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Marco Bertorello 14 Gennaio 2026

Stefano Lucarelli riprende la vecchia idea di Keynes di una camera di compensazione finanziaria per affrontare gli squilibri e la crisi della globalizzazione
Una vecchia proposta non deve essere necessariamente una proposta vecchia. Può mantenere una stringente attualità. In particolare in relazione al contesto dato, alle condizioni rimaste inalterate nel tempo o che sono tornate simili.
Una moneta globale
È il caso, per esempio, di una International Clearing Union, idea avanzata da John Maynard Keynes a proposito della creazione di una moneta globale, che avrebbe dovuto chiamarsi Bancor e funzionare come una sorta di «camera di compensazione» per favorire scambi commerciali e al contempo non far prevalere attori dominanti. Una proposta avanzata dall’economista britannico durante la Seconda guerra mondiale e che fu cestinata durante gli accordi di Bretton Woods a favore del dollaro, che allora divenne moneta di riserva internazionale evidenziando come gli Stati uniti fossero la principale potenza militare uscente dal secondo conflitto mondiale. Qualche anno dopo l’allora ministro delle finanze francese e poi presidente della repubblica, Valèry Giscard d’Estaing, lo avrebbe definito un «privilegio esorbitante».
Una moneta per gli scambi globali viene oggi riproposta da Stefano Lucarelli in un agile quanto denso libretto dal titolo Il tempo di Ares. Un’analisi delle vicende economiche di quasi un secolo, che scorre in parallelo a continui, eruditi e piacevoli, richiami alla tradizione mitologica greca. Lucarelli descrive Ermes (il dio del commercio e dei ladri) come antesignano di Ares (il dio della guerra) per poi arrivare a Pan (il dio che si incontrava nei luoghi più oscuri e che rappresentava gli impulsi umani vitali da cui derivavano il panico come l’euforia). Si può intuire, dunque, quanto lo sviluppo di crescenti relazioni di scambio conduca a un mondo sempre più privo di regole, teso verso uno scontro che da semplicemente mercantilista rischia di diventare economico-militare per produrre un nuovo ordine sulle ceneri di quello precedente.
Questa parabola è il frutto di crescenti squilibri internazionali, dove esistono paesi che realizzano avanzi commerciali e altri deficit, di conseguenza dove vi sono paesi creditori e debitori. Occidente e Sud del mondo. In particolare Stati uniti e Cina. I primi principale potenza militare e detentori della prima moneta globale, la seconda indiscutibile potenza in ascesa, che da fabbrica del mondo sta diventando leader tecnologico ed economico autonomo con diffuse relazioni internazionali. Il bipolarismo in via di affermazione sta spingendo verso un confronto senza esclusione di colpi. Come il recente attacco statunitense al Venezuela sta a dimostrare. Un’aggressione per cui, come per le armi di distruzione di massa di cui sarebbe stato in possesso l’Iraq, nulla c’entra la droga, ma il petrolio che in questo caso Caracas fornisce a Pechino. Un intervento neppure per il petrolio in sé (di cui forse gli Usa neppure necessitano così tanto), ma di interdizione a ruolo e vantaggi cinesi in America latina. A questo punto, con lo scalpo del diritto internazionale nelle mani di Washington, forse la Cina potrà invadere Taiwan dentro uno scontro geopolitico esponenziale.
Sempre più concentrazione
Lucarelli riprende studi già effettuati con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti e che dimostrano, attraverso la messa in relazione di percorsi diretti e indiretti di quello che gli autori chiamano net control (cioè il controllo aziendale), come il numero di detentori di capitali vada restringendosi sostanzialmente. Tale riduzione conferma tuttora la validità della legge di concentrazione tendenziale o di «movimento» dei capitali, ai tempi individuata da Marx, e sottolinea una sorta di «coevoluzione» tra la concentrazione e le tensioni imperialistiche in corso. Il nuovo ordine internazionale si caratterizza, dunque, per spinte protezionistiche e sanzionatorie che danno vita a crescenti conflitti tra un blocco occidentale e uno orientale. In sostanza, quel che sta accadendo viene riassunto in «una particolare configurazione della centralizzazione dei capitali: dopo aver raggiunto un certo consolidamento all’interno della specializzazione produttiva internazionale, i capitali riconducibili ai paesi creditori hanno cominciato ad acquisire i capitali riconducibili ai paesi debitori, rompendo in tal modo gli equilibri del circuito finanziario e militare che ha dominato le relazioni internazionali almeno a partire dagli anni Novanta sino ad oggi». Lucarelli spiega come le due principali potenze, Usa e Cina, siano accomunate proprio dall’aumento della centralizzazione, dove l’80% delle azioni passa da una concentrazione del 3% a meno dell’1% negli Usa, mentre in Cina passa addirittura dal 13% a meno dell’1%. La meta è identica, ma con un ritmo differente. Pechino accelera, da paese last incomer, realizzando un percorso a tappe forzate per assumere un profilo adeguato alla contesa.
Il riciclo delle eccedenze, cioè i surplus commerciali, realizzate in oriente si riversano in occidente mirando non solo a investimenti di breve termine, ma a conquistare posizioni strategiche in settori chiave dell’economia, in particolare in Europa. Il quadro in via di affermazione, è la tesi principale di Lucarelli, dà vita a una competizione capitalistica mondiale che «genera continuamente vincitori e vinti, con i primi che a lungo andare diventano creditori dei secondi e tendono a liquidarli o a fagocitarli. La cosiddetta tendenza verso la “centralizzazione del capitale” in sempre meno mani, col tempo sposta il controllo del capitale dei debitori liquidati verso i creditori che li acquisiscono». Ne consegue un ribaltamento dei ruoli. I paesi occidentali da promotori della globalizzazione ne diventano vittime. Da qui i tentativi difensivi: tra protezionismo e friend-shoring per un’alleanza geopolitica in grado di reggere la competizione con il Sud-globale in ascesa.
Nuove opportunità
La concentrazione coniugata con la supercompetizione crea un contesto permanentemente instabile, con tensioni economiche che rischiano spesso di slittare in quelle militari. Con una portata sempre meno localizzata, come l’aggressione russa dell’Ucraina dimostra. I due poli, verrebbe da aggiungere, non sono monolitici. Se da un lato la Cina mette a valore la propria potenza industriale e le proprie capacità di penetrazione commerciale, dall’altro la Russia svolge il ruolo di potenza con grandi risorse energetiche in chiave militare. Intanto gli Usa, nella loro versione estrema trumpiana, tentano di costruire un nuovo blocco con al centro loro stessi, in una logica di potenza in declino, lontana anni luce da quella in ascesa dell’immediato secondo dopoguerra. Alla «generosità interessata» dei piani Marshall degli anni Cinquanta segue ora una logica «egoistica» che non fa sconti a nessuno, neppure ai propri alleati. L’Europa così diventa forse una delle principali vittime del nuovo panorama. Interrotti gli acquisti di gas russo, ora il Vecchio continente si trova sotto il ricatto del nuovo fornitore di energia: gli Stati uniti. Da qui i balbettii e i distinguo non solo sulla vicenda venezuelana, ma persino sul rischio di un’invasione della Groenlandia.
In un contesto di ipercompetizione mercantilista che rischia di slittare in conflitto militare si può aprire l’era del dio Pan: era di panico, ma anche di ricostruzione di opportunità. Tradotto: dalla destabilizzazione possono nascere nuove occasioni per costruire un nuovo ordine economico-finanziario più stabile e all’insegna di scambi equi e pacifici.
Lucarelli quindi riparte dalle condizioni reali di affermazione della globalizzazione, innanzitutto dal suo portato di deregolamentazione finanziaria, e risale all’origine dei primi scricchiolii della globalizzazione a partire dalla crisi dei paesi asiatici nel 1997. Questi scricchiolii convincono Lucarelli dell’utilità di controlli internazionali di movimento di capitali e, perché no, aggiungerei, di repressione finanziaria vera e propria per scoraggiare atteggiamenti speculativi o eccessivamente rischiosi. Si domanda se oggi i banchieri centrali, incalzati dai venti di guerra, favoriscano lo scontro oppure nuove condizioni di pace. Da una parte c’è il rigore di bilancio, l’austerità sociale coniugata con il deciso aumento delle spese militari intese come strumento anticiclico, un progetto subalterno alle logiche di potenza trumpiane, dall’altra misure di «disarmo finanziario».
Ecco che emerge la proposta di cui si parlava all’inizio: l’istituzione di una banca centrale con una moneta che svolga la funzione di camera di compensazione internazionale, con facoltà di aumentare la liquidità per gli scambi internazionali. Utile a finanziare il commercio globale senza la necessità che i singoli Stati versino un acconto preliminare. Una moneta, dunque, con aperture di credito commisurate ai volumi di esportazioni e importazioni peculiari di ogni Stato. Tale regolamentazione consentirebbe di far coincidere i massimali di indebitamento con quelli di concessione di credito, evitando squilibri commerciali che graverebbero sui paesi debitori. In buona sostanza sarebbero previsti dei tassi negativi sia sugli accumuli di riserve sia sui debiti, incentivando scambi tendenzialmente simmetrici e sancendo così il principio che negli scambi internazionali deve esser previsto l’obbligo di saldare i debiti, ma anche di spendere i propri crediti, fuori da logiche di accumulazione infinita. Un’idea già evocata ai tempi di Keynes, ma rimasta una «possibilità inattuata». Un’idea che, riattualizzata, servirebbe non certo «per vincere la guerra, ma per “vincere la pace”». Lucarelli ha rilanciato il tema anche nel dibattito su un’alternativa economica promosso da Jacobin.
Guerre e stagnazione
Aggiungo una considerazione. Oltre ai processi di concentrazione, che sono fondamentali per comprendere il presente e i rischi del futuro, va considerato il crescente ingolfamento dell’economia di mercato. Cioè la sua ormai decennale (se non secolare) tendenza alla riduzione della crescita economica, in particolare nei paesi occidentali. I ritmi, capitalisticamente intesi, sono impietosi. Oggi in Italia festeggiamo un aumento del Pil dello 0,6% a fronte di decimali inferiori della Germania. Siamo lontani non solo dalla golden age dei Cinquanta e Sessanta, ma anche dagli anni Novanta. Tale tendenza risulta decisiva per comprendere le scelte dominanti attuali.
Gli Usa non pensano più a guerre in giro per il mondo per accaparrarsi risorse energetiche, come ai tempi del loro predominio unipolare (vedi Iraq o Afganistan), ma alla costruzione del controllo di un’area strategica attigua geograficamente che ospiti catene del valore regionalizzate. Tale cambio di passo riconosce implicitamente il concorrente cinese ed è pronto a sacrificare persino gli storici alleati in una logica di sopravvivenza. Da qui i ponti, per quanto traballanti, offerti da Trump alla Russia nel conflitto con l’Ucraina e, soprattutto, il dichiarato intento di ridurre le proprie spese Nato.
La crisi che stanno attraversando gli Usa suggerisce che il paese sopporti a fatica le spese militari, in parte giudicate addirittura improprie. D’altronde ciò che Dwight Eisenhower definiva complesso «militar-industriale» non gioca più come un tempo quella funzione sistemica per gli assetti socio-economici. Da qui la progressiva riduzione delle spese militari dagli anni Sessanta al nuovo secolo in relazione al Pil. Con un nuovo aumento di spesa che arriva solo a partire dai conflitti con il mondo islamico nel XXI secolo, ma che risulta sempre più incompatibile con una crescita anemica ben al di sotto delle necessità di potenza che avrebbe Washington.
La Nato, poi, è un’alleanza che gli Stati uniti giudicano, in qualche misura, desueta. Ognuno dovrebbe spendere per giungere all’autosufficienza in difesa e tutela dei propri interessi. L’Europa paradossalmente pensa di approfittare di questo nuovo stato di guerra per imporre un deciso aumento delle spese militari, magari con riconversioni belliche di parte dell’industria civile, secondo una logica da keynesismo militare. Tali spese dovrebbero essere un volano per l’economia o, meglio, un volano di alcuni comparti industriali in un contesto stagnante e di si salvi chi può. Lo stato di guerra, dunque, non significa necessariamente guerre o maggiori guerre di tipo tradizionale, sebbene non si possano escludere come l’Ucraina ci insegna. Ma un sistema che risponde a necessità interne e più profonde, un dispositivo di disciplinamento sociale.
Lucarelli cita espressamente un lungimirante scritto di Raniero La Valle e Claudio Napoleoni del 1986, nel quale affermano come un sistema di guerra sia «un sistema dove le armi non sono solo strumenti militari di difesa, accessori e subordinati alla volontà generale, ma sono di fatto la massima struttura di potere della società, ciò che ne esprime e determina la vera natura; un sistema dove le armi non hanno solo una funzione militare, ma ancor più hanno una funzione politica; esse di fatto determinano la natura del regime politico, ne producono la costituzione materiale, segnano limiti rigidi alle possibilità di alternative e di mutamenti interni al sistema politico, fissano i confini di compatibilità dei suoi rapporti esterni e della sua politica internazionale, si impongono come fonte normativa primaria e architrave del sistema». Insomma molto di più di quella che denunciamo come guerra.
*Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).