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20 Gen , 2026|Tiberio Graziani
Nato nel contesto del dopoguerra a Gaza, il Board of Peace promosso da Donald Trump si configura come un modello alternativo al multilateralismo tradizionale. Più che un’iniziativa contingente, rappresenta un tassello coerente di una strategia statunitense volta a ridefinire il potere globale in una fase di transizione ancora aperta.
L’iniziativa Board of Peace, lanciata dal Presidente Donald Trump nel gennaio 2026, rappresenta uno dei tentativi più radicali di riscrivere le regole della diplomazia internazionale e della gestione dei conflitti.
Più che un’iniziativa di pace, il Board of Peace solleva una questione centrale, vale a dire se la gestione dei conflitti debba restare ancorata al multilateralismo o essere affidata a forme di leadership selettiva e personalizzata.
In questa prospettiva, il Board of Peace può essere letto come un ulteriore tassello della dottrina politica di Donald Trump, coerente con altre iniziative spesso interpretate come eccentriche o improvvisate, ma riconducibili a una visione precisa delle relazioni internazionali. Una visione che privilegia leadership diretta, accordi selettivi e strumenti economici rispetto alle architetture multilaterali tradizionali, e che mira a ritagliare per gli Stati Uniti uno spazio di influenza centrale nella riconfigurazione di un equilibrio globale sempre più fluido. In un contesto segnato da transizioni e riposizionamenti continui, più che di un sistema internazionale, sembra infatti più appropriato parlare di un equilibrio internazionale in fieri, aperto e instabile.
Inserita inizialmente nel contesto del dopoguerra a Gaza (fase due del piano di pace statunitense), l’iniziativa si sta configurando come un modello alternativo e concorrente alle istituzioni multilaterali tradizionali, in particolare alle Nazioni Unite.
Ecco i punti chiave per comprendere come questa iniziativa si inserisce nel dibattito internazionale.
Il superamento del modello ONU
Il Board of Peace è visto da molti analisti come una “ONU parallela” a guida statunitense. A differenza del Consiglio di Sicurezza ONU, spesso paralizzato dai veti, il Board opera su invito ed è presieduto direttamente da Trump.
Una delle caratteristiche più discusse di questa nuova struttura transnazionale è la clausola secondo cui i paesi possono ottenere un seggio permanente, versando un contributo di 1 miliardo di dollari. In caso contrario, il mandato è limitato a tre anni.
Questo meccanismo introduce una forma di esclusione strutturale nella governance della pace, legando l’accesso ai processi decisionali non al grado di coinvolgimento nel conflitto o alla necessità di stabilizzazione, bensì alla capacità finanziaria degli Stati. I paesi più fragili, spesso quelli maggiormente colpiti da crisi e instabilità, risultano così marginalizzati o privi di un ruolo stabile nelle sedi decisionali. Il contributo economico tende inoltre a trasformarsi, di fatto, in un criterio di legittimità politica, ridefinendo chi può “contare” nei processi di pace. In questo quadro, la sicurezza e la ricostruzione rischiano di essere trattate come beni negoziabili, soggetti a logiche di investimento e rendimento, alimentando una progressiva mercificazione della pace.
Questa impostazione non nasce nel vuoto. Il Board of Peace si inserisce in un contesto segnato dalla crescente crisi di legittimità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, spesso paralizzato dall’uso ricorrente del veto e incapace di incidere efficacemente nei principali teatri di crisi. In questo quadro, l’iniziativa riflette una frustrazione americana ormai strutturale verso il multilateralismo tradizionale, percepito come lento, inefficace e ostaggio di equilibri geopolitici superati. Il progetto promosso da Donald Trump si presenta così non solo come una scelta politica contingente, ma come la risposta a una più ampia crisi del sistema di governance internazionale.
L’obiettivo dichiarato è sostituire la “burocrazia inefficiente” delle agenzie internazionali con un modello basato su investimenti privati, ricostruzione rapida e gestione aziendale (non a caso, critici e sostenitori lo definiscono spesso un “CdA per la pace”).
La composizione: un “Club” di fedelissimi e tecnici
Il Board non riflette un equilibrio geografico universale, ma una selezione di leader e figure chiave vicine alla visione di Trump.
Include figure (membri chiave) come Jared Kushner, Steve Witkoff, il Segretario di Stato Marco Rubio e l’ex premier britannico Tony Blair.
La scelta di queste figure non è neutrale. Si tratta di personalità accomunate da un approccio fortemente pragmatico e negoziale, spesso estraneo alla diplomazia multilaterale tradizionale e più vicino a logiche di mediazione diretta, gestione degli interessi e accordi personalizzati. L’assenza di diplomatici di carriera o di rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali segnala una precisa opzione politica: privilegiare reti di fiducia e competenze “operative” rispetto a procedure istituzionalizzate. In questo senso, la composizione del Board riflette una visione della pace come processo da gestire, più che come equilibrio da rappresentare.
Emerge un interesse nel voler coinvolgere alcuni partner regionali. Sono stati invitati circa 60 paesi, tra cui attori fondamentali come Egitto, Qatar, Turchia, Giordania e Italia. Mentre l’Ungheria di Viktor Orbán ha aderito entusiasticamente, molti partner occidentali (come Germania e Canada) mostrano cautela per il timore di minare l’autorità del diritto internazionale.
Reazioni e critiche internazionali
Il dibattito globale riguardo al Board of Peace è profondamente polarizzato. I sostenitori argomentano che il Board possa sbloccare situazioni di crisi croniche grazie a ingenti capitali privati e a una “leadership forte” che scavalca le lungaggini diplomatiche.
Molti diplomatici europei e rappresentanti del “Sud globale” sono critici e denunciano un approccio neocoloniale. L’assenza di una reale partecipazione palestinese nel processo decisionale e l’impostazione “business-first”, ad esempio, sollevano dubbi sulla sostenibilità a lungo termine della pace. Sorprendentemente, anche il governo israeliano ha espresso riserve, criticando la mancata coordinazione iniziale e l’inclusione nel board di paesi come Turchia e Qatar.
Questo evidenzia come il Board, pur concepito per “sbloccare” la diplomazia, rischi di produrre nuove frizioni tra attori chiave, sostituendo ai veti istituzionali forme diverse di resistenza politica e diffidenza strategica.
La centralità del caso palestinese in questo dibattito non riflette, tuttavia, una limitazione tematica del Board, ma il fatto che Gaza rappresenta la sua prima e più significativa applicazione concreta, rendendola un banco di prova rivelatore delle potenzialità e delle criticità strutturali del modello.
Resta tuttavia una significativa assenza nel dibattito: quella dei soggetti direttamente coinvolti sul terreno. In particolare, le componenti palestinesi risultano marginali o del tutto escluse dai meccanismi decisionali del Board, rafforzando la percezione di un processo di pace concepito e gestito dall’esterno. Questa mancanza di partecipazione locale solleva interrogativi cruciali sulla sostenibilità politica dell’iniziativa, poiché una stabilizzazione imposta senza consenso rischia di produrre accordi fragili e facilmente reversibili. In questo senso, la legittimità del Board appare legata non solo alla sua efficacia operativa, ma alla sua capacità di includere le comunità direttamente interessate.
Il futuro: da Gaza al “Modello Globale”
Sebbene sia nato per la Striscia di Gaza, Trump ha già lasciato intendere che il Board of Peace diventerà un modello permanente per affrontare altre crisi (si ipotizzano già applicazioni per l’Ucraina o i Balcani). Questo segna una transizione definitiva verso un ordine mondiale “multipolare ma frammentato”, dove le alleanze sono basate più su accordi economici e personali che su trattati universali.
La forza apparente di questo schema – rapidità decisionale e mobilitazione di risorse – coincide però con la sua vulnerabilità; infatti, senza inclusione e riconoscimento condiviso, l’efficienza rischia di tradursi in instabilità.
La questione centrale, tuttavia, va oltre l’efficacia contingente di questo modello. Il Board of Peace solleva interrogativi più profondi sulla natura del potere nella gestione dei conflitti. Chi decide la pace? E con quali criteri? E a nome di chi? Un processo che privilegia rapidità, risorse finanziarie e leadership ristretta rischia di sacrificare inclusione e consenso, elementi essenziali per una stabilità duratura. In assenza di un reale radicamento locale e di un quadro di legittimità condivisa, la pace rischia di trasformarsi in una soluzione temporanea, sostenibile solo finché regge l’equilibrio di interessi che l’ha prodotta.
In un contesto internazionale ancora fluido e privo di assetti consolidati, il Board of Peace appare così meno come una soluzione definitiva e più come un indicatore delle forme provvisorie attraverso cui, nel perimetro occidentale a guida statunitense, potere, sicurezza e pace vengono oggi negoziati.
Di: Tiberio Graziani