Il fiume non è un corridoio

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Monica Di Sisto 23 Gennaio 2026

Santarém, la soia e il trattato commerciale con l’Ue che indebolisce la democrazia brasiliana

Nella mattina del 22 gennaio mattina il porto della multinazionale Usa dell’agribusiness Cargill a Santarém sul fiume Tapajós, nello Stato brasiliano del Pará, è stato occupato da giovani ambientalisti e rappresentanti dei popoli indigeni del Baixo Tapajós. L’azione, pacifica ma determinata, ha bloccato temporaneamente le operazioni del terminal e rallentato il flusso delle chiatte cariche di soia destinate all’esportazione. È l’ultimo atto, in ordine di tempo, di una mobilitazione che da mesi attraversa l’Amazzonia e che ha trovato una visibilità internazionale durante la COP30 di Belém.

Chi oggi occupa il porto non contesta soltanto una multinazionale. Contesta un progetto politico ed economico che mira a trasformare l’Amazzonia in una piattaforma logistica al servizio del mercato globale.

Per i popoli indigeni, il Tapajós non è una via d’acqua da dragare e regimentare, ma un territorio vivo, abitato da esseri umani, animali, piante e presenze spirituali. Ridurlo a corridoio di esportazione significa violare un equilibrio ecologico e culturale costruito in generazioni. È per questo che, come già accaduto nei mesi scorsi, le comunità indigene hanno scelto l’azione diretta: intercettare le chiatte, occupare i porti, rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto dietro la retorica dello sviluppo.

L’economia della soia è il cuore di questo conflitto. Il Brasile è oggi uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di soia, una coltura che avanza soprattutto attraverso monocolture intensive, uso massiccio di pesticidi e continua espansione territoriale. Gran parte di questa produzione non è destinata al consumo interno, ma all’export, in particolare verso Europa e Cina, per alimentare allevamenti industriali e catene globali del cibo.

Lungo queste filiere dominano poche grandi multinazionali dell’agrobusiness, in larga parte statunitensi: Cargill, Bunge, ADM, Louis Dreyfus. Sono queste aziende a controllare porti, silos, contratti di trasporto e flussi finanziari, e sono loro le principali beneficiarie dell’apertura di nuove infrastrutture logistiche come l’Arco Norte, le idrovie amazzoniche e progetti come la ferrovia Ferrogrão, pensata per moltiplicare nei prossimi decenni il volume di soia esportata attraverso il bacino del Tapajós.

Per l’Amazzonia, tutto questo significa deforestazione diretta e indiretta, frammentazione degli habitat, inquinamento dei fiumi, pressione crescente sulle terre indigene non ancora demarcate. Significa anche conflitto sociale, perché laddove le terre non sono formalmente riconosciute, l’agrobusiness avanza più facilmente, spesso accompagnato da violenze, intimidazioni e criminalizzazione delle comunità che resistono.

È qui che la protesta di questi giorni a Santarém si intreccia con la politica nazionale. Il ritorno di Lula alla presidenza è stato possibile grazie a una mobilitazione ampia e trasversale contro Bolsonaro, nella quale i giovani, i movimenti climatici e i popoli indigeni hanno avuto un ruolo decisivo. In cambio, avevano ricevuto promesse chiare: la ripresa della demarcazione delle terre indigene, la fine dell’assalto sistematico all’Amazzonia, un cambio di paradigma rispetto al modello estrattivo e agro-industriale. A distanza di anni, però, quel patto appare sempre più fragile. La demarcazione procede lentamente, molte terre restano senza riconoscimento e, parallelamente, il governo continua a sostenere infrastrutture strategiche per l’export agricolo. Per molti giovani brasiliani, questa non è una semplice contraddizione tattica, ma il segnale di un’alleanza strutturale tra lo Stato e l’agrobusiness, mascherata da realismo economico.

È la critica che emerge con forza anche dai canali di attivismo climatico giovanile: mentre il Brasile si presenta al mondo come leader della transizione verde, sul terreno continua a rafforzare le stesse filiere che hanno sostenuto politicamente ed economicamente il bolsonarismo. Durante la COP30 questa frattura è esplosa apertamente. Fuori dai luoghi ufficiali del summit, giovani e popoli indigeni hanno denunciato l’ipocrisia di una politica climatica che parla di tutela dell’Amazzonia mentre consente l’espansione delle rotte della soia. Non chiedevano semplicemente di essere ascoltati: mettevano in discussione l’intero modello di sviluppo che la COP, nei fatti, continua a legittimare.

È in questo contesto che l’accordo EU-Mercosur assume un significato politico preciso e problematico. Dall’Europa, il sostegno a Lula viene spesso presentato come un argine contro l’estrema destra brasiliana. Ma per chi oggi occupa il porto di Santarém, questo sostegno rischia di produrre l’effetto opposto. Aprire ulteriormente il mercato europeo alle commodity agricole del Mercosur significa rafforzare il potere economico delle multinazionali dell’agrobusiness, le stesse che hanno finanziato e sostenuto Bolsonaro e che continuano a beneficiare di un modello di export aggressivo indipendentemente dal colore politico del governo. Sostenere Lula senza condizioni vincolanti su demarcazione delle terre, diritti indigeni e blocco delle infrastrutture distruttive significa, agli occhi dei movimenti, erodere il consenso giovanile e indigeno che lo ha riportato al Planalto. Significa alimentare la disillusione, aprendo spazio politico proprio a quelle forze reazionarie che l’Europa dice di voler contrastare. È il paradosso che oggi viene denunciato dal Tapajós: nel nome della stabilità e del commercio, si rischia di indebolire la democrazia brasiliana dal basso.

L’occupazione del porto di Cargill non è quindi un episodio isolato, ma un messaggio politico preciso. Dice che la democrazia non si difende con gli accordi commerciali, ma con il riconoscimento dei diritti e dei territori.

Dice che l’Amazzonia non può essere trattata come un’infrastruttura. E dice, soprattutto, che senza giovani e popoli indigeni non c’è futuro né per il Brasile, né per l’Europa e le loro democrazie. Sul Tapajós, oggi, questa verità è tornata a farsi sentire. Non come slogan, ma come pratica di resistenza.

Foto tratta dal Flicker di Amazônia Real

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