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Liam Mc Court 8 Gennaio 2026
Ambiente e distribuzione della ricchezza sono gli elementi base per costruire un nuovo paradigma e riempire il vuoto dei tempi presenti
Oggi è un pensiero diffuso che le cose stiano andando male. La maggior parte delle persone, istintivamente, lo sa. Sa che le prospettive future e le condizioni di vita di fette sempre più larghe della popolazione sono in declino. Sente che c’è qualcosa di profondamente disfunzionale nel mondo di oggi. Allo stesso tempo, raramente come in questa epoca le persone si sono sentite così impotenti di fronte a un sistema che le sta gradualmente impoverendo, che sta distruggendo gli spazi in cui cui esse vivono e che nelle comunità sta creando un enorme vuoto. L’impressione diffusa è quella di non avere più il controllo delle proprie vite e nemmeno influenza sulle scelte e le decisioni che impattano le collettività. Accanto alla sensazione di impotenza, vi sono una grande preoccupazione per il futuro e una rabbia per ciò che è oggi il presente. Tra di noi, nelle nostre comunità, si è creato un enorme vuoto: ci sentiamo soli come non mai e l’aria inizia a mancare. Questo vuoto è di ideologie, di spazi e di luoghi, è di comunità e di legami ed è di prospettive e speranze. È giunto il momento, ora, di invertire la rotta e iniziare a riempire questo vuoto. L’economia e gli economisti, senza dubbio, hanno un ruolo fondamentale da giocare in questo sforzo. Queste poche righe vogliono provare a spiegare cosa possono fare gli economisti e raccogliere così l’appello pubblicato su Jacobin Italia.
Prima di tutto, le pulizie di primavera
Nell’ormai lontanissimo 1980, dinanzi a quelli che allora erano i fallimenti logici e programmatici delle correnti di pensiero egemoni in economia (oggi, per altro, ancora tali), l’economista britannica Joan Robinson, una delle più brillanti e controverse allieve di John Maynard Keynes, scriveva che era necessaria una «pulizia di primavera». Gli economisti avrebbero dovuto disfarsi dei concetti, dei modelli e delle teorie che avevano fallito il contatto con la realtà. Scriveva, poi, che la cosa che più interessava alle persone dell’economia era la questione della distribuzione della ricchezza prodotta e che l’economia, invece, si stava sempre più allontanando da questo genere di problemi. Ovviamente, ed è lapalissiano scriverlo, nulla di ciò che Robinson auspicava si realizzò. Anzi, nel 1980 iniziavano i decenni del Monetarismo di Milton Friedman, della fede totale nella teoria della razionalità degli agenti economici come strumento utile per predire il futuro e nell’efficienza dei mercati nel gestire qualsiasi ambito della vita collettiva. Mentre in economia si compiva la rivoluzione che ha poi portato alla cosiddetta «New Consensus Economics» (e all’esclusione sistematica di tutti coloro che da questo paradigma dissentivano), nelle società iniziavano gli anni del neoliberismo, della finanziarizzazione, delle privatizzazioni, di una crisi finanziaria dopo l’altra, del declino delle classi medie, della deindustrializzazione e dell’austerità.
Oggi la crisi è senz’altro più grave di allora, ma credo sia giusto tornare all’appello di Joan Robinson. Nel 2025 pensare di trovare la via d’uscita dall’abisso in cui ci siamo cacciati cercando una soluzione tra le correnti del pensiero economico che hanno fornito la giustificazione scientifica e ideologica per attuare il trentennio del neoliberismo sarebbe una follia. Cominciamo, quindi, scartando dell’economia tutto ciò che ha aiutato a consegnarci il mondo attuale. Ciò significa liberarsi di quelle parti dell’economia che non sono state in grado di vedere come, in quasi tutte le società occidentali, le prospettive della maggior parte della popolazione siano declinanti da trent’anni. Significa disfarsi di quelle lenti che non hanno compreso come il patto sociale delle giovani generazioni sia infinitamente peggiore di quello delle precedenti. Significa abbandonare i modelli economici secondo i quali la distribuzione della ricchezza prodotta è una questione di importanza secondaria, e che ritengono che se i lavoratori vengono pagati sempre meno, è perché sono loro a contribuire meno al processo produttivo. Significa liberarsi di quelle impalcature teoriche che raccontano che per contenere la crisi climatica basta semplicemente assegnare un prezzo ai danni climatici (prezzo che, secondo il premio cosiddetto Nobel William Nordhaus era di 31$ la tonnellata di CO₂), poiché il mercato, grazie alle sue salvifiche proprietà, si sarebbe occupato di risolvere i nostri problemi. Significa, infine, liberarsi di tutte quelle teorie che pensano che il benessere di una collettività possa solo voler dire massimizzare il valore monetario di ciò che viene prodotto dall’economia.
Alcuni ingredienti di base per un paradigma all’altezza dei tempi
Liberarci di tutto ciò è la premessa per costruire un’idea all’altezza dei tempi duri in cui viviamo. Le pulizie di primavera, per come descritte, non possono essere solo una decostruzione; devono essere, infatti, anche una proposta. Forse, in questo caso, potrebbe essere utile delineare una serie di ingredienti minimi necessari per costruire il nuovo. La lista di questi ingredienti non dev’essere né lunga né troppo dettagliata, poiché la costruzione di un nuovo paradigma è possibile solo in un ambiente ideologicamente e metodologicamente plurale. Si può, quindi, tentare di stilare i confini entro cui lavorare. Ad esempio, si può riconoscere che le attività umane hanno un impatto tale sulla Terra, da aver inaugurato una nuova era geologica, l’Antropocene – declinato anche come Capitalocene – e che queste attività stanno destabilizzando il sistema climatico in modo pericolosissimo. Significa, di conseguenza, considerare come inappellabili i limiti del nostro clima e ritenere parte integrante della propria missione l’evitare la catastrofe climatica.
Si può dire oggi con sicurezza che sono necessari approcci che incorporino al loro interno il fatto che il capitalismo, a prescindere dall’opinione che si può avere su di esso come sistema produttivo, è basato su rapporti di potere tra chi ha e chi non ha. Si può dire che questi rapporti di forza, accanto a fattori istituzionali, influenzano in modo determinante la distribuzione della ricchezza prodotta dai nostri sistemi economici. Un nuovo paradigma deve considerare come fine ultimo dell’economia quello di suggerire politiche che portino alla soddisfazione dei bisogni di base delle persone: un tetto sopra la testa, un lavoro dignitoso, ciò di cui nutrirsi, la possibilità di curarsi, un’istruzione di qualità, energia (pulita) con cui scaldarsi. Un nuovo paradigma economico deve riconoscere che il «libero mercato», un concetto che esiste più nei libri che nella realtà, senza regole né limiti queste cose non le fornisce. Infine, serve un paradigma economico che riconosca il ruolo del capitalismo contemporaneo nella creazione della società attuale, sempre più iniqua, atomizzata, sola e mercificata in ogni suo rapporto umano. Il nuovo paradigma deve fare della protezione delle comunità, dei legami e delle forme associative umane una parte della propria ragion d’essere.
Forse questa lista di ingredienti può sembrare banale, troppo breve, o insufficiente, ma in realtà si tratta di moltissimo, perché, di fatto, è un ribaltamento di quasi tutto ciò che di base insegna una parte maggioritaria dell’economia odierna.
Cosa ci resta dopo le pulizie di primavera
Avendo quindi accennato a ciò di cui noi economisti dovremmo liberarci e avendo abbozzato i confini di un possibile contenitore in cui inserire un nuovo paradigma all’altezza dei tempi, con cosa ci resta da lavorare?
Fortunatamente ci resta un mondo di idee, teorie e metodologie su cui costruire. L’economia, infatti, gode di un patrimonio molto vasto e diversificato che, una volta completate le pulizie di primavera, potrà fiorire. Questo patrimonio ha fatto molti passi avanti rispetto ai tempi in cui Robinson scriveva e si è evoluto grazie alle esperienze storiche e ai progressi nei metodi statistici degli ultimi cinquant’anni. Si può dire che restano tra noi i cosiddetti «mainstream ribelli» come Joseph Stiglitz e Thomas Piketty (che Emilio Carnevali in questo dibattito su Jacobin includeva tra i nuovi socialisti), economisti cresciuti nelle teorie egemoni, ma che a queste si sono ribellati, giungendo a conclusioni radicalmente diverse da quelle dei loro colleghi. Restano gli economisti ecologici, che studiano il sistema economico quale sottosistema di quello climatico e che criticano i modi, le forme e la contraddizione che derivano dalla ricerca di una crescita infinita su di un Pianeta con risorse finite. Restano poi gli economisti post-keynesiani, che hanno costruito una teoria fondata sulla rivoluzione keynesiana nell’analisi del funzionamento del capitalismo e su teorie di stampo più marxista riguardanti i rapporti tra le classi sociali. Restano gli economisti istituzionalisti, i marxisti, i post-walrasiani, femministi e così via. Come accennato precedentemente, infine, resta un mondo di metodi di studio e approcci statistici sofisticati, che hanno infinitamente migliorato il modo in cui possiamo comprendere e fotografare la nostra realtà.
Oggi, infatti, grazie a questi metodi, e all’enorme mole di dati di cui disponiamo, possiamo guardare con sguardo molto più maturo e distaccato le varie forme di capitalismo e gli esempi di sistemi a esso alternativi, che il vissuto del Novecento e del primo quarto degli anni Duemila ci hanno consegnato. Ad esempio, possiamo guardare ai risultati della lunga stagione del thatcherismo e reaganismo nel Regno unito e negli Stati uniti, ai modelli socialdemocratici della Scandinavia e dell’Austria, all’esperimento liberista e tecnocratico dell’Unione europea, ma anche al sistema cinese, al socialismo reale dell’Ex Patto di Varsavia o alla Jugoslavia e così via. Ben inteso, perché un nuovo paradigma possa svilupparsi in modo diverso da quello presente, è necessario che sia inclusivo. Da questo punto di vista, è positivo riscontrare che molte delle scuole di pensiero sopra delineate si sono spesso influenzate e contaminate a vicenda, adottando, in generale, un approccio tendente al dialogo e non all’esclusione. Questo è un aspetto fondamentale all’interno di una disciplina che è una scienza sociale che deve necessariamente evolvere nel tempo. Partendo da qui si può cominciare a costruire qualcosa di nuovo oltre ai paradigmi che hanno fallito il contatto con il presente e riempire quanto prima il vuoto causato e lasciato dal vecchio. Tutto ciò senza illudersi relativamente alle difficoltà e alle sfide che ci pone il proposito che ci siamo dati. Le pulizie di primavera, infatti, non possono solo riguardare il paradigma dell’economia mainstream, ma anche le scuole eterodosse.
Le pulizie in casa propria: un’economia per l’Antropocene
Se per liberarci dai fallimenti della «New Consensus Economics» ci siamo affidati a Joan Robinson, forse per fare pulizia in casa nostra può essere utile tornare alle parole di John Maynard Keynes, che per tutta la vita ha lottato per fare le pulizie in casa sua e superare i limiti dei paradigmi dominanti dei suoi tempi. Ci riuscì solo in parte, ma nella Teoria Generale, che nel 2026 compie novant’anni, scrisse delle parole oggi rilevantissime: «La difficoltà non sta tanto nell’ inventarsi idee nuove, quanto nel liberarsi da quelle vecchie, che ramificano in ogni angolo nella mente di quelli che, come noi, con esse sono stati cresciuti».
Fare pulizie in ambito eterodosso non è così semplice, poiché ogni approccio è diverso e, come precedentemente sostenuto, il pluralismo è un valore da coltivare. Per provare a capire quali approcci devono essere aggiornati si rende forse necessario un passo allo stesso tempo indietro e in avanti. Entrambi ci portano alla fine a dover riconsiderare l’utilizzo delle risorse naturali, dell’energia, e l’interazione tra l’antroposfera e la Terra come parte fondante e irrinunciabile dell’economia. Si tratta di un passo indietro poiché, sebbene immersi nella loro dimensione storica, gli economisti del Settecento e dell’Ottocento ponevano l’utilizzo delle risorse naturali e l’equilibrio tra ciò che la Terra poteva offrire e ciò che l’umanità poteva utilizzare al centro delle loro analisi. Si tratta di un passo avanti, verso un’integrazione più coerente dell’economia con le evidenze delle scienze della terra, che ci impongono di considerare l’impatto delle attività umane sul Pianeta, e i modi in cui utilizziamo le risorse finite della Terra, quali premesse irrinunciabili dello studio delle economie. I modelli economici che non tengano conto di queste fondamentali realtà devono essere urgentemente aggiornati.
Un nuovo paradigma economico deve riconoscere che nell’Antropocene, energia, risorse e ambiente sono importanti tanto quanto i mercati e i rapporti di potere tra le classi sociali per comprendere in profondità l’economia stessa. Gli economisti, per essere socialmente utili, non possono più permettersi di costruire approcci alla loro disciplina che ignorino questo cruciale fattore. Steve Keen, un vulcanico economista post-keynesiano molto attivo nell’ambito della divulgazione scientifica, pone la questione nel modo seguente: «la manodopera senza energia è un cadavere e il capitale senza energia è una scultura”, frase che può essere senza dubbio allargata alle risorse naturali.
Come e con quale intensità utilizziamo lo stock finito di risorse sul nostro Pianeta è una questione fondamentale e ineludibile. L’interazione tra tutte le attività umane (l’antroposfera) e il sistema-Terra deve essere parte fondante di qualsiasi nuovo paradigma. In altre parole, sui capitalismi, i socialismi e i comunismi si può essere in disaccordo, ma tutte le economie devono essere ecologiche. La ben nota (a noi economisti) frase che si trova all’inizio di un numero infinito di articoli, saggi e libri «in questo modello consideriamo le risorse naturali abbondanti” deve iniziare pian piano a scomparire. Di tutto il resto, poi, tenuto conto degli ingredienti di base sopra delineati, si può e si deve discutere.
Alcune note organizzative sul costruire un nuovo paradigma
Con questi mattoni, quindi, si possono gettare le basi per costruire il nuovo e sostituire il vecchio, che oggi come mai prima è in crisi. Ben inteso, una maggioranza netta di chi oggi fa economia, di chi la divulga, di chi la insegna farà resistenza alla nascita di un nuovo paradigma. Oggi, il vecchio, nonostante i suoi notevoli fallimenti, resta un paradigma dirigente, dominante ed egemone. La «New Consensus Economics» è testarda, escludente e rigidamente ideologica e occupa posizioni di potere in ambito scientifico e istituzionale. Si tratta di un paradigma dotato di mezzi e metodi sofisticati per difendersi e mantenere le proprie posizioni di influenza. La percezione della sua crescente crisi di autorità e di credibilità agli occhi della comunità scientifica, oltre che a una sempre più rilevante rivolta interna, guidata spesso da premi cosiddetti «Nobel» (come spiegato da Tiziano Distefano su Jacobin, quello per l’economia non è un reale Premio Nobel) quali il defunto Bob Solow, Paul Romer, Angus Deaton e il già citato Stiglitz, ha reso i difensori dello status quo più aggressivi e arroganti. Forse questo è il prevedibile atteggiamento di rappresentanti di un approccio ideologico egemone che, causa i suoi fallimenti e le sue contraddizioni interne, sta perdendo la capacità di fungere da guida e coagulatore della disciplina.
Sta a chi vuole costruire un’alternativa prendere coscienza di ciò, tirare avanti con serenità e cercare di convincere chi sarà possibile convincere. Sta a chi vuole costruire un’alternativa agire in modo strategico e sistematico, costruire alleanze dove possibile con studiosi di altre discipline, divulgatori ed esponenti delle istituzioni. Ciò significa accettare ogni occasione di confronto e di dibattito perché, come ci ricorda Antonio Gramsci, un messaggio giusto non può mai essere ripetuto troppe volte, in troppe diverse forme e per troppi pubblici differenti. C’è fame di un paradigma nuovo nell’accademia e nella società. C’è un bisogno disperato di un paradigma economico capace di rispondere al vuoto in cui oggi ci troviamo.
*Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico.