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Alessandro Volpi 13 Gennaio 2026
Al di là del superamento definitivo del modello economico dominante, ecco alcune mosse propedeutiche, partendo dal piano europeo
La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo occidentale in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta rapidamente aggravandosi. Ciò esaspera ancor più la natura predatoria del capitalismo con lo smantellamento dei sistemi di Welfare e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.
Al di là dell’obiettivo di un superamento definitivo di un simile modello – che non è possibile definire in queste poche righe – mi sembrano indispensabili alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo. Tratteggerò di seguito in modo schematico questi necessari passaggi.
Limitare la circolazione dei capitali
È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione «territoriale» alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione.
L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre una normativa, statale ed europea, che impedisca la corsa verso la finanza degli Stati uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macro aree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione deve rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.
Ridurre gli strumenti finanziari
Serve una drastica riduzione del numero e delle tipologie di strumenti finanziari, finalizzati a moltiplicare le ricadute «diffuse» dell’altamente insufficiente capacità della finanza di generare ricchezza e soprattutto a evitare una sua eccessiva concentrazione destinata a creare un vero conflitto sociale. Mi riferisco agli strumenti della cosiddetta «democratizzazione» della finanza, messi a disposizione di tutti e inseriti nei sempre crescenti fondi pensione privati, che sono in realtà lo strumento di tenuta del sistema capitalistico, attraverso l’allargamento costante della platea dei coinvolti nella finanza.
Le normative degli ultimi tre decenni si sono mosse nella direzione di consentire l’esplosione della finanza «derivata» nelle sue infinite forme – basti pensare agli Etf, gli Exchange Traded Funds, ossia i fondi di investimento quotati sui mercati – rivolte a un pubblico socialmente sempre più vasto. Questo processo deve essere invertito, cancellando gran parte di questi strumenti nell’intento, chiaro, di riportare la finanza a una dimensione esclusivamente legata all’economia reale.
Tassare la rendita finanziaria
È necessaria una radicale riforma fiscale, intesa come strumento per spostare il prelievo dal lavoro dipendente e dai consumi in direzione della rendita, a cominciare da quella finanziaria.
Non è più tollerabile che proprio la rendita finanziaria sia la forma di reddito e di ricchezza che paga meno imposte, mentre continua a essere mantenuto in vita un principio ottocentesco di tassazione basato sul lavoro. Patrimoniali, imposte di successione, imposte sulla rendita dotate di forte progressività sono le condizioni per generare un gettito in grado di sostenere la spesa sociale indispensabile a bloccare la privatizzazione degli Stati. In questo senso è indispensabile superare la logica della tassazione straordinaria degli extraprofitti che dovrebbe trasformarsi in un incremento strutturale del prelievo nei confronti dei settori a maggiore rendimento finanziario.
È poi superfluo ricordare l’insostenibilità di paradisi fiscali interni all’Unione europea e tutte le forme di dumping fiscale che dovrebbero essere rapidamente smantellate. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata al risparmio cinese e alla ristrutturazione in atto della finanza di quel paese e in generale di alcuni grandi paesi del Sud globale perché potrebbero diventare, all’interno di accordi di natura bilaterale, risorse fondamentali per la ripresa economica europea.
Ricostituire il credito pubblico
Bisogna ricostituire forme di credito pubblico, a cominciare da istituti creditizi e assicurativi, per sostituire i grandi colossi privati nella gestione del risparmio e nell’erogazione di un credito produttivo, non finanziarizzato, e sostenuto appunto dall’enorme mole di risparmi che, attualmente, si spostano, attraverso la gestione dei grandi fondi americani, per circa il 60% in direzione degli Stati uniti.
Lo snaturamento, nel caso italiano, della Cassa Depositi e Prestiti, ormai quasi totalmente finanziarizzata, e la funzione altrettanto finanziaria di realtà come Invitalia e Invimit richiedono un radicale ripensamento di simili strumenti, la cui proprietà pubblica è ora solo ancillare alla garanzia per operazioni di natura totalmente di interesse privatistico.
Tutelare i patrimoni naturali
È necessario evitare qualsiasi privatizzazione dei monopoli naturali, a cominciare dal vasto sistema di servizi pubblici essenziali, che stanno diventando uno dei terreni di conquista dei grandi gestori privati del risparmio, attratti proprio dalla natura di monopoli naturali, tipica di tali servizi e dalla garanzie delle tariffe pagate dagli utenti. Anche di qui passa un pezzo rilevante della finanziarizzazione dei risparmi.
Per una vera banca centrale pubblica
Servirebbe una vera banca centrale, capace di operare la monetizzazione dei debiti pubblici, in maniera da favorire gli investimenti pubblici indispensabili per affrontare la crisi climatica e per operare in direzione della riduzione delle disuguaglianze. Non bastano certo limitate partite di eurobond, la cui emissione costituisce una forma decisamente pericolosa e costosa di concorrenza nei riguardi dei debiti dei singoli paesi, a cominciare da quelli più grandi.
In questo senso appare rilevante l’utilizzo strategico dell’euro che non può essere solo una moneta di stabilizzazione del valore del debito, ma dovrebbe avere l’ambizione, proprio per la sua forza strutturale, destinata peraltro a sottrarre capacità di esportazione alle economie europee, di essere strumento di finanziamento pubblico, certo non messo a repentaglio, in questa fase, dalla debolezza del dollaro. Inoltre proprio la condizione di debolezza del dollaro, può consentire all’euro di occupare un posto di primo piano tra le valute di riserva.
Infine, per ridurre l’insostenibile dipendenza dai sistemi di pagamento in dollari e dalla pressoché totale irrilevanza dell’Unione europea in tale ambito occorre rivedere, in maniera chiara, il monopolio del sistema Swift (la rete globale che permette a banche e istituti finanziari di comunicare in modo standardizzato per scambiarsi istruzioni e trasferimenti di denaro), avviando relazioni strette con i paesi Brics per trovare una soluzione comune.
*Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. I suoi ultimi libri sono Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (Laterza, 2023), I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024).
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