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Anna Irma Battino 23 Gennaio 2026
Il Confederalismo democratico è il tentativo di creare democrazia oltre lo Stato, in un’area in cui Stato significa violenza e prevaricazione. Ecco perché vogliono cancellare l’esperimento curdo
Kobane è di nuovo sotto assedio. Non perché la storia si ripeta, ma perché l’ordine mondiale non fatica a tollerare eccezioni troppo a lungo. Nel gennaio 2026, mentre governi e istituzioni occidentali parlano di «stabilizzazione» della Siria e i mercati guardano ai corridoi energetici del Levante, nel nord-est del paese si combatte per difendere il lascito di una rivoluzione che ha osato mettere in discussione lo Stato-nazione, il patriarcato e l’economia dell’estrazione.
Le immagini dalla regione non ricordano quelle del 2014, quando Kobane divenne simbolo globale della sconfitta dell’Isis. Oggi mostrano carceri abbandonate, campi di detenzione nel caos, città circondate senza clamore mediatico, comuni che distribuiscono armi alla popolazione civile. È un assedio silenzioso, reso possibile tanto dall’azione militare quanto dall’oblio politico internazionale.
Il 18 gennaio 2026 le forze del governo centrale siriano, insieme a milizie legate a Hayat Tahrir al-Sham (Hts), hanno lanciato una vasta offensiva contro i territori dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Daanes). Non è solo un’operazione militare: la pressione è accompagnata da una campagna diplomatica e da una narrativa di «riunificazione nazionale», mentre in Occidente il conflitto resta largamente invisibile.
La svolta arriva a inizio gennaio, con gli incontri del 5 e 6 a Parigi tra Siria e Israele sotto supervisione statunitense. Non si è trattato solo di sicurezza: in quelle stesse ore prende forma un nuovo assetto diplomatico che marginalizza l’Amministrazione Autonoma e la presenta come un ostacolo alla «normalizzazione» del paese.
Con Damasco reintegrato tra gli interlocutori internazionali riconosciuti, Washington ridefinisce il ruolo delle milizie curde, le Forze democratiche siriane (Sdf): non più alleate, ma una variabile da gestire. L’alleanza precedente era tattica, legata alla guerra contro l’Isis in un contesto in cui il presidente siriano Assad era isolato e senza legittimità internazionale. Oggi quel capitolo è chiuso. Lo ha chiarito l’inviato speciale per la Siria, Tom Barrack, il 20 gennaio 2026: la «logica» della partnership con le Sdf è venuta meno, perché il nuovo governo di Damasco è ora in grado di assumersi il controllo delle strutture di sicurezza e dei centri di detenzione legati all’Isis. In altre parole, ciò che fino a ieri era un’alleanza indispensabile oggi diventa un problema da gestire.
Le conseguenze sono immediate: i curdi vengono spinti verso un’integrazione forzata nello Stato siriano, mentre alla Turchia viene lasciato spazio per colpire le strutture politiche e militari del Rojava. I negoziati avviati nel 2025 lo dimostrano chiaramente, con ogni richiesta di autonomia respinta e ogni possibile accordo saltato. Alla vigilia dell’offensiva su Aleppo, il dialogo sembrava vicino a un’intesa; il giorno dopo partono sia i negoziati di sicurezza a Parigi sia l’operazione militare.
Turchia e Israele si muovono da obiettivi diversi, ma compatibili: Ankara punta a uno Stato centralizzato che annulli ogni autonomia curda; Israele preferisce una Siria frammentata e incapace di proiettare potenza. In entrambi i casi, il Rojava rappresenta un’anomalia da rimuovere.
Quando Mazlum Abdi, comandante delle Sdf, rifiuta un accordo che avrebbe significato una resa forzata, la pressione si addensa sopra Hasakah, Qamishlo e Kobane: le ultime aree controllate dalle Sdf, città simbolo della resistenza. Contemporaneamente, i campi di detenzione e le prigioni dell’Isis precipitano nel caos. Strutture come al-Hol, che ospitano circa 24.000 persone di 42 nazionalità, per lo più familiari di presunti combattenti, vengono lasciate senza controllo, liberando o disperdendo migliaia di detenuti. Il nemico assoluto dello scorso decennio si trasforma così in un problema secondario, improvvisamente frammentato.
In poche settimane, ampie porzioni dei governatorati di Raqqa e Deir ez-Zor passano sotto il controllo di Damasco. Territori che per anni avevano convissuto – spesso in modo conflittuale – con il progetto confederale si sono progressivamente inseriti nel nuovo equilibrio regionale. Contemporaneamente, settori delle strutture tribali e politiche locali hanno ricalibrato il proprio posizionamento rispetto all’Amministrazione Autonoma, adattandosi alle nuove dinamiche sul terreno.
Ridurre quanto accade a uno scontro etnico tra curdi e arabi sarebbe un errore. Le grandi strutture tribali che hanno voltato le spalle all’Amministrazione Autonoma non rappresentano «la società araba», ma una classe dirigente radicata nel controllo della terra, delle risorse e dei traffici commerciali. Sono «famiglie» nel senso criminale del termine: gestiscono rotte lecite e illecite, speculano su risorse e forza lavoro e mantengono violenza e controllo sociale dove lo Stato è assente o limitato. I loro spostamenti da un fronte all’altro rispondono a logiche di potere e sopravvivenza più che a motivazioni religiose o ideologiche.
Per decenni, queste élite hanno collaborato con il Ba‘th, con l’Isis e poi con la Daanes, adattandosi a ogni cambio di regime pur di proteggere i propri privilegi. Il Confederalismo democratico curdo ha messo in crisi questo equilibrio: cooperative agricole, riforme del diritto di famiglia, istituzioni giudiziarie femminili, programmi educativi anti-gerarchici sono stati percepiti come una minaccia diretta all’ordine sociale esistente. Anche tra i curdi, settori della società non hanno sempre accettato la trasformazione delle proprie posizioni di potere.
Il Rojava non è mai stato un territorio pacificato. È sempre stato un laboratorio di conflitto sociale, dove la trasformazione procedeva per compromessi instabili. Quando il contesto internazionale ha smesso di garantire uno spazio minimo di manovra, quei compromessi sono saltati, e la fragile architettura costruita in anni di rivoluzione è stata messa a dura prova.
È in questo quadro che va letta anche la questione femminile, uno dei nodi più profondi e meno negoziabili del conflitto. Le Unità di Protezione delle Donne (Ypj) non sono una parentesi simbolica, ma uno strumento concreto di trasformazione sociale. Attorno a esse si sviluppa un sistema di istituzioni autonome che incidono sui rapporti quotidiani di potere, sfidando strutture patriarcali radicate nella famiglia, nella proprietà e nell’autorità tribale.
Questa trasformazione rappresenta una linea rossa per governo centrale, milizie islamiste e attori regionali, che non tollerano e riconoscono l’autonomia politica, organizzativa e militare alle donne. Nelle trattative con Damasco, la questione femminile resta un punto di frattura insanabile. L’integrazione statale significherebbe smantellare l’intero impianto costruito negli ultimi dieci anni.
Nel frattempo, le Sdf si muovono su un terreno fragile, bilanciando controllo militare e capacità limitata di trasformazione sociale. Pressioni incrociate da Turchia, regime di Assad, Hts e Stati uniti rendono ogni cambiamento lento, parziale e subordinato alla sopravvivenza. In questo contesto, la rivoluzione delle donne continua a sfidare rapporti sociali che nessun compromesso tattico può preservare. Non è sacrificabile, perché materiale: fatta di istituzioni, pratiche e potere reale. Se l’Amministrazione Autonoma dovesse cadere, sarà con ogni probabilità il primo bersaglio della restaurazione.
L’alleanza — o meglio, la co-belligeranza, non dissimile da quella della Resistenza italiana con le truppe alleate — tra le potenze occidentali e il movimento confederalista-democratico è sempre stata a termine, legata a una fase in cui mancavano interlocutori capaci di garantire il controllo del territorio. Oggi quel contesto è mutato, ove il regime di al-Shaara offre agli Stati uniti e agli alleati un interlocutore disposto a favorire investimenti globali, cooperare militarmente e in intelligence con Israele e allinearsi alle politiche di «reimmigrazione» europee sui rifugiati.
Questo mutamento politico ed economico rende la rivoluzione confederalista-democratica incompatibile con il nuovo assetto regionale. Consapevole della precarietà del proprio spazio di manovra, il movimento ha tentato di contenere i danni: dialogo con Damasco, riapertura del processo di pace in Turchia, relazioni con altre minoranze siriane e con forze curde di diverso orientamento politico. Tentativi difensivi in uno scenario già in larga parte delineato.
La normalizzazione di Hts segue una lunga storia di alleanze opportunistiche, in cui l’islamismo politico ha contenuto forze socialiste e democratiche. Il suo riconoscimento come interlocutore legittimo dice meno sulla Siria e più sull’ordine internazionale che lo consente.
La nuova Siria prende forma da un equilibrio instabile tra potenze con interessi divergenti ma unite nell’eliminare alternative sistemiche. Israele punta a una Siria debole e frammentata; la Turchia a uno Stato centralizzato che annulli l’autonomia curda; gli Stati uniti a una stabilità funzionale agli investimenti, alla sicurezza regionale e al contenimento dell’Iran. In questo contesto, un progetto di convivenza pluri-etnica e pluri-religiosa, estraneo alle logiche statali, capitalistiche e imperialiste, non poteva essere tollerato.
È impossibile prevedere come evolverà la situazione militare. Kobane e Qamishlo potrebbero cadere, la resistenza potrebbe riorganizzarsi in forme clandestine o disperdersi. Ma le rivoluzioni non scompaiono con la perdita del territorio. Lasciano pratiche, esperienze e immaginari politici che continuano a circolare anche quando le strutture vengono smantellate.
Il Confederalismo democratico non è solo una parentesi romantica nella storia siriana, ma un tentativo concreto di pensare la politica oltre lo Stato, in una regione in cui lo Stato ha prodotto soprattutto violenza, gerarchie e dipendenza. La sua sconfitta — se tale sarà — non dimostra l’assenza di alternative, ma il prezzo che queste alternative pagano quando diventano troppo reali per essere tollerate.
Eppure, anche in mezzo all’assedio, la popolazione non si arrende. Le comuni si organizzano, adattandosi alla pressione militare; ai confini, da Nusaybin nel Bakur fino al Bashur, la mobilitazione si diffonde a macchia d’olio. Non è solo una risposta armata, ma la persistenza di legami, pratiche e forme di autorganizzazione che sopravvivono alla perdita del controllo territoriale. In un mondo che accetta senza scandalo genocidi, occupazioni e governi autoritari purché garantiscano stabilità agli investimenti, l’anomalia resta chi continua a organizzarsi dal basso. È per questo che il Rojava viene schiacciato.
Ed è per questo che, anche se dovesse cadere, non potrà essere semplicemente archiviato.
*Anna Irma Battino è giornalista free lance con una grande passione per il cinema, ma scrive soprattutto di giustizia sociale, transfemminismo e politica. Ha partecipato a diverse carovane in Palestina, Brasile, Messico, Argentina e Kurdistan.