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Emilia De Rienzo 15 Gennaio 2026
Quando la sicurezza diventa il valore supremo,lo Stato di diritto è già in crisi» (Luigi Ferrajoli)
C’è un momento, nelle democrazie, in cui la paura smette di essere un’emozione e diventa un metodo di governo. Quel momento è arrivato anche in Italia.
Le bozze del nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni parlano chiaro: fino a 20mila euro di multa per chi devia dal percorso di una manifestazione.
Dodici ore di fermo preventivo per chi è solo sospettato di poter disturbare un corteo. Nessun reato commesso, nessun giudice interpellato: basta il sospetto.
È la deriva di un potere che, come scriveva Michel Foucault, non punisce tanto ciò che è stato fatto, quanto ciò che potrebbe accadere.
L’auto confiscata per chi ha “qualche canna in tasca”.
Ragazzi stranieri buttati fuori dall’accoglienza a 19 anni invece che a 21.
Il gratuito patrocinio negato ai migranti che vogliono opporsi all’espulsione.
Non sono misure contro il crimine. Sono misure contro la precarietà, contro la giovinezza, contro il dissenso. Contro chi non ha i soldi per un avvocato, contro chi manifesta, contro chi è nato altrove.
Il governo lo chiama sicurezza.
Ma di quale sicurezza parliamo? Quella di una ragazza che torna a casa la sera? Quella di un anziano che vive solo? O quella di uno Stato che non vuole più essere disturbato, che considera ogni forma di protesta una minaccia?
La verità è semplice e nota quanto scomoda: non esiste sicurezza senza giustizia sociale. Puoi riempire le strade di telecamere e moltiplicare i divieti, ma se un ragazzo non ha futuro, la repressione non risolve nulla. Sposta soltanto il problema, lo nasconde, lo incattivisce.
E intanto si normalizza l’inaccettabile. Le zone rosse non sono più un’emergenza, ma una prassi.
Il questore può ammonire bambini di 12 anni.
Gli agenti non finiscono più automaticamente nel registro degli indagati quando sparano.
Due pesi, due misure: protezione per chi ha la divisa, punizione preventiva per chi scende in piazza.
Questo non è uno Stato che si difende. È uno Stato che ha paura dei suoi cittadini.
C’è una parola per tutto questo, ed è autoritarismo.
Non quello dei colpi di stato, ma quello strisciante, fatto di diritti compressi un pezzetto alla volta, di una democrazia che si svuota mentre tutti guardano altrove.
Dovremmo ricordarcene ora, prima che sia tardi: perché, come ci ha insegnato Walter Benjamin, «lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola».