Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
alexik Alessandro Volpi
Le pillole di oggi di Alessandro Volpi inquadrano l’aggressione USA al Venezuela nel contesto degli interessi finanziari ed estrattivi in gioco, della multiforme crisi degli Stati Uniti – crisi del debito, crisi del dollaro, inflazione, deindustrializzazione, bolla finanziaria, crisi di egemonia – e dell’uso della guerra per risolverla.
Buona lettura da Alexik.
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una.
Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria.
Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare ad imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”.
Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse.
In sintesi, io penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile.Una chiave di lettura che mi sembra sempre più probabile.
L’elezione di Trump ha scatenato una guerra finanziaria all’interno del capitalismo Usa fra i “padroni del mondo”, le Big Three, grandi monopoliste del risparmio globale e grandi azioniste delle Borse americane, e la finanza legata al presidente, da Ellison, a Musk, a Thiel, a Bessent e Lutnick. Questa tensione interna minacciava la tenuta del debito federale, della bolla finanziaria, del dollaro, mettendo a nudo tutte le criticità strutturali dell’economia a stelle e strisce.
La scelta dei dazi e il tentativo di reindustrializzare gli Usa non stanno funzionando e rischiano di far perdere consensi a Trump in vista delle elezioni di midterm, così come non sembra percorribile, a queste condizione, la nuova creazione di dollari o l’abbattimento dei tassi della Fed e tantomeno le stable coin.
Così la guerra finanziaria diventa tradizionale guerra militare per la conquista delle risorse, per la difesa del primato energetico e per l’imposizione al resto del mondo del pagamento della profonda crisi americana: una strategia che può mettere d’accordo le due anime del capitalismo finanziario americano, può soddisfare il complesso militare-industriale e i boss dell’energia e magari anche della droga.
Il punto vero è però capire fino a quando la Cina potrà accettare tutto questo perché il “nuovo” Trump pare andare oltre anche l’ordine multipolare. E questo, oggi, per gli Stati Uniti non è più possibile, nonostante gli europei facciano di tutto per farglielo credere.
C’è un aspetto dell’occupazione militare americana in Venezuela che rischia di essere trascurato ma ha, invece, un grande rilievo.
Si stima che circa il 35-45% dell’intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond PDVSA, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari che sono posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price e Eaton Vance.
I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un “cambio di regime” guidato dagli Stati Uniti, questi titoli del debito venezuelano, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione per cui gli stessi fondi e le banche Usa stanno già preparando i piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela.
Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa anche essere convertito in partecipazioni azionarie o concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell’Orinoco, permettendo alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza esborso immediato di contanti. Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici EMBI (Emerging Market Bond Index), per indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli.
Oltre alla detenzione diretta, banche come JP Morgan e Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime 48 ore, il volume degli scambi di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell’intero anno 2024, con prezzi che sono balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione.
In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come biglietto, molto economico, di ingresso nell’economia del paese di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi.
Provo a riassumere lo stato delle cose, cercando una difficile brevità.
Il petrolio venezuelano è gestito da una compagnia di Stato, PDVSA, che ha mantenuto relazioni con la major statunitense Chevron, nel bacino del Lago di Maracaibo, mentre nella Fascia dell’Orinoco, dove sono detenute le riserve più grandi, sono presenti joint venture con russi (Roszarubezhneft), cinesi (CNPC) e con le europee Eni e Repsol: una condizione, quest’ultima, certamente non gradita a Trump.
Il petrolio, poi, veniva spesso venduto anche “sotto banco” a intermediari che lo portavano in Asia, soprattutto in Cina, cambiando il nome delle navi o spegnendo i trasmettitori GPS, le cosiddette “navi fantasma”, e con pagamenti che avvenivano tramite scambi di merci o valute digitali per evitare il sistema bancario americano; dunque un ulteriore danno al dollaro.
Soprattutto, grandi ambizioni sul petrolio venezuelano nutrivano anche Exxon Mobil e Conoco Phillips, estromesse al tempo di Chavez, così come interessi di rilievo manifestano le grandi raffinerie del Golfo del Messico, per le quali l’approvvigionamento del petrolio venezuelano risulta decisamente conveniente.
La fine di Maduro e la costruzione di una “colonia” in Venezuela saranno certamente un’occasione formidabile, quindi, per tutta questa rete di società, così come per quelle impegnate nella ricostruzione e nella protezione degli impianti, da Hallibarton, a Schlumberger e a Baker Hughes; società americane che hanno il dato comune, e impressionante, di avere BlackRock, Vanguard e State Street come principali azionisti.
Per queste stesse ragioni, davvero la Groenlandia potrebbe essere il prossimo bersaglio di Trump. Dal luglio del 2021 infatti esiste un blocco delle nuove licenze per l’estrazione di gas e petrolio, che ha estromesso le grandi compagnie americane, a cominciare da Chevron e Conoco, mentre quelle precedenti al 2021 stanno scadendo.
Un’azione militare, con conseguente occupazione della Groenlandia, risolverebbe il problema e consentirebbe a Trump di provare a risolvere, almeno parzialmente, anche un’altra questione. Il “possedimento” danese, infatti, è una formidabile riserva di terre rare, di zinco e di piombo, che potrebbero ridurre la dipendenza americana dalla Cina.
Peraltro, nei progetti più importanti di sfruttamento sono già coinvolte Exim Bank di proprietà del governo federale degli Stati Uniti e Critical Metal Group, quotato al Nasdaq, con dentro le solite Big Three. In merito alle terre rare, il giacimento di Kvanefjeld (Kuannersuit), uno dei più grandi al mondo, ha il limite di contenere anche uranio.
Nel 2021 è stata approvata la legge che vietava le estrazioni compresa quella di uranio (e di qualsiasi minerale con sottoprodotti radioattivi sopra una certa soglia). Ciò ha bloccato il progetto della Energy Transition Minerals (società australiana a partecipazione cinese) e la disputa è finita in un arbitrato internazionale. Anche in questo caso, l’occupazione americana risolverebbe ogni questione.
Per un’economia in crisi, la guerra è, agli occhi di Trump, la soluzione migliore e la legittimazione che ha ricevuto dalle servili élite europee, a cominciare dal governo Meloni, sembra dargli, drammaticamente, ragione. Un inciso finale; in cambio di tutto questo le Big Three dreneranno in maniera ancora più massiccia i risparmi degli europei vero il traballante debito federale Usa.
Le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla legittimità dell’attacco militare di Trump al Venezuela sono gravi per almeno tre ragioni.
La prima. Segnano la totale e assoluta subordinazione della destra e dei liberal italiani alla volontà unilaterale da parte degli USA di risolvere militarmente ogni questione che ha a che fare con i loro interessi economici, senza alcuna necessità di consultazione con le organizzazioni internazionali, né tantomeno con i presunti alleati.
La seconda. Un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un trattamento di favore da parte di Trump, senza cogliere il senso della gravità della crisi americana e quindi accettando fino in fondo il ruolo di servo sciocco solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e armi e a non tassare i servizi americani.
Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il vecchio continente accetti tutto persino le guerra.
Con tale posizione, Meloni si mette definitivamente fuori da qualsiasi ipotesi multipolare.
La terza. La dichiarazione di Meloni giustifica la guerra USA perché difensiva contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti.
Ora, una tale dichiarazione apre le porte ad una guerra continua; qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro. Siamo davvero arrivati al punto finale. Il governo italiano sta con i governi terroristi, dagli USA a. Israele.



