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15 Gennaio 2026 Piero Orteca
Export e dazi, la Cina guadagna un trilione. Nonostante la guerra commerciale scatenatale contro da Trump, la Cina ha registrato un surplus di oltre un trilione di dollari. In pratica, ha in parte sostituito gli Usa come clienti, conquistando nuovi mercati in tutto il resto del mondo. E questo potrebbe avere conseguenze significative anche nel campo della geopolitica
itica.

Un boom sorprendente
«Il surplus commerciale della Cina titola con grande evidenza il Wall Street Journal – raggiunge un record, sfidando le aspettative di rallentamento causato dai dazi.
Il Paese ha registrato un surplus di 1,19 trilioni di dollari nel 2025, con esportazioni in crescita del 5,5%. Mentre anche le importazioni sono aumentate del 5,7% su base annua a dicembre, riprendendosi dal calo dell’1,9% di novembre».
Insomma, la ‘fabbrica del mondo’, come viene definito dagli specialisti il colosso asiatico, ha ripreso a marciare a tutto spiano, scavalcando tutti gli ostacoli che le si parano davanti. A cominciare dai dazi e dai balzelli doganali di Trump.
Eppure, secondo la maggior parte degli economisti, la strategia commerciale fortemente protezionistica voluta dalla nuova Amministrazione americana, avrebbe dovuto mettere con le spalle al muro molte aree dell’export cinese.
Non avevano calcolato, però, che la quota di mercato persa negli Stati Uniti, avrebbe potuto essere recuperata da Pechino nel resto del pianeta. E così è stato. «Le spedizioni verso gli Stati Uniti sono diminuite – segnala il WSJ – ma i produttori cinesi hanno trovato nuovi clienti nel resto del mondo. L’economia globale, alimentata dalla spesa per l’intelligenza artificiale, ha continuato a prosperare, mantenendo forte la domanda esterna. E un altro anno di deflazione dei prezzi alla produzione ha reso i prodotti cinesi attraenti per gli acquirenti esteri. Come risultato – conclude il giornale – le forti esportazioni hanno contribuito a far crescere l’economia cinese, superando le aspettative, e nonostante il mercato immobiliare e la fiducia dei consumatori nel Paese siano rimasti in una fase di stallo».
Verso nuovi mercati
La guerra commerciale dichiarata da Trump, con l’inizio del suo secondo mandato, ha obbligato la leadership cinese a rivedere drasticamente tutti i piani di espansione economica relativi all’export. In questo senso, si è fatta quasi frenetica la ricerca di nuovi mercati e di partner capaci di sostituire parte della domanda Usa.
Tale necessità ha rafforzato una dottrina di espansione geopolitica già adottata efficacemente da Pechino: allacciare relazioni commerciali con Paesi-partner (specie quelli in via di sviluppo) e finanziarne con prestiti a lunga scadenza la domanda di beni e servizi cinesi.
Tenendo conto di quest’approccio, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti diminuivano del 20% nel 2025, quelle verso altre aree aumentavano. Ad esempio, le esportazioni verso i Paesi del Sud-est asiatico sono aumentate del 13%, quelle verso l’Unione Europea dell’8,4%, quelle verso l’America Latina sono aumentate del 7,4% e quelle verso l’Africa si sono letteralmente impennate, arrivando a un incremento annuo del 26%. A questa contabilità, di per sé già molto significativa, occorre aggiungere, con un’altra considerazione, altri prodotti cinesi che per ragioni di opportunità daziaria vengono assemblati all’estero. In tal modo, le catene di approvvigionamento si sono solo formalmente spostate verso nuovi Paesi, come il Vietnam o il Messico, ma in sostanza finiscono sempre col trattare manifattura cinese.
Molto export e poca domanda interna
La forbice tra export e domanda interna, sempre troppo larga in Cina, preoccupa tutti i mercati. A cominciare da quelli occidentali. Un’economia che produce solo per l’estero, si dice all’Unione Europea, fa concorrenza sleale, perché finisce per deprimere i prezzi.
Lo sostiene anche il Fondo monetario internazionale, che ha lanciato l’allarme, dicendo che la Cina, la seconda economia mondiale, «è troppo grande per basare la propria crescita sulle esportazioni». Bisognerebbe puntare decisamente sulla domanda interna e sostenere un mercato di consumo verso cui indirizzare parte della produzione, per stabilizzare i prezzi. Le autorità cinesi hanno promesso di farlo, ma a parte qualche bonus per gli elettrodomestici e i veicoli elettrici, poi non si è visto più nulla. Alimentare i consumi costa, ma è anche una scelta ideologica, che in questo momento, evidentemente, i vertici del Partito comunista cinese non si sentono di fare. Gli indirizzi politici che partono da Xi Jinping mostrano un ritorno soft all’ortodossia, un centralismo dirigistico in giacca e cravatta.
«Alcuni economisti – dice il WSJ – ritengono che potrebbe essere difficile per la Cina riprendere una crescita delle esportazioni così forte nel 2026. I dazi statunitensi, applicati in modo discontinuo lo scorso anno, hanno innescato un’accelerazione degli ordini che ha contribuito in parte alla corsa alle esportazioni della Cina. Tuttavia, molti analisti non si aspettano che la capacità di esportazione della Cina si indebolisca a breve. La domanda globale dovrebbe rimanere resiliente e i produttori cinesi hanno dimostrato la loro competitività nonostante i dazi».