Idhna, a ovest di Hebron, le forze israeliane hanno fatto irruzione sfondando la porta d’ingresso e portando via la giornalista palestinese Inas Ikhlawi. Un’operazione condotta nelle prime ore del mattino, secondo una prassi ormai consolidata nei territori occupati: violenza, rapidità, nessuna spiegazione.

Il fratello, Raafat, racconta di soldati che trascinano Inas fuori casa senza permetterle neppure di vestirsi. Solo dopo insistenti suppliche alla famiglia è stato concesso di darle un cappotto. Da quel momento, il silenzio: nessuna informazione sul luogo di detenzione, nessuna accusa formale, nessuna comunicazione ufficiale.

Colpire chi racconta

Inas Ikhlawi non è una figura casuale. Documentava sul campo le violenze dei coloni e gli abusi contro la popolazione civile palestinese. Raccontava ciò che accade lontano dai comunicati ufficiali e dalle versioni addomesticate del conflitto. Ed è proprio questo il punto.

Secondo il Sindacato dei giornalisti palestinesi, nel solo 2025 in Cisgiordania sono stati arrestati arbitrariamente 42 giornalisti palestinesi, tra cui otto donne. Non si tratta di episodi isolati, ma di una strategia coerente: detenzioni amministrative, aggressioni fisiche, interrogatori forzati, confisca di attrezzature, espulsioni. Un repertorio repressivo che ha un obiettivo dichiarato dal sindacato stesso: soffocare la copertura mediatica e smantellare l’infrastruttura informativa palestinese.

Detenzione senza accusa, potere senza limiti

Il tratto comune di questi arresti è l’assenza di accuse formali. I giornalisti più visibili, più seguiti, più incisivi vengono colpiti senza passare da un tribunale, affidando il loro destino a un sistema di detenzione amministrativa che sospende il diritto e normalizza l’arbitrio. La violenza non è solo fisica, ma psicologica: isolamento, incertezza, pressione sulle famiglie. È una pedagogia della paura applicata all’informazione.

L’operazione “Muro di Ferro”

Da mesi la Cisgiordania vive una nuova fase di escalation. Raid notturni, arresti di massa, incursioni nei campi profughi sono diventati routine dall’avvio dell’operazione “Muro di Ferro”, lanciata a gennaio 2025. Un’operazione che si accompagna a piani di sfollamento su larga scala e a un obiettivo politico sempre meno dissimulato: l’annessione de facto della Cisgiordania.

Le operazioni militari si susseguono quasi ogni notte, lasciando dietro di sé case devastate, famiglie terrorizzate, un numero crescente di detenuti senza imputazione. In questo scenario, il giornalismo sul campo diventa un ostacolo da rimuovere, non un diritto da tutelare.

La battaglia dell’informazione

Colpire i giornalisti significa colpire la possibilità stessa di raccontare ciò che accade. È una guerra silenziosa, combattuta senza clamore, ma decisiva. Perché senza immagini, senza testimonianze, senza voci locali, la realtà dell’occupazione diventa invisibile o negoziabile.

L’arresto di Inas Ikhlawi si inserisce esattamente in questo quadro: non un errore, non un eccesso, ma un ingranaggio di una strategia più ampia.

In Cisgiordania, oggi, informare è diventato un atto di resistenza.

Di: Giuseppe Gagliano

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