La nuova battaglia di Algeri: braccio di ferro con Parigi sulla colonizzazione

Dal blog https://krisisinfo.substack.com/

gen 23, 2026 Maria Pappini

Per la prima volta al mondo, l’occupazione di un Paese viene definita per legge crimine di Stato. Ma la Francia non ci sta.

L’Algeria diventa il primo Stato post-coloniale a qualificare per legge la colonizzazione subita come crimine di Stato. Il testo traduce in norma una lettura della violenza coloniale come sistema storico continuo, dalla conquista del 1830 all’indipendenza del 1962, e chiude lo spazio della negoziazione memoriale con la Francia, che denuncia un irrigidimento del dialogo. Ora all’esame del Consiglio della Nazione, la legge è attraversata da un dibattito interno sulle sue conseguenze diplomatiche, ma non sul principio fondante. La memoria coloniale non è più terreno simbolico o negoziabile, bensì fondamento di sovranità assunto per legge nel rapporto con l’ex potenza coloniale.

IN BREVE

Crimine di Stato L’Algeria approva una legge che definisce l’intera esperienza coloniale francese come crimine di Stato, trasformando una memoria storica in fondamento giuridico non negoziabile.

Fine del dialogo Per Algeri la memoria coloniale esce dalla sfera simbolica e diplomatica. Senza riconoscimento formale della responsabilità, ogni dialogo con Parigi è considerato esaurito.

Violenza come sistema continuo Dal 1830 al 1962 la colonizzazione è letta come un sistema strutturale di violenza, non come una somma di eccessi. La guerra d’indipendenza ne è l’esito, non l’origine.

Cifre come racconto fondativo Il numero delle vittime non è una stima statistica, ma una cifra politica e identitaria che fonda la legittimità dello Stato e sottrae la memoria alla disputa storiografica.

Memoria come sovranità La legge fissa per norma ciò che era racconto: la colonizzazione come crimine. La memoria diventa principio ordinatore dello Stato, anche al prezzo dello scontro diplomatico.


In diplomazia, definire l’atto di uno Stato come «iniziativa manifestamente ostile» è un segnale di gravità eccezionale. Con questa formula di rottura, il ministro degli Affari esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha reagito all’approvazione della legge con cui il Parlamento algerino ha qualificato la colonizzazione francese come un crimine di Stato.

La legge approvata dall’Assemblea popolare nazionale algerina il 24 dicembre 2025 segna un passaggio senza precedenti nei rapporti tra Algeri e Parigi. Per la prima volta, uno Stato post-coloniale qualifica per legge l’intera esperienza del dominio subito come crimine di Stato, attribuendone la responsabilità all’ex potenza coloniale. In questa lettura, i 132 anni di presenza francese in Algeria non sono ricondotti a singoli episodi di abusi o deviazioni, ma a un sistema storico di violenza strutturale, culminato nella guerra di liberazione e inscritto nella memoria nazionale attraverso la cifra, costantemente ribadita dalle autorità algerine, di un milione e mezzo di vittime.

È qui che emerge il senso profondo del gesto algerino. Chiedere le scuse della Francia non significa cercare una riconciliazione rituale né archiviare il passato, ma ottenere un riconoscimento pubblico che la violenza esercitata non fu una deviazione, né una somma di eccessi, bensì l’espressione coerente di un sistema di dominio statale. Senza questo passaggio, ogni dialogo sulla memoria resta, dal punto di vista algerino, provvisorio e reversibile. La legge interviene proprio su questo punto, trasformandolo da richiesta politica a presupposto non negoziabile.

In questa prospettiva, la norma non nasce per pacificare il passato, ma per disciplinare il presente. Dopo anni di deterioramento delle relazioni con Parigi, la leadership algerina sceglie di fissare per legge ciò che considera il fondamento della propria storia statale, accettando che il prezzo di questa scelta sia una contrazione dello spazio del compromesso. La qualificazione del dominio francese come crimine risponde a questa logica: sottrarre la memoria alle cautele diplomatiche e inserirla al centro di un rapporto che l’Algeria non intende più accettare come strutturalmente asimmetrico.

1830–1962: violenza non stop

La lunga memoria coloniale si radica in una cronologia che, dal punto di vista algerino, non presenta fratture rassicuranti. L’occupazione francese inizia nel 1830 con la presa di Algeri e si estende per oltre 130 anni, fino all’indipendenza proclamata il 5 luglio 1962. In quest’arco temporale, la violenza non è percepita come episodica o circoscritta, ma come un tratto strutturale del dominio coloniale. Le campagne di conquista dell’Ottocento, le deportazioni, le carestie indotte e la progressiva espropriazione delle terre segnano, nella memoria nazionale algerina, l’avvio di un processo di distruzione sociale e demografica che precede di molto la guerra di liberazione.

È all’interno di questa continuità che si colloca la questione delle cifre delle vittime, uno dei nodi più sensibili e politicamente carichi della memoria algerina. La stima di un milione e mezzo di morti, costantemente ribadita dalle autorità di Algeri, riguarda in primo luogo il periodo della guerra d’indipendenza tra il 1954 e il 1962, ma si inscrive in una lettura più ampia della violenza coloniale come esperienza cumulativa. Quel numero non viene presentato come il risultato di un calcolo statistico definitivo, bensì come una cifra simbolica e fondativa, destinata a misurare l’ampiezza della perdita subita e a inserirla nell’atto di nascita dello Stato.

Ecco perché presentando il testo all’Assemblea Popolare Nazionale, il presidente del Parlamento Ibrahim Boughali ha affermato « che il colonialismo francese in Algeria costituisce un crimine di Stato di cui la Francia porta la responsabilità giuridica e morale».

Da decenni, la storiografia francese e una parte consistente di quella internazionale propongono stime sensibilmente più basse per le vittime del conflitto armato, attestandole in genere su alcune centinaia di migliaia di morti. La divergenza non riguarda soltanto le fonti o le metodologie di conteggio, ma riflette due modi incompatibili di delimitare l’oggetto stesso della violenza. Da un lato, una lettura che circoscrive il bilancio umano agli anni della guerra e agli scontri armati direttamente documentabili. Dall’altro, una memoria che include nella stessa sequenza storica repressioni, spostamenti forzati, distruzione dei villaggi, torture, esecuzioni extragiudiziali e le conseguenze indirette di un sistema coloniale che ha inciso sulla vita quotidiana per generazioni.

Racconto di una nazione

Per l’Algeria, la guerra iniziata il primo novembre 1954 non segna l’inizio della violenza, ma il momento in cui questa diventa insostenibile e si trasforma in insurrezione generalizzata. Allo stesso modo, il cessate il fuoco del marzo 1962 e l’indipendenza non chiudono retroattivamente il bilancio umano dell’esperienza coloniale. Le cifre assumono così un significato che va oltre la contabilità dei morti: diventano il linguaggio attraverso cui una società ricorda il proprio trauma e ne fa il fondamento della propria legittimità politica.

È proprio questa funzione delle cifre a renderle non negoziabili nel discorso ufficiale algerino. Metterle in discussione non significa soltanto rivedere una stima, ma intaccare il racconto fondativo della nazione. La legge del 2025 interviene anche su questo piano, sottraendo la memoria delle vittime alla disputa storiografica internazionale e ricollocandola entro un quadro giuridico nazionale che ne sancisce il valore politico. Non stabilisce una verità storica definitiva, ma afferma il diritto dello Stato algerino di definire i termini attraverso cui quella violenza viene ricordata e trasmessa.

In questo senso, la precisione cronologica e la contesa sulle cifre non rappresentano una debolezza della memoria algerina, ma uno dei suoi elementi costitutivi. La lunga durata della colonizzazione e l’ampiezza del bilancio umano, così come vengono narrate, servono a ribadire che il crimine non può essere confinato in un singolo evento o in un periodo ristretto, ma coincide con l’intero impianto del dominio coloniale. È questa lettura estesa e cumulativa che prepara il terreno alla qualificazione giuridica del colonialismo come crimine, rendendo il gesto del 2025 comprensibile solo alla luce di una storia che, per l’Algeria, non è mai diventata passato chiuso.

Sistema di dominio

Se la lunga durata della colonizzazione ha consentito alla memoria algerina di leggere la violenza come continua, è perché il dominio francese non si esercitò principalmente attraverso eventi eccezionali, ma mediante un insieme di dispositivi ordinari e ripetuti. La conquista militare avviata nel 1830 non inaugurò soltanto un’occupazione territoriale, ma l’installazione progressiva di un ordine che intrecciava espropriazione economica, gerarchizzazione giuridica e controllo amministrativo. Nella narrazione algerina, questo intreccio costituì l’essenza stessa della violenza coloniale.

Il primo pilastro di questo sistema era la terra. A partire dalla metà dell’Ottocento, una serie di decreti e pratiche amministrative consentì la confisca sistematica delle proprietà collettive e tribali, ridistribuite a coloni europei o assorbite dallo Stato coloniale. La perdita della terra non viene ricordata soltanto come impoverimento materiale, ma come distruzione di un ordine sociale. Comunità intere furono sradicate, costrette allo spostamento o alla marginalizzazione, private dei mezzi di sussistenza e della continuità simbolica con il territorio. Nella memoria algerina, questa espropriazione iniziale segnò l’avvio di una violenza che, una volta stabilizzata, non richiese più un ricorso permanente alle armi per produrre i propri effetti.

Distinzione fra cittadini e sudditi

A questa dimensione materiale si affianca quella giuridica. Il sistema coloniale francese in Algeria si fondava su una distinzione strutturale tra cittadini e sudditi, sancita da statuti differenziali che collocavano la popolazione musulmana in una condizione di inferiorità permanente. Il diritto non operò come strumento neutro, ma come meccanismo di governo volto a normalizzare la disuguaglianza. L’accesso alla cittadinanza, alla giustizia e alla rappresentanza politica era filtrato da criteri che rendevano l’eguaglianza proclamata dalla Repubblica inapplicabile nello spazio coloniale. Nella memoria algerina, questa frattura giuridica costituì una forma di violenza silenziosa e quotidiana, tanto più efficace quanto meno spettacolare.
L’amministrazione coloniale completa il quadro generale. Il controllo capillare del territorio, la sorveglianza delle popolazioni e la repressione preventiva del dissenso furono percepiti come elementi ordinari del governo coloniale. La violenza non interveniva come risposta eccezionale a una crisi, ma come strumento permanente di regolazione. Arresti arbitrari, punizioni collettive e distruzione dei villaggi sospettati di complicità erano pratiche ricorrenti, trasmesse nella memoria familiare e locale come parte integrante dell’esperienza coloniale.

Quando nel 1954 scoppiò l’insurrezione armata, questo sistema non si interruppe, ma si intensificò. La guerra d’indipendenza viene ricordata come il momento in cui una violenza già strutturale assunse una forma esplicita e generalizzata. La tortura, ampiamente documentata e discussa anche all’interno delle istituzioni francesi, non venne percepita come una deviazione, ma come l’estensione coerente di un rapporto di dominio che aveva già reso accettabile l’idea di una popolazione sacrificabile. Nella memoria algerina, la guerra non produsse una frattura morale: rese visibile ciò che era già in atto.

Test nucleari nel deserto

Nemmeno la fase finale del dominio coloniale interruppe questa logica. Tra il 1960 e il 1966, la Francia condusse nel Sahara algerino una serie di esperimenti nucleari, il primo dei quali, Gerboise Bleue, ebbe luogo nel febbraio 1960. Pur collocandosi cronologicamente alla vigilia e subito dopo l’indipendenza, questi test vennero integrati nella memoria algerina come parte della stessa storia di violenza. Il deserto, percepito come spazio marginale e disponibile, divenne il luogo in cui la continuità della sacrificabilità si manifestò in forma tecnologica e scientifica. Le conseguenze sanitarie e ambientali di lungo periodo rafforzarono l’idea di una violenza che non si esaurì con la fine formale del dominio.

Fu questa esperienza complessiva, fatta di terra sottratta, diritti negati, corpi controllati e territori resi disponibili alla distruzione, a spiegare perché la colonizzazione venga ricordata in Algeria come un sistema e non come una successione di eccessi occasionali. La memoria non separa l’eccezione dalla norma, perché la norma stessa venne vissuta come violenza. In questo quadro, la qualificazione giuridica del colonialismo come crimine appare meno come una radicalizzazione del discorso che come la sua formalizzazione tardiva.

Per Parigi, la legge algerina compromette il dialogo e irrigidisce il lavoro sulla memoria, presupponendo che il passato resti un terreno negoziabile, fatto di riconoscimenti parziali e di aggiustamenti progressivi. Per Algeri, il dialogo sulla memoria è considerato esaurito proprio perché privo di un riconoscimento formale della responsabilità coloniale. La legge nasce da questa constatazione: dopo decenni di commissioni miste, gesti simbolici e ammissioni calibrate, lo Stato algerino ritiene che il confronto con la Francia non abbia prodotto un passaggio politico decisivo.

Nelle ultime settimane, il percorso della legge ha reso visibile la tensione interna che accompagna questa scelta. Mentre il testo è all’esame del Consiglio della Nazione, ad Algeri si confrontano due esigenze: ribadire l’intransigenza sulla memoria nazionale, rivendicata come ambito di sovranità non negoziabile, e valutare possibili emendamenti sulle richieste più sensibili, come le scuse ufficiali e le ricadute del riconoscimento sul piano internazionale. La linea di frattura, tuttavia, non attraversa il principio dell’iniziativa. Non è la qualificazione del dominio coloniale come crimine a essere messa in discussione, ma la sua traduzione immediata in obblighi sul piano internazionale.

La mattina del 23 gennaio, nel corso della discussione al Consiglio della Nazione, il Senato algerino ha respinto o rinviato all’esame successivo numerosi articoli chiave della legge imponendo una riscrittura tecnica del testo. Questo voto non abbatte il principio fondativo della norma. Illustra però come, sul piano interno, il progetto di tradurre la memoria in diritto sia ora attraversato da una contesa concreta sulle formule e sulle implicazioni pratiche, confermando che la sovranità memoriale resta tensione viva più che parola definitiva.

Dal racconto alla legge

Nel 1966 il regista italiano Gillo Pontecorvo realizzava La battaglia di Algeri, un film dedicato alla guerra d’indipendenza. L’opera mostrava una città sotto occupazione in cui la violenza non si concentrava in singoli episodi eccezionali, ma si esercitava come pratica ordinaria di governo: perquisizioni, arresti di massa, interrogatori, tortura, controllo capillare dello spazio urbano… La repressione non appariva come una degenerazione, ma come il funzionamento stesso dell’ordine coloniale. Per una parte dell’opinione pubblica europea il film rappresentò una rivelazione. Per l’Algeria, era la traduzione per immagini di una continuità già vissuta come tale.

Quasi 60 anni dopo, la legge approvata il 24 dicembre 2025 compie un gesto analogo sul piano politico, ma lo radicalizza. Non racconta quella continuità e non la illustra: la fissa. Per la prima volta, uno Stato post-coloniale traduce in una norma giuridica interna la qualificazione dell’intera esperienza coloniale subita come crimine di Stato, attribuendone la responsabilità a un altro Stato. La memoria non è più affidata al racconto, alla denuncia o alla condanna simbolica, ma viene assunta come fondamento giuridico dell’ordine statale.

Anche il dibattito che accompagna ora l’esame del testo al Consiglio della Nazione, con le ipotesi di modifica e di attenuazione delle parti più sensibili, non incide su questo passaggio di fondo. La discussione riguarda le forme, non il principio. Una volta che la colonizzazione è iscritta nella legge come crimine, esce definitivamente dall’orizzonte della gestione prudente della memoria e dalla reversibilità del linguaggio diplomatico.

Responsabilità morale

È qui che acquistano pieno significato le dichiarazioni iniziali. Quando il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot definisce la legge «un’iniziativa manifestamente ostile», registra implicitamente questo spostamento di soglia: il passaggio da una memoria ancora trattabile a una memoria fissata per legge. Quando il presidente del Parlamento algerino Ibrahim Boughali parla di responsabilità giuridica e morale della Francia, afferma che quello spazio è ormai chiuso. La memoria non è più materia di scambio o di mediazione, ma principio ordinatore che lo Stato decide di assumere, anche a costo dell’attrito.

Come nel film di Pontecorvo, non c’è una rottura improvvisa che capovolge il senso della storia. C’è una presa d’atto. L’ordine coloniale diventa leggibile per ciò che è e non può più essere trattato come una somma di episodi isolati o di eccessi correggibili. La differenza è che oggi l’Algeria non si limita più a renderlo visibile o a ricordarlo. Lo iscrive nella legge, trasformando una memoria a lungo neutralizzata in principio politico vincolante, secondo una formula che nel dibattito pubblico algerino delle ultime settimane è diventata esplicita. Non a caso, Le Jour d’Algérie il 19 gennaio titolava: «Criminalizzare la colonizzazione francese è un dovere morale e storico». Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

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Maria Pappini nata nel 1987, ha una formazione interdisciplinare che unisce scienze politiche, storia ed economia. Dopo la laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales conseguito a Lione, ha lavorato per oltre dieci anni nel settore bancario, maturando un’esperienza professionale continuativa in ambito finanziario e gestionale. Nel 2023 ha scelto di tornare alla ricerca storica iscrivendosi al corso di Scienze Storiche dell’Università Statale di Milano, concentrando i propri studi sui Balcani contemporanei, sui conflitti etnici e sui processi di costruzione della memoria. È autrice di una tesi magistrale dedicata al conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.

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