Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
Le riflessioni di Enrico Semprini sul processo comunitario per dare ai nostri lavori un senso che non sia quello dei padroni ma strumento per il benessere collettivo.
Sono Enrico Semprini e da anni mi occupo di attivismo politico attraverso diverse attività, una delle quali è la partecipazione alla costruzione della redazione Emilia-Romagna del progetto radiofonico di Radio Onda d’Urto.
Grazie a questa attività, mi sono imbattuto in una intervista, curata da una compagna di USB, Maria Tartaglia, che ha raccolto la testimonianza di una ricercatrice presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Potete ascoltarla per intero a partire dal minuto 13,00 cliccando qui.
Della sua testimonianza, mi ha colpito la dichiarazione iniziale:
<<credo nel senso profondo di questa professione, amo il processo comunitario di questo lavoro, mi occupo di ricerca oncologica e il progresso, a mio parere, non deriva dalle grandi scoperte quanto da piccoli e graduali avanzamenti collettivi e mi piaceva l’idea di essere parte di questo progetto comune>>.
Questa frase ha iniziato a ronzarmi in testa e mi sono chiesto come mai a sinistra non vengono ascoltate le indicazioni delle menti migliori delle giovani generazioni.
Se ci soffermiamo un attimo tutte quante noi persone di sinistra a riflettere sul contenuto, ci renderemo conto che, in modo conciso, questa brillante donna ha sintetizzato un progetto politico per il futuro.
Un’idea di lavoro che si svolge attraverso un “processo comunitario” e con un “obiettivo di benessere per la società.”
Un lavoro che ha uno scopo sociale, che si svolge grazie a progressi realizzati tramite piccoli e graduali avanzamenti ed il cui successo è possibile grazie al lavoro collettivo.
C’è tutto ciò che necessita per fondare un programma sociale, un’idea dirompente di un mondo possibile che funziona già così.
Partiamo scomponendo la frase nelle sue componenti: “un’idea di lavoro che ha un senso”, cioè che sia utile alla società.
Sembra strano dover spiegare che un lavoro dovrebbe avere un senso ed una utilità sociale. Eppure è necessario fermarsi su questo concetto perché, anche a sinistra, si è avvezzi ad utilizzare i contenuti degli avversari di classe e cioè che “la crisi” è determinata dalla “mancanza di lavoro”.
Siamo abituati mentalmente, cioè addestrati a farlo, ad associare la parola “crisi” alla “mancanza di lavoro”.
Se lo notate qui il termine “lavoro” è privo di qualunque specificazione concreta e per non andare sul filosofico, introduco un esempio pratico.
“Il ponte Morandi è crollato perché è mancato il lavoro necessario a mantenerlo in sicurezza”.
Qui è molto chiaro il significato del lavoro che è mancato: esisteva una necessità di manutenzione, occorreva un lavoro che non è stato fatto e la conseguenza è stata drammatica.
Il lavoro che è mancato, nel senso di non fatto e non svolto, è chiaro: c’era un obiettivo che necessitava di un lavoro per il quale c’erano persone in grado di svolgerlo, che non è stato realizzato. Eppure non c’è stata nessuna forza politica che lo abbia sollecitato e questo dovrebbe farci sorgere delle domande che non ci tranquillizzano: perché non si ascoltano le persone che lavorano?
Mancano posti di lavoro…per fare cosa?
Ascoltiamo come costrutti normali frasi senza senso e ci ragioniamo sopra come se parlassimo di cose serie.
Proviamo con un altro esempio: “il settore dell’auto è in crisi.”
Se partissimo dalla esigenza proposta dalla ricercatrice, dovremmo sentire una cosa di questo tipo: “in Italia le persone a cui manca un autoveicolo sono tre milioni e le aziende non sono in grado di soddisfare questa esigenza”. In questo caso parleremmo di una mancanza di lavoro a disposizione per soddisfare una esigenza. Ma la realtà non è questa.
Quando parliamo di “mancanza di lavoro” e “crisi di un settore produttivo” non partiamo mai dal punto di vista delle esigenze sociali da soddisfare, ma sempre dal punto di vista dei proprietari di aziende che non vendono e, di conseguenza, non stanno facendo profitti.
E’ talmente pacifico il punto di vista dei padroni, che lo consideriamo “normale”: siamo completamente interni al modo di ragionare che ci hanno imposto e non ne usciamo, mai. O quasi mai.
Se vogliamo che ci sia una riduzione delle sostanze inquinanti nell’aria, dobbiamo ridurre il numero delle auto circolanti, dobbiamo favorire lo sviluppo di modalità altrettanto efficaci ed alternative per permettere la massima mobilità ad ogni persona.
Cioè: stiamo progettando la necessità di produrre meno autoveicoli, stiamo progettando la crisi del settore, perché dal nostro punto di vista è giusto risparmiare forza lavoro da applicare in altre tipologie di attività: GKN ci è stata maestra in questo.
Il punto di vista della “crisi” è il LORO punto di vista (quello del nemico) e non ce ne rendiamo conto, così come non ci rendiamo conto che la loro crisi può invece essere la base della nostra forza, di un’alternativa.
Nel proseguo della intervista la ricercatrice dice che non vuole lavorare per la guerra, ma aiutare le persone affette da cancro e dare una prospettiva di guarigione a loro e alle loro famiglie.
Ma magari se la Leonardo finanzierà un progetto che la costringerà come unica alternativa di lavoro a cercare medicinali che permettano ai militari di resistere per più tempo alla esposizione alle radiazioni dell’uranio impoverito da utilizzare in battaglia, sarà costretta a farlo…?!
Quando la compagna che l’intervista le chiede come evitare la fuga di cervelli, la ricercatrice dice che sarebbe necessario dotare le università di laboratori attrezzati ed i ricercatori di stipendi adeguati e dignitosi e di contratti allineati a quelli di altri paesi del continente. Non cerca l’arricchimento spropositato, la fama o il successo individuale: chiede di essere parte di quel “processo comunitario” che vede le diverse persone che si occupano di ricerca fare quei “piccoli e graduali avanzamenti collettivi” che portano al successo nella lotta contro la malattia. Ciò che auspica e che desidera è il fatto che “mi piaceva l’idea di essere parte di questo progetto comune”.
Se c’è un problema nella sinistra è che non abbiamo più la capacità di batterci per un progetto comune, ma consideriamo di sinistra “difendere i posti di lavoro”.
Non ci poniamo il problema di verificare se i posti di lavoro che sono diventati inutili per il padrone di turno, potrebbero essere utili per il benessere sociale delle comunità, se le conoscenze e le esperienze maturate potrebbero essere impiegate in modo nuovo, se quegli impianti di cui i padroni vogliono disfarsi per riempire le loro tasche, possono trovare un nuovo senso.
Applaudiamo alle lavoratrici ed ai lavoratori di GKN per il loro spirito di iniziativa, ma non ci chiediamo mai se le loro intuizioni possono rappresentare un nuovo paradigma, un orizzonte nuovo da perseguire.
Quando ci limitiamo a “difendere i posti di lavoro”, stiamo difendendo il nostro diritto di essere servi salariati, non facciamo altro da questo.
Perché quando i politici parlano della “mancanza di posti di lavoro”, in realtà stanno dicendo: non ci sono abbastanza luoghi nei quali potete andare ad essere sfruttati. I sindaci delle città e dei paesi, permettono la distruzione di aree verdi, di interi ecosistemi se un qualche padrone promette di portare “posti di lavoro”. E qui invece una sinistra degna di questo nome, dovrebbe saper parlare di diritto alla esistenza degna per le persone, a prescindere dalla necessità di lavoro sociale richiesto in una determinata fase.
Dovrebbe dire che i fondi necessari per garantire la vita non sono oggetto di contrattazione: introdurre il concetto di “rigidità ed indisponibilità del proletariato a subordinarsi agli interessi dei padroni”. E il diritto ad una vita degna deve essere garantito a prescindere dalla mia/nostra utilizzabilità da parte di un padrone.
Costruire una scaletta, un elenco di lavori prioritari da fare che non sia coincidente con la scaletta delle controparti sociali (il capitalismo):
– pensiamo alla salvaguardia del territorio, dei fiumi, del mare;
– alla cura ed al lavoro immane di prevenzione delle malattie e degli incidenti sul lavoro, con il potenziamento delle infrastrutture sanitarie;
– al rafforzamento delle garanzie per i lavori di cura, per l’educazione alla affettività ed al rispetto delle differenze, per avere infrastrutture scolastiche ed educative di qualità;
– al cambiamento radicale delle abitudini alimentari per poter rispettare sé stessi, le altre forme animali viventi, il rispetto per i beni agricoli e per il lavoro in agricoltura;
– alla riflessione sullo sviluppo delle reti ci comunicazione al fine di rendere un servizio alla solidarietà, alla ricerca e per evitare di rendere le persone umane funzionali agli interessi di poche multinazionali, ma anzi per potenziare lo sviluppo sociale delle persone in ogni luogo in cui nascono;
è solo un elenco incompleto di priorità di buon senso che dovrebbero caratterizzarci. Ma potremmo cominciare da qui. Il dibattito ovviamente è aperto anche in “bottega”.
Ora è chiaro che per permettere un’offensiva su questi temi, occorre un programma che prevede un modo antitetico ed opposto di pensare al lavoro ed alla società, una idea di andare verso un futuro in cui il lavoro si fa se ha un senso per il benessere sociale e non si fa se non lo ha. Si fa per salvare vite umane, non si fa per distruggerle. Si fa per curare i malati, non si fa per ferire, mutilare ed uccidere popolazioni innocenti.
Il lavoro deve essere un progetto comune, all’interno del quale posso percepire il senso di quello che faccio e poterne “amare il processo comunitario” che lo fonda, come ci insegna la nostra ricercatrice che, personalmente, ringrazio di esistere e di avermi fatto riflettere sul significato che DEVE esserci nel lavoro.



