IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

di Mario Sommella (*) 23 gennaio 2026

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

Quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

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