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Lucy Dean Stockton Veronica Riccobene 9 Gennaio 2026
Nell’ultimo anno le grandi aziende interessate a spolpare il Venezuela hanno speso fiumi di dollari per attività di lobbying nei confronti di Trump: ecco i documenti
Nell’anno che ha preceduto l’invasione del Venezuela da parte dell’amministrazione Trump, le corporation che avrebbero tratto vantaggio dal cambio di regime sostenuto dagli Stati uniti nel paese, tra di essi magnati dei combustibili fossili, creditori internazionali e società di criptovalute, hanno speso centinaia di migliaia di dollari facendo pressioni sull’amministrazione Trump sul Venezuela, anche a proposito del loro accesso economico alla nazione ricca di risorse.
I giganti del petrolio e del gas Shell, Phillips 66 e Chevron hanno dichiarato, come emerge da documenti relativi ai primi tre trimestri del 2025, di aver fatto pressioni sul Dipartimento del Tesoro in merito alle sanzioni venezuelane o alle licenze rilasciate dal suo Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri (Ofac). Le licenze Ofac sono di fatto redditizie deroghe commerciali che aggirano le sanzioni economiche imposte dagli Stati uniti.
Chevron è attualmente l’unica azienda con sede negli Stati uniti a godere di una deroga generale che concede all’azienda di combustibili fossili il permesso di operare ampiamente nei vasti giacimenti petroliferi del Venezuela, che rappresentano circa il 17% dell’offerta mondiale.
Le dichiarazioni presentate per conto di Mare Finance Investment Holdings, un creditore con sede in Irlanda, confermano che l’azienda ha speso 240.000 dollari in attività di lobbying nei primi tre trimestri del 2025 su una singola questione: «Interesse per la licenza Ofac allo scopo di far valere una parte di un lodo sui beni venezuelani». Ciò significa che è probabile che la società stia cercando il permesso degli Stati uniti per operare nel paese, in modo da poter ottenere il risarcimento dovuto dal governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Nel 2017, mesi prima che il Venezuela, alle prese con le sanzioni statunitensi e la crisi economica, smettesse di pagare decine di miliardi di dollari in obbligazioni, i documenti del tribunale mostrano che Mare Finance ha speso 115 milioni di dollari per acquisire i diritti su un risarcimento non pagato di oltre 500 milioni di dollari che il governo venezuelano doveva a un importante produttore di vetro per la nazionalizzazione di due fabbriche di vetro in cui l’azienda aveva investito.
Un lobbista di Mare Finance non ha risposto alla richiesta di commento.
The Lever ha scritto di recente che le aziende si sono rivolte sempre più spesso al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca mondiale, che dirime le vertenze tra investitori privati e nazioni sovrane, per ottenere un risarcimento finanziario dallo Stato del Venezuela per la nazionalizzazione di settori chiave e i danni causati dall’instabilità interna. Il tribunale è stato criticato per aver dato priorità agli interessi degli investitori rispetto a quelli delle nazioni sovrane.
Ad esempio, poche settimane prima dell’invasione del Venezuela da parte di Donald Trump, l’operatore di piattaforme petrolifere statunitense Halliburton ha intentato una causa presso la corte arbitrale chiedendo al Venezuela di rimborsare all’azienda 200 milioni di dollari di perdite presumibilmente subite per aver rispettato le sanzioni statunitensi che ne bloccavano le operazioni nel paese.
Anche la Blockchain Association, importante gruppo di scambio di criptovalute, ha fatto pressione sul governo venezuelano, con documenti che rivelano che l’associazione ha fatto pressioni sulla Casa bianca e sul Congresso su un disegno di legge bipartisan del 2025 che limiterebbe ulteriormente le relazioni finanziarie degli Usa con il governo Maduro, comprese quelle che coinvolgono le criptovalute. Secondo quanto riferito, il Venezuela avrebbe accettato valute digitali come pagamento per le vendite di petrolio per eludere le sanzioni statunitensi.
La Blockchain Association non ha risposto alla richiesta di commento.
*Veronica Riccobene è una giornalista del Lever e vive Washington. Si occupa di dirette televisive, long form e video, oltre che di reportage. Lucy Dean Stockton è una giornalista del Lever e vive a New York. Il suo lavoro si concentra sulla privatizzazione. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, pluripremiata testata giornalistica indipendente e investigativa, e poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.