Vacciniamoci contro il morbo dell’americanismo

Dal blog https://www.ariannaeditrice.it

di Marco Tarchi – 16/01/2026

Fonte: Destra

Buongiorno Professor Tarchi, per aprire la nostra conversazione, le propongo una riflessione sul concetto di “democrazia liberale”, la forma di governo più diffusa in Occidente, che per de Benoist sarebbe già una contraddizione in termini: si tratterebbe infatti di qualcosa di nato male, che contiene il germe della sua stessa dissoluzione. Poiché il liberalismo tende all’individualismo, alla relativizzazione e dissoluzione di tutti i valori, alla fine saltano anche quelli comunitari fondanti la democrazia. Qual è a suo avviso il destino delle democrazie liberali? E se questo è segnato, poiché esse sono “maledette”, cosa viene dopo?

Non ho doti profetiche e non so prevedere cosa verrà dopo le democrazie liberali e non so neanche se il loro destino sia segnato. Mi limito a constatarne l’involuzione, che le porta ad essere sempre più lontane dalle promesse con cui i loro teorici le avevano presentate all’opinione pubblica. Della separazione tra classi dirigenti e governati si parla fin troppo ormai da decenni e tutti abbiamo sotto gli occhi il disamore verso la cosa pubblica che si esprime nel discredito del ceto politico e nella rinuncia all’esercizio del voto. Ma in questo rifiuto, più che una responsabilità della forma istituzionali dei sistemi pluralistici, vedo una conseguenza del trionfo dell’ideologia liberale, in quel fondo individualistico a cui Lei ha fatto cenno. In altre parole, la causa della situazione attuale è di natura culturale, non strutturale. Quando l’economia diventa il fattore dominante all’interno di una società e niente è considerato più importante della soddisfazione dei propri bisogni materiali, viene meno il collante di qualunque collettività e alla lunga il rischio di disgregazione si fa più vicino. A questa deriva non esistono rimedi politici. Temo che solo uno choc, una catastrofe, potrebbe invertire il processo di sfaldamento delle identità collettive oggi in atto.

L’ideologia umanitarista figlia del politicamente corretto (prevalente a sinistra) vuole oggi vedere tutto intorno a noi occidentali privilegiati un blocco compatto di oppressi, di disgraziati, delle cui disgrazie saremmo naturalmente unici e soli responsabili, di qui l’idea per cui “noi” avremmo solo doveri di soccorso, e “loro” solo diritti ad essere soccorsi – ovviamente innati e inalienabili. Come riescono oggi le forze progressiste a conciliare tale ideologia con il totale asservimento della politica ai mercati, la crescente compressione delle misure di sostegno sociale e (almeno negli anni solo da poco trascorsi) la mitizzazione dell’austerità? Non è evidente che per realizzare l’utopia dell’accoglienza infinita (se proprio si vuole) occorrano semmai politiche espansive e non restrittive?

Separerei le due questioni che il Suo quesito evoca. Che lo Stato debba occuparsi maggiormente dei problemi connessi alle diseguaglianze economico-sociali, senza piegarsi al diktat dei mercati finanziari e all’ossessione del pareggio di bilancio, mi pare una necessità ineludibile, anche se la dipendenza dei destini di quasi tutti i paesi da indici di borsa, spread e giudizi delle agenzie di rating rende questo obiettivo pressoché utopico. Ma che l’Occidente abbia pesanti responsabilità storiche nei confronti di molti dei territori su cui ha esercitato a lungo il dominio coloniale non può essere negato. Le sue politiche di sfruttamento di materie prime e manodopera sono fra le cause del ritardato e tuttora incompiuto sviluppo di gran parte dei paesi di quello che un tempo era definito Terzo mondo, a cui dobbiamo gli odierni enormi flussi migratori. Per cercare di mettere un freno a questo fenomeno bisogna guardare all’Africa e all’Asia non come ad enormi giacimenti di terre rare e fonti di straordinari profitti per gli investitori statunitensi, europei o cinesi, ma come continenti che vanno fattivamente aiutati a raggiungere, in tempi ragionevoli, l’autosufficienza alimentare, tecnologica ed economica. Solo che, per fare ciò, occorrerebbe liberarsi delle costrizioni della mentalità egoistica che è consustanziale al capitalismo. E torniamo, così, nel campo dell’utopia.

Si è visto, oggi forse più che mai il semplice dire la verità dovrebbe essere un atto rivoluzionario, per citare Orwell, eppure le uniche rivoluzioni che guadagnano copertura e sostegno da parte del mainstream sono quelle “colorate”, virtuali, caratterizzate dal prevalere dell’emotività sui fatti, del simbolico sul reale, e dei diritti civili su quelli sociali, e ancora – ultimamente con la questione palestinese – dei problemi di popoli distanti piuttosto che del nostro. I bisogni autentici e le reali istanze sociali non trovano voce, mentre le idee più sterili e radicali si vedono sempre offerto il megafono dei media. Ma se tutto si sussume in mero calcolo per massimizzare l’engagement politico e l’audience, non è forse segno del fatto che tutto si è ormai ridotto a merce, anche la politica stessa, rendendo per sempre inaccessibili i temi veri e i contenuti reali? Se davvero è così, come si esce da tale aporia riportando al centro dell’attenzione dei media e della politica – seppur ciò non sia “business friendly” – le questioni che davvero contano e determinano la nostra esistenza ogni giorno?

Francamente, non condivido l’idea che i problemi del popolo palestinese siano distanti dal nostro orizzonte. Ci piaccia o meno, il mondo è oggi condizionato dall’interdipendenza, e chi lo ignora si condanna all’incomprensione dei problemi che lo attraversano. Inoltre, se c’è un ambito in cui più che in altri l’ideologia liberale va combattuta è proprio quello dell’affermazione del concreto diritto di tutti i popoli – in quanto espressioni di identità collettive, di culture, di storie comuni – all’autodeterminazione, in opposizione a una mentalità che ritiene che i diritti riguardino solo gli individui. L’oppressione dei palestinesi da parte di Israele è sempre più aberrante, ed è una vergogna che vanga di fatto tollerata dai paesi sedicenti democratici da ormai quasi ottant’anni. La tutela dei diritti sociali dei cittadini italiani, o di qualunque altro Stato europeo, non ha certo di che temere dalla preoccupazione per la sorte di altri popoli, e non è questione di ordine mediatico, ma politico. Ed è alla classe politica che va addossata la colpa del disinteresse a cui Lei fa riferimento. Del resto, oggi in più di un paese sono parte integrante dei governi partiti che si autodefiniscono sovranisti; ebbene, la loro azione ha comportato un’inversione di rotta significativa rispetto al passato? Si stanno facendo carico efficacemente dei “temi veri”, dei “contenuti reali”, dei “bisogni autentici”? A me pare di no. Mi pare anzi che si preoccupino non meno dei loro concorrenti di essere “business friendly”, perché sanno che dal consenso dei poteri economici e finanziari dipende gran parte del loro futuro.

Il Novecento si è chiuso lasciando dietro di sé milioni di morti in nome di contrapposte ideologie, ma apparentemente ha anche lanciato sul nostro presente un anatema: quello della fobia cieca per tutti gli -ismi, riempiendoci la testa con il terrore di qualunque pensiero che possa essere “offensivo”: fuggiti in altre parole ai totalitarismi cadiamo in nuovo totalitarismo “soft”, quello del politicamente corretto, che attacca alla radice la nostra stessa capacità di pensare. Possiamo davvero dire oggi di essere più fortunati perché almeno non scorre altrettanto sangue, o stiamo in realtà avviandoci verso scenari ancora più apocalittici? Come possiamo difendere la nostra civiltà e la democrazia da questo nuovo germe patogeno, senza comprometterne l’integrità strutturale altrove?

La lotta contro quello che Luca Ricolfi ha chiamato il “follemente corretto” è cruciale e ardua, perché per vincerla – nel lungo periodo – non basta polemizzare, accusare, mettere alla berlina le assurdità e le incongruenze dell’ideologia progressista che lo ispira. Questo è uno stadio propedeutico dell’azione che andrebbe condotta per sradicare i frutti avvelenati che sono stati seminati nell’arco di molti decenni. La fase importante è quella successiva: elaborare idee, miti, suggestioni alternativi a quelli oggi dominanti capaci di attecchire nella mentalità collettiva, formare e selezionare una generazione di persone in grado di contrastare il pensiero egemonico nei campi in cui esercita il proprio dominio: scuole, università, editoria, cinema, teatro, arti figurative, musica… È un compito enorme, che può apparire sproporzionato alle forze in campo, ma se non ci si decide ad affrontarlo non resta che affidarsi alle lamentazioni, come hanno fatto sinora quasi tutti coloro che, a parole, si proclamano nemici di questo “totalitarismo soft”.

Per chiudere, uno spunto di riflessione sull’America. Trump ha fatto campagna come figura anti-establishment e propugnando il free speech. Ormai consolidato al potere il suo governo, ha poi provveduto a creare un suo personale establishment, quasi una corte medievale, e la sua condotta ha evidenziato come più che riaffermare il “free speech”, volesse alterare gli equilibri per mettere in posizione dominante il “suo speech”, fino al parossismo di creare una sorta di neolingua orwelliana. Osservare la distorsione e il conseguente declino di uno dei principi fondanti della democrazia americana – il Primo Emendamento – non getta forse un’ombra sinistra sulle residue possibilità della democrazia tutta nel mondo occidentale, consegnandoci al precipizio della visione neo-marxista per cui le nostre sorti non sono che altro che il frutto deterministico di dinamiche di potere? Come muoversi su un terreno così scivoloso?

Temo che, più che il neo-marxismo, sia il realismo a condannarci a prendere atto delle dinamiche di potere, oggi più che mai in auge a discapito di tutti i tentativi di imbrigliarle attraverso il diritto. Come ci si può “muovere” di fronte alla superpotenza statunitense, soprattutto in una fase storica in cui sta dispiegando nel modo più sfrontato i suoi appetiti di dominio? Se ci si riferisce ad azioni esteriori, all’hard power, in nessun modo: non esistono paesi che, singolarmente o in coalizione, possano oggi arginare la hybris trumpiana, la sua megalomania narcisistica. Ma molto si può fare, e andrebbe fatto, per contrastarne il soft power, e in questo paradossalmente gli eccessi di Trump possono essere utili: occorre denunciare la realtà che si cela dietro l’inganno dell’american dream, documentare la brutalità, la rozzezza, il cinismo, la sostanziale inciviltà di una società che non ha niente da insegnare al mondo. Vaccinarsi contro il morbo dell’americanismo, che tanto male ci ha fatto sin qui, sarebbe già un grande passo avanti.

a cura di  Umberto Masoero

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.