Che succede in Iran?

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Fariba Adelkhah 15 Gennaio 2026

Perché la situazione in Iran è difficile da comprendere e completamente imprevedibile? Il regime ha ancora una base sociale? Cosa ha scatenato l’attuale crisi? Un articolo di Fariba Adelkhah, antropologa franco-iraniana, che oggi vive a Parigi e che 2019 era stata arrestata in Iran per «attentato alla sicurezza nazionale della Repubblica islamica»

Dietro l’intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse Opinion Critique). Traduzione di Salvatore Palidda per Effimera 


La Repubblica Islamica dell’Iran torna a far notizia, tra proteste, repressione e minacce da parte di Stati Uniti e Israele. La situazione è ancora più difficile da comprendere e imprevedibile dato che le autorità hanno imposto un blackout informativo: internet è bloccato, tranne presumibilmente per i membri privilegiati del regime (o, curiosamente, per alcuni dei suoi dissidenti in possesso di una cosiddetta SIM “white card”). Inoltre, l’opposizione in esilio satura i media con annunci dell’imminente caduta del presidente – sebbene lo faccia da quarantaquattro anni – e dell’imminente ritorno dell’erede della dinastia Pahlavi, una previsione che si ripete da circa quindici anni. La proliferazione di fake news e video palesemente prodotti dall’intelligenza artificiale, o diffusi senza alcuna contestualizzazione, non fa che aumentare la confusione. Pertanto, dobbiamo affrontare le immagini e i dati che circolano senza alcuna possibilità di verifica o controllo incrociato con la massima cautela giornalistica e scientifica. In breve, li riceviamo da due fonti ugualmente inaffidabili e poco trasparenti: da un lato, il regime stesso; dall’altro, i social media, i cui padroni e meccanismi interni non si sa a cosa mirano.

La rabbia nelle strade è innegabile. È alimentata dall’inflazione, che rende la vita quotidiana semplicemente impossibile. Gli iraniani non possono più permettersi beni alimentari di base, figuriamoci qualsiasi altra cosa. A questo si aggiungono le ormai frequenti interruzioni di acqua ed elettricità dovute allo spreco di risorse idriche dovuto all’invecchiamento delle infrastrutture, alla proliferazione di trivellazioni illegali nelle aree rurali e al cambiamento climatico. Sembra che questa rabbia stia ora portando con sé richieste politiche ostili alla Guida Suprema, o persino alla stessa Repubblica Islamica, e, alcuni ci assicurano, favorevoli all’erede di Mohammed Reza Shah, senza alcuna chiara indicazione dell’entità del suo effettivo sostegno popolare nel Paese.

Per comprendere meglio la rappresentatività e l’importanza delle proteste, può essere utile guardare all’Iran da una prospettiva diversa. Diversi indicatori suggeriscono che la Repubblica Islamica, o almeno lo Stato, gode ancora di un certo grado di fiducia all’interno della società, o che quest’ultima dimostra una flessibilità e un’adattabilità alle politiche pubbliche che non pregiudicano in alcun modo i suoi sentimenti più profondi o le sue divisioni interne. Ad esempio, Mohammad Reza Ashtari, direttore di Pedal, la piattaforma di vendita di automobili più popolare in Iran, ha annunciato alla fine dell’anno, prima dello scoppio delle proteste, che tra i dieci e gli undici milioni di iraniani si erano iscritti a una lotteria che consentiva loro di pagare in anticipo le auto in vendita e di riceverle entro 30 giorni o entro quattro-otto mesi. L’esperienza ha dimostrato che, in pratica, questo lasso di tempo potrebbe essere esteso di due o tre volte. A novembre, più di tre milioni di iraniani si erano registrati come acquirenti; a settembre, sei milioni. Analogamente, a marzo 2025, la Banca Centrale ha venduto 339.138 monete d’oro a 91.100 persone utilizzando lo stesso metodo di vendita differito. Questo metodo di vendita è molto comune in Iran dalla rivoluzione del 1979. Le persone acquistano volentieri case su progetto, pagando a credito: una parte consistente alla firma e il saldo alla consegna. Persino il petrolio, nel contesto delle sanzioni internazionali, viene venduto in questo modo. Gli intermediari pagano una parte in contanti, con la promessa di una consegna successiva, per il carico di una petroliera, che viene poi trasferito su una nave nel Golfo. Questa pratica commerciale del salaf (letteralmente: “pagamento anticipato”) è comune in agricoltura. Gli intermediari acquistano la frutta dall’albero, prima che sia matura e raccolta, a un prezzo inferiore, assumendosi il rischio di condizioni meteorologiche avverse o altri eventi. L’agricoltore ci rimette in termini di reddito, ma può trarne vantaggio in termini di flusso di cassa. Si suppone che tutti ne traggano vantaggio, anche se, in realtà, questo tipo di transazione rivela l’asimmetria del rapporto tra produttori e commercianti o trasportatori, e favorisce una sola categoria sociale: gli intermediari, sulle cui spalle grava il grosso dell’onere economico.

Il fattore importante, in questo caso, per le transazioni di oro o automobili, è la fiducia continua che il pubblico ripone nella firma dello Stato, o delle sue istituzioni finanziarie ed economiche, a cui affida il proprio denaro per diversi mesi, e spesso diversi anni, senza un ritorno immediato. E questo nonostante il susseguirsi di movimenti di protesta e manifestazioni dal 2009. Il legame tra Stato e società non sembra essersi completamente spezzato, sebbene gli eventi attuali avvalgano l’ipotesi di una vera e propria crisi di regime – un’ipotesi che non considera la fascia della popolazione che non ha ancora espresso le proprie opinioni.

Prima di tentare di decifrare la crisi politica, ricordiamo alcune ragioni che spiegano la persistenza di questa fiducia, o almeno i possibili limiti della richiesta di un cambiamento politico (o di policy) più o meno radicale, che, in fondo, è la logica stessa del principio di protesta. Da parte mia, ne vedo almeno quattro: il timore di vedere compromessi gli interessi accumulati in oltre quarant’anni di Repubblica, e spesso grazie ad essa, in vari settori economici, in particolare nel settore fondiario e immobiliare, ma anche nel commercio, attività centrale del Paese; il ricordo ossessivo dei conflitti sepolti, dei regolamenti di conti e della condotta della guerra tra Iraq e Iran, tutti episodi dolorosi che hanno lacerato la società e le famiglie stesse; il timore di una guerra civile del tipo che sta devastando i Paesi vicini (Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Yemen); e il rifiuto dell’ingerenza straniera.

Il regime ha ancora una base sociale?

In breve, regime e società sono troppo strettamente intrecciati per una rottura improvvisa, almeno fino a prova contraria. In particolare, il livello locale non deve essere trascurato quando si valuta la forza della Repubblica Islamica e la natura dell’attuale conflitto, che non può essere ridotto alla domanda piuttosto ingenua se un Pahlavi tornerà o meno al potere. Le elezioni municipali e persino parlamentari a questo livello sono autenticamente competitive. Sono intrecciate con le dinamiche locali e quindi possiedono una propria dimensione distinta, relativamente indipendente dal regime, pur essendo in grado di innestarsi nelle istituzioni esistenti, in particolare a livello di interessi agrari, che la rivoluzione del 1979 ha infine riprodotto in larga misura, a causa della mancanza della promessa riforma agraria, definitivamente abbandonata negli anni Ottanta.

Oggi, molti iraniani, sebbene non “tutti” gli iraniani, sono in piazza, in ranghi più compatti e apparentemente più diversificati socialmente rispetto al movimento “Donne, Vita, Libertà”, e con richieste più radicali, o almeno più generali e politiche, rispetto a quel movimento. Dalla fine della guerra contro l’Iraq nel 1988, i movimenti di protesta si sono susseguiti. Pur essendo spesso categoriali, queste crisi hanno comunque teso a ruotare attorno a tre o quattro questioni principali: l’economia, le libertà, la giustizia e, sempre più a partire dalla “Guerra dei Dodici Giorni” tra giugno e luglio 2025, la sicurezza.

Cosa ha scatenato l’attuale crisi? Il malcontento dei commercianti, le cui attività e profitti sono stati ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili, il che diventa rapidamente catastrofico in un’economia dollarizzata, dove persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro. È il dollaro a dettare il ritmo, molto più dell’oro, del petrolio o del mercato immobiliare.

Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi di cambio – un tema ricorrente nell’aggiustamento strutturale dell’economia iraniana dall’inizio degli anni Novanta – la cui attuazione vieta (o vieterebbe) le transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale legati a queste istituzioni, e ai tassi di libero mercato applicati all’intera popolazione. Alcuni importanti intermediari legati al sistema corporativo e ad alcune istituzioni di regime, il cui potere è stato rafforzato grazie, in particolare, alle sanzioni internazionali, avrebbero molto da perdere da una simile riforma monetaria, che, fino ad ora, è sempre stata rinviata sotto la pressione delle lobby e, naturalmente, in nome delle sofferenze di un popolo che rappresenta sempre un comodo capro espiatorio quando si tratta di proteggere questi interessi particolari.

Quest’anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il bazar di telefoni cellulari e accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, che viene importato al tasso di cambio preferenziale, teoricamente riservato ai beni essenziali, e poi rivenduto al tasso di libero mercato. Tutto ciò avviene sullo sfondo di numerose cause legali intentate contro alcuni dei suoi commercianti, in rappresentanza di importanti aziende internazionali come Nokia, Samsung e LG, accusati di non aver fornito i servizi contrattuali, a danno dei loro clienti e a vantaggio dei loro portafogli. I commercianti di Alaeddine hanno vetrine, ma sono noti per lavorare a stretto contatto con reti commerciali illecite che, tuttavia, non sono necessariamente separate da quelle dello Stato. Si potrebbe quasi parlare di una guerra tra due reti di contrabbando, o almeno due reti economiche informali: quella del bazar e quella del regime, con i suoi partner opportunisti, come banche e varie aziende. Da un lato, probabilmente non dovremmo attribuire al bazar di Alaeddine più importanza di quanto meriti, ad esempio ricordando astoricamente che il bazar ha avuto un ruolo fondamentale in tutti i grandi movimenti rivoluzionari, in particolare nella Rivoluzione Costituzionale del 1906-1909 e nella cosiddetta Rivoluzione Islamica del 1979, quasi a voler annunciare meglio l’inevitabile rovesciamento del regime – un elemento su cui l’opposizione in esilio si aggrappa prontamente.

Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è la crescente frustrazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica e l’incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane e statunitensi, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà individuali. L’elemento decisivo della situazione è l’autonomia della piazza, riconquistata con la contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 2009 e le successive proteste del Movimento Verde. Una parte dei leader del movimento, incarcerati o agli arresti domiciliari, continua a esercitare influenza politica e a rappresentare una sorta di potenziale opposizione, più o meno in sintonia con le mobilitazioni popolari.

D’altra parte, è vero che il bazar è sempre stato in grado di mobilitare la strada impiegando vari “colli grossi” (gardan koloft). Il più famoso in epoca moderna fu Teyyeb Haj Rezai (1912-1963), a cui in passato ho dedicato una ricerca. La sua roccaforte era il mercato ortofrutticolo nel sud di Teheran. Non si può escludere che i “colli grossi” contemporanei, traendo profitto dai guadagni inaspettati delle sanzioni internazionali, abbiano altre roccaforti, meglio collegate all’economia globalizzata. Il movimento di protesta, persino le rivolte, potrebbero allora assumere la forma di una “guerra dei gioiellieri”, come si dice comunemente in Iran, in cui l’unico perdente è il cliente. La storia iraniana è piena di episodi di questo tipo, ricchi di violenza, tradimenti e drammatici capovolgimenti di fronte.

Una “guerra dei gioiellieri”?

In breve, non si può fare a meno di interrogarsi su potenziali protagonisti diversi dai manifestanti che scendono in piazza a proprio rischio e pericolo, e su possibili programmi diversi dalla condanna dell’alto costo della vita, dalla denuncia della corruzione, dalla richiesta di giustizia e libertà, o persino da un cambio di regime. Non è cospirazionismo mettere in discussione, negli eventi attuali, il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie, di attori di un mercato finanziario fiorente – che non hanno mai nascosto la loro gioia nel vedere il dollaro impennarsi e aumentare i loro profitti marginali, al punto da temere l’unificazione dei tassi di cambio e la stabilizzazione monetaria – o persino dei principali santuari di Qom e Mashhad, vere e proprie potenze economiche, e delle reti di contrabbando nelle province di confine. Senza dimenticare gli attori stranieri i cui omicidi mirati e attentati del 2025 hanno dimostrato di avere legami con l’Iran stesso.

Nel frattempo, i manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla nausea, “Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il rovesciamento [della Repubblica Islamica]” (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar negouni). Da quanto sento quotidianamente sui social media, in particolare su Clubhouse, che ha un seguito enorme, la soluzione politica sembra semplice, almeno in teoria, ma i problemi rimangono senza soluzioni concrete: la sicurezza, in un Paese assediato da nemici stranieri e traumatizzato dalla “Guerra dei Dodici Giorni”; la ripresa economica; la giustizia; e le libertà. Finché l’opposizione rimarrà divisa su tre punti di contesa – il posto dell’Islam nel sistema politico, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione costituzionale, in altre parole, la questione della Guida Suprema – lo Stato dovrà mantenere il controllo, per quanto sanguinoso, sul corso degli eventi e ricevere l’approvazione o l’accettazione di una parte della popolazione, anche se quella parte è pienamente consapevole della propria incompetenza o corruzione.

Il movimento “Donne, Vita, Libertà” ha fatto capire al regime che non ha altra scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio, di fatto, sebbene non sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non è mai esistita una legge esplicita che lo rendesse obbligatorio). In parole povere, la polizia si è arresa. Il profilo delle donne con account Clubhouse è rivelatore. Molto spesso mostrano ritratti di se stesse senza velo, anche quando si trovano in gruppi vicini al governo. Nelle zone franche del Golfo, in particolare sull’isola di Kish, le donne vestono in modo meno conservativo che a Dubai. In ogni caso, la questione del velo è stata senza dubbio sempre sopravvalutata all’estero, poiché il suo obbligo non ha impedito, e potrebbe anzi aver incoraggiato, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica.

In risposta a questa protesta aperta, la repressione è diventata molto dura, come dimostra l’elevatissimo numero di morti degli ultimi giorni. I servizi di sicurezza si preparano a questo scontro da molti anni e sono esperti di violenza. Ma, allo stesso tempo, forse mai prima d’ora il dibattito è stato così aperto all’interno della Repubblica Islamica e con la sua opposizione, almeno fino al blocco di internet. Su Clubhouse, si possono esprimere opinioni altamente provocatorie su temi scottanti, nonostante molte delle stanze della piattaforma siano controllate da attori del regime. Gli iraniani, sia quelli all’interno del Paese che quelli della diaspora, “esperti” così come gente comune e politici, giovani e anziani di entrambi i sessi, vi dedicano molto tempo. Idee, e soprattutto invettive, circolano e permeano le onde radio, senza che nessuno sappia cosa emergerebbe in caso di una vera e propria rottura politica. Bisogna riconoscere che, nonostante la violenza del discorso scambiato, Clubhouse funge da sostituto della società civile e ne compensa le carenze. La prigione stessa contribuisce a questo fermento. Detenuti noti, come Tadjazadeh, Mirhossein Moussavi e Bahareh Ranameh, inviano regolarmente le loro dichiarazioni al mondo esterno, che gli ambienti politici si prendono poi il tempo di discutere sui social media.

Una delle caratteristiche degne di nota di questo fermento intellettuale è che non rifiuta necessariamente il quadro normativo islamico. Spesso, la Repubblica Islamica non viene criticata per la sua esistenza in quanto tale, ma per la sua esistenza inadeguata, errata o addirittura per aver tradito il “vero” Islam, in particolare dal punto di vista della politica economica, della giustizia e delle libertà pubbliche e private.Si invoca un Islam migliore, che rimane il “problema legittimo della politica” (Pierre Bourdieu) per molti protagonisti – un fatto che parte dell’opposizione esterna non riesce a comprendere – le autorità iraniane non sono semplicemente composte da cattivi leader, ma anche da cattivi musulmani. Vengono quotidianamente redarguiti facendo riferimento alla tradizione del Profeta, ai suoi detti (hadith), al Nahj al-Balagheh (i detti e i sermoni dell’Imam Ali) – un repertorio che il presidente Pezeshkian ha citato frequentemente durante la sua campagna elettorale del 2024 – e anche ricorrendo al fiqh, la legge islamica. Questa invocazione del “vero” Islam, quello di Ali ibn Abi Talib, cugino di primo grado del Profeta, e non quello di Ali Khamenei, lascia la porta spalancata a un dibattito che non risparmia più la persona e la funzione della Guida Suprema. La sua dipartita è, in ogni caso, imminente e inevitabile data la sua età, anche a prescindere dall’attuale movimento di protesta. Inoltre, non c’è dubbio che l’imminenza di questa scadenza sia alla base degli sconvolgimenti nella vita politica iraniana degli ultimi anni. In effetti, all’interno del clero e negli ambienti di filosofia politica, il dibattito è in corso dagli anni ’90 e 2000, in particolare per quanto riguarda la natura personale o collegiale del velayat-faqih (ufficio del giudice). Le questioni relative al suo status, alle sue prerogative costituzionali e alla sua successione non sono più un tabù, nemmeno su Clubhouse. Uno degli effetti paradossali della Repubblica Islamica è il silenzio imposto all’alto clero riguardo agli affari politici, un fatto trascurato da coloro che attribuiscono grande importanza alle dichiarazioni di alcuni membri di medio o basso rango, fortemente ideologicamente motivati, e che li scambiano per portavoce del regime.

Imprevedibilità rivoluzionaria

Una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto poco dell’effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo all’interno dell’Iran stesso. All’estero, l’opposizione rimane molto vaga sui suoi programmi. Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano rimanere strettamente legati alle sue reti. Tanto che non sappiamo nulla della posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su questioni cruciali come la ripresa economica, i rapporti con gli Stati Uniti (e soprattutto con Trump) e il ruolo dell’Islam e del clero – che non sono necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. È possibile che la Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall’esterno. È anche probabile che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell’abisso, soprattutto se a spingerli in quella direzione è l’intervento straniero. Non dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 era nazionale, persino nazionalista, prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto esaurita. Non possiamo quindi escludere la possibilità che una forza interna al regime costituito possa prendere il controllo sfruttando questa vena, anche se ciò significa trovare un compromesso con il “Grande Satana”. Le Guardie Rivoluzionarie sono, ovviamente, le prime che vengono in mente in questa situazione, data la loro ascesa economica durata almeno due decenni. Ma non c’è alcuna garanzia che vogliano prendere apertamente il potere che già controllano dietro le quinte. Questo è particolarmente vero perché sono esse stesse divise, soprattutto lungo linee generazionali.

Infine, per definizione, una vera rivoluzione non può essere pianificata. Nasce da un’alchimia che le scienze sociali non comprendono facilmente, come hanno dimostrato le previsioni in gran parte errate dei migliori specialisti del 1977-1979. Emerge sempre in modo contingente, senza preavviso, dalle profondità di una società, a volte dando legittimità a idee o pratiche prima impensabili.

Il panorama è senza dubbio più cupo, oggi. Non ci si può che chiedere come siamo arrivati ​​a questo punto! Una domanda difficile, data la complessità della situazione e le responsabilità coinvolte. Quindi, poniamo un’altra domanda. Il cambiamento politico, da solo, in una società così polarizzata, può produrre un miracolo diverso da una sanguinosa purificazione? Per la mia generazione, che ha partecipato alla rivoluzione e ne è stata orgogliosa, senza sottoscrivere il regime che ne è emerso, la speranza è che le attuali forze politiche possano dialogare senza ricorrere alla violenza, portando alle profonde trasformazioni necessarie. L’Iran appartiene a tutti gli iraniani che hanno vissuto le sue crisi, le sue divisioni, la guerra, le sanzioni internazionali e che hanno lottato per la sua integrità.


Fariba Adelkhah è un’antropologa franco-iraniana. Nata a Teheran nel 1959, è una ricercatrice del Centre de recherches internationales a Sciences Po di Parigi. Arrestata in Iran nel giugno del 2019, e accusata di «attentato alla sicurezza nazionale della Repubblica islamica» è stata imprigionata per più di un anno e poi rilasciata con un braccialetto elettronico e quindi nuovamente detenuta nella prigione di Evin dal gennaio 2022 al febbraio 2023. È rientrata in Francia solo nell’ottobre del 2023. A questa terribile esperienza ha dedicato il libro «Prisonnière a Teheran» (Seuil, 2024)

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