Dal blog https://www.lafionda.org/
23 Gen , 2026|Giuseppe Gagliano
Mark Carney a Davos ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda. L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.
Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.
Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.
Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.
Per anni questa finzione è stata utile. L’egemonia americana garantiva rotte marittime aperte, stabilità finanziaria, una certa sicurezza collettiva. In cambio, molti Paesi chiudevano un occhio sulle incoerenze del sistema. Un patto tacito: noi fingiamo che funzioni, voi continuate a farlo funzionare abbastanza da non farlo crollare.
Quel patto oggi è saltato.
Le crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche hanno mostrato il lato oscuro dell’integrazione globale. E ora le grandi potenze usano proprio quella integrazione come arma. Non più cooperazione, ma dipendenza. Non più interdipendenza virtuosa, ma vulnerabilità sfruttabile.
Carney lo dice chiaramente: non puoi continuare a raccontarti la favola del vantaggio reciproco se l’integrazione diventa il meccanismo della tua subordinazione.
A questo punto, molti Paesi reagiscono con l’istinto della fortezza: più autonomia, più protezionismo, più controllo su energia, cibo, minerali, finanza, supply chain. Comprensibile. Ma anche pericoloso. Perché un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile, più instabile. Un mondo dove tutti si blindano e nessuno si fida.
Il punto politico vero è un altro: se le grandi potenze smettono persino di fingere di rispettare regole e valori, allora l’intero sistema si trasforma in una gara di forza nuda. E in una gara così, le potenze medie rischiano di finire non al tavolo delle trattative, ma nel menu.
Carney prova a proporre una terza via: non la nostalgia per un ordine che non tornerà, né l’isolazionismo da bunker, ma un “realismo basato sui valori”. Tradotto: meno retorica e più coerenza. Meno prediche e più forza interna. Meno dipendenza e più resilienza.
Il passaggio più interessante è quello sull’onestà. Vivere nella verità significa smettere di chiamare “ordine basato sulle regole” ciò che ormai è un sistema di rivalità tra grandi potenze. Significa applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Significa smettere di indignarsi a giorni alterni, a seconda di chi è il colpevole.
Perché il vero scandalo non è che le regole vengano violate. È che molti fingano ancora che funzionino.
Carney dice: basta cartelli in vetrina. Basta partecipare a rituali che sappiamo essere falsi. Basta invocare un mondo che non esiste più. Se il vecchio ordine è morto, piangerlo non serve. La nostalgia non è una strategia.
Il messaggio, in fondo, è brutale ma lucido: i potenti continueranno a esercitare il loro potere. Ma anche i meno potenti hanno un’arma. Si chiama realtà. Dare un nome alle cose. Costruire forza in casa. Ridurre le dipendenze. E soprattutto smettere di fingere.
Perché la vera fine non è quella dell’ordine basato sulle regole. È la fine della favola che ci raccontavamo per non ammetterlo.