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Vincenzo Scalia 10 Gennaio 2026
La polizia si muove nella logica degli eserciti: ecco il nesso tra il Minnesota, il Venezuela e le nostre strade. In nome della sicurezza, interna e internazionale
Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese.
Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale. In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense.
La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare. Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico. Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.
In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.
Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degrado, dispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.
Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.
Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente.
Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.
Parafrasando Von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni.
Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era.
Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera. In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.
Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo. La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, che la crisi si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali.
Riusciremo a fermarci in tempo?
*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).