Cisgiordania, terra e resistenza

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Annaflavia Merluzzi 24 Gennaio 2026

A sud-est di Nablus, accerchiati dagli insediamenti coloniali, i palestinesi sperimentano un’economia agricola per sfuggire alla morsa dell’occupazione: un reportage

Tra le colline, nella vallata che si apre a sud-est di Nablus, vive una comunità di circa 28mila palestinesi, divisi tra i villaggi di Beit Furik e Bayt Dajan. Nell’area si entra tramite un solo checkpoint, spesso presidiato dai coloni oltre che dall’esercito israeliano. Le due cittadine sono circondate da insediamenti: i tre maggiori crescono sui picchi delle alture circostanti, intervallati dagli avamposti militari, mentre le colonie minori – composte di case mobili – spuntano senza preavviso anche a poche centinaia di metri dalle case palestinesi. Al momento se ne contano almeno tre. La zona è divisa secondo gli accordi di Olso, i centri abitati pertengono all’area A, una porzione dei campi all’area B, e la maggior parte della terra all’area C. Quest’ultima, che si estende per circa 16mila dunam (1.600 ettari), è stata interamente sequestrata da coloni e militari dopo il 7 ottobre, privando le comunità di gran parte dei terreni coltivabili. 

«Israele ha una legge interna per la quale se la terra palestinese non viene coltivata per più di dieci anni viene dichiarata statale e confiscata, il problema è che i coloni spesso ci impediscono di raggiungerla per anni, quindi rimane incolta non per nostra scelta – spiega Fares Nasasrah, sindaco di Beit Furik – Molto spesso, poi, non rispettano la deadline decennale, o non considerano il pascolo degli animali come un utilizzo da parte nostra». Questa è stata la sorte dell’area C che comprendeva le colline circostanti, dove i pastori portavano i greggi e raccoglievano l’akoub, una pianta selvatica usata nella cucina tradizionale palestinese. 

Fares Nasasrah, sindaco di Beit Furik. (Foto di Annaflavia Merluzzi)

Oltre alla principale fonte di sostentamento, negli ultimi due anni le città hanno perso posti di lavoro, le migliaia di persone impiegate in Israele non possono più entrare nello Stato ebraico. Per resistere, il consiglio comunale ha creato un sistema di economia circolare fondato sulla coltivazione dei campi che prima venivano usati per il raccolto stagionale, come il grano, e per far pascolare gli animali. «Per far fronte a questi due problemi» – la confisca di gran parte dell’area agricola che sosteneva le due comunità, e la crisi economica e occupazionale – «abbiamo cercato di prendere due piccioni con una fava: nel giro di due anni abbiamo bonificato quasi tutta la valle dell’area B e l’abbiamo messa in produzione, cerchiamo di non lasciare mai incustodita la terra per impedire ai coloni di occuparla», continua Nasasrah. 

Hanno costruito centinaia di serre, dato vita a fattorie organiche di fragole, verdura di stagione e, soprattutto, creato posti di lavoro per circa 800 persone rimaste disoccupate. «Dopo la guerra mi sono ritrovato senza lavoro e con una famiglia da sostenere, nonostante non avessi mai coltivato la terra sentivo di avere una conoscenza ereditaria a riguardo, è un elemento tradizionale e questa transizione lavorativa è stata molto semplice e naturale per me», racconta H., un contadino che coltiva pomodori in una serra.  

Per l’akoub, che si trova solo nella flora delle alture nel nord della West Bank, dopo il 7 ottobre i palestinesi del settentrione si sono resi conto che rischiavano di non poter più raggiungere la pianta, «così sono nate delle nursery dei semi, nelle località vicino Jenin e Tulkarem. Noi li compriamo dal campo di Tulkarem e li piantiamo qua, tra pochi mesi cominceremo a vedere i frutti», racconta M., un contadino che prima della guerra lavorava come operaio nei cantieri israeliani. Come secondo impiego raccoglieva l’akoub sulle colline e ora, insieme a suo figlio, la coltiva nei campi di Beit Furik. 

«Abbiamo un’economia circolare, siamo riusciti a riassorbire la forza lavoro all’interno della comunità e diretto a essa i proventi della terra, quello che avanza lo vendiamo nei mercati vicini», spiega il sindaco. Il problema principale, quando hanno lanciato il progetto, era l’irrigazione, «non avevamo abbastanza acqua né un impianto adatto a distribuire la quantità necessaria ai dunam che volevamo coltivare». Inizialmente la terra era servita da due pozzi sotterranei, costruiti dagli abitanti circa 3 anni fa, «ma poi, l’estate scorsa, coloni e militari li hanno cementati». Così, insieme al Parc (Palestine agricultural development association), il sindacato autonomo degli agricoltori palestinesi, hanno raccolto i finanziamenti e dato vita a un nuovo sistema di condutture per irrigare i campi. «Ora abbiamo due cisterne che combinate contengono 500 metricubi d’acqua. Sono il principale obiettivo degli attacchi dei coloni, sanno che distruggendo queste mettono a rischio la tenuta del progetto». Un secondo ostacolo per il municipio di Beit Furik e Bayt Dajan era l’elettricità, «potevamo comprarla solo da Tel Aviv, che ci garantiva a malapena 1,25 Megawatt l’ora, quando il fabbisogno è di 6/7», spiega Nasasrah. E ancora: «quando poi si crea un sovraccarico sulla linea israeliana, i primi a cui staccano la corrente sono i villaggi palestinesi, e da noi succedeva molto spesso. Così insieme a degli investitori privati abbiamo costruito dei campi di pannelli solari, ad ora abbiamo tre siti e riusciamo a garantire alla comunità 4 Megawatt l’ora, siamo quasi autosufficienti». 

Il consiglio locale di Beit Furik ha avviato aziende agricole biologiche che producono fragole e verdure di stagione, creando posti di lavoro per circa 800 persone rimaste disoccupate.
(Foto di Annaflavia Merluzzi)

Questo modello di agricoltura resistente è, però, costantemente sotto attacco. Dal 7 ottobre più di 700 persone sono rimaste ferite dalle incursioni dell’esercito e dei coloni. In decine di casi le lesioni sono risultate in disabilità permanenti. «Negli ultimi due anni i martiri sono stati otto», tutti colpiti con proiettili a espansione, vietati dalla Convenzione dell’Aia fin dal 1899. Questo tipo di munizioni «è molto doloroso, abbiamo assistito alla loro morte sapendo che stavano soffrendo tantissimo».

E ancora: «I coloni scendono nelle campagne quotidianamente e impediscono ai contadini di lavorare, spesso anche sparando in aria e allontanandoli con la forza», racconta Nasasrah.

Di attacchi che hanno portato a gravi danni a persone, equipaggiamento agricolo o risorse naturali, negli ultimi due anni ne hanno registrati 67. L’esercito, invece, entra quasi ogni giorno all’interno del villaggio – la cui zona urbana rientra in Area A, quindi sotto l’amministrazione civile e militare dell’Autorità Palestinese – con plotoni e carri armati, lo scorso 4 gennaio «senza motivo hanno cominciato a lanciare gas lacrimogeni e inseguire i giovani per le strade». La sera precedente, invece, coloni e militari insieme hanno attaccato la comunità di Khirbet Tana, nell’area C pertinente a Beit Furik, sfrattando 12 famiglie con la forza e detenendo due ragazzi, poi rilasciati. 

Per evitare la confisca, oltre a mantenere sempre una presenza fisica sulla terra, hanno cercato di registrare le proprietà all’Amministrazione civile israeliana, «ma non basta il certificato di appartenenza, bisogna fornire una quantità di documenti molto difficili da ottenere, cercano di seppellirci nella burocrazia per disincentivare le richieste, ma non demordiamo, per alcuni appezzamenti siamo riusciti a ottenere il riconoscimento».

E continua: «Il problema non è solo la violenza che subiamo, ma anche l’isolamento a cui spesso ci costringono: durante la guerra tra Israele e Iran hanno chiuso i checkpoint impedendo a chiunque di entrare e uscire per 3 giorni interi».

Anche per questa ragione hanno dovuto creare un’economia circolare, che fosse in grado di assicurare cibo e acqua alle due comunità senza dipendere dall’esterno, «vivevamo con la paura costante di morire di fame se l’esercito avesse deciso di lasciarci chiusi troppo a lungo», continua il sindaco. Il clima di terrore in cui vivono, «è creato appositamente per farci abbandonare il nostro progetto, attaccano i contadini attraverso la loro fonte di sostentamento», a novembre ne hanno arrestati 50 e li hanno tenuti in carcere 48 ore, «solo per intimidirci». 

Fortunatamente, queste piccole comunità possono contare sul sostegno di molte organizzazioni non governative locali e internazionali, «attraverso l’italiana Acs» – associazione di cooperazione e solidarietà – «e altre Ong, abbiamo lanciato un progetto di home gardening per assicurare a quasi tutte le famiglie, anche quelle che vivono in città e non lavorano la terra, di avere sempre una fonte di approvvigionamento». Centinaia di case avranno, nei loro giardini, dei piccoli orti coltivabili, su cui lavoreranno le donne, «che non vanno nelle campagne per paura della violenza dei coloni e, quando ci vanno, riescono a lavorare solo poche ore e tornano a casa alle prime luci dell’alba». La comunità femminile di Beit Furik, poi, sarà riunita in una cooperativa e dotata di una stalla e degli animali da cortile, «cerchiamo di implementare una forma di empowerment per le donne, lavoriamo anche con le associazioni femministe come Psychosocial counceling center for women», spiega Nasasrah. E conclude: «Un punto fondamentale dell’identità palestinese è il legame con la terra, cerchiamo di farne un principio di resistenza pacifica che ci permetta al contempo di vivere nelle nostre case, nella valle in cui siamo cresciuti, godendo dei frutti che ci appartengono». 

*Annaflavia Merluzzi è una giornalista freelance che si occupa principalmente di Africa e Medio Oriente, con un interesse particolare per i diritti umani, i conflitti e i movimenti sociali.

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