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23 Gennaio 2026
Nel suo discorso di inaugurazione, Trump ha detto: “Sono stato salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America”. Qualche mese dopo, le foto di Trump circondato dai suoi consiglieri spirituali, tutti a occhi chiusi e con le mani protese, hanno fatto il giro del mondo, accolte per lo più con sorrisi. In realtà, stiamo assistendo sempre più spesso all’unione tra dottrine religiose e dottrine politiche, in una sorta di totalitarismo autarchico dottrinale che sa trasformare le paure in nazionalismi. Intanto, le lobby evangeliche diffuse nel mondo hanno sostenuto e sostengono Trump, così come lo fanno fatto con Bolsonaro e Orban. Anche l’Italia sta diventando un loro territorio d’azione

C’è un monologo di Giorgio Gaber, ancora oggi attuale ma che risale agli anni Novanta. Riporto alcune parti del testo:
“A noi ci hanno insegnato tutto gli americani. Se non c’erano gli americani a quest’ora noi, eravamo europei. Vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri. Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi, e buoni, e giusti. Non c’è popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. No! È perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro, eccola lì, pum! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano. […] L’America è un arsenale di democrazia. È lo sviluppo incontrollato e selvaggio, è la spietata legge del più forte intesa come selezione naturale della specie. È l’eroico sacrificio di qualsiasi giustizia sociale. È la vittoria totale del mercato. È il trionfo dell’unica visione del mondo. […]
Ogni tempo presente è tale perché discende dal passato e i monologhi di Gaber riescono ancora a rendere visibile quell’archeologia che scava nei rapporti di relazione storica e che faranno poi nel futuro altre consegne. L’America non cambia rotta e non smentisce il suo passato, quasi per il timore di perdere la sua potenza assoluta sul mondo; l’America è così come la raccontava più volte ironicamente Giorgio Gaber.
Trump continua, anzi esaspera la tradizione statunitense, lo fa con i suoi numeri tra show e guerre, dimostrando i suoi chiari obiettivi politici antidemocratici, anti tutto ciò che è segno delle conquiste democratiche avvenute dagli anni Sessanta in poi. Antifemminista, anti lgbtq in nome della famiglia bianca ed eterosessuale.
Non è politica questa, è un errore chiamarla politica, visto il significato etimologico della parola. Trump ha ritenuto perciò di creare, appena insediatosi, l’Ufficio per la fede, gestito e amministrato da Paula White, controversa figura evangelica, che predica il vangelo della prosperità nel senso stretto della prosperità economica: “Se credi, diventerai ricco”. Perciò più che di politica, potremmo parlare di fondamentalismo religioso militarizzato a sancire ancora oggi la stretta alleanza tra religione e politica, peraltro senza alcun confine geografico che possa rappresentare un limite, un argine, fuori l’America.
Nel suo discorso di inaugurazione, Trump ha detto: “Sono stato salvato da Dio per rendere di nuovo grande l’America”. Nell’ottobre del 2024, cioè pochi giorni prima del voto, invitò nel North Caroline diversi leader cristiani, tra i più influenti. Offriva non solo esenzioni fiscali e finanziamenti pubblici ma li incitava, legittimando il combattere quelle forze che minano l’integrità della purezza statunitense. Il pastore evangelico Guillermo Maldonado (il 3 ottobre di ogni anno si tiene a Miami il Maldonado Day) lo spiegò in quell’evento parlando di una” guerra tra il bene e il male, quel male che sta sconvolgendo l’America”. Lui, che conduce anche un suo programma tv “The Supernatural”, ogni settimana ospita nella sua chiesa di Miami circa 20.000 persone sentendosi investito da Gesù Cristo. Un fenomeno più recente è quello che vede la Chiesa Cattolica degli Stati Uniti radicalizzarsi verso l’estrema destra alimentando alleanze internazionali. Franklin Graham, paladino della guerra anti-woke, ha detto in un grande evento che Trump e Milei governano per mandato divino.
Si sta dunque diffondendo ed affermando una destra mondiale che si ispira a forme diffuse di repressione, usata come risposta alla sicurezza. Se le alleanze con la politica, sempre esistite, sono dinamiche e mondiali, ora qui, ora là, il patto e l’intreccio sempre stretto e solido tra religione e politica non ha inflessioni, non si indebolisce, tutt’altro. Le lobby evangeliche, diffuse nel mondo, hanno sostenuto e sostengono ancora Trump, così come Bolsonaro e Orban e l’Italia diventa un altro territorio d’azione e di diffusione, visto che i raduni di folla presenti negli Usa sono arrivati anche da noi, a Napoli, con la partecipazione di alcuni esponenti di Fratelli d’ Italia “Ci siamo incontrati grazie al comune impegno per la libertà religiosa…”, ha spiegato il senatore Lucio Malan.
È come richiamare in versione moderna il vecchio principio sancito dalla Pace di Augusta nel 1555: Cuius regio, eius religio (di chi è la regione, di lui sia la religione).
Il sistema dell’intreccio tra religione e politica non esclude alcuna religione. Nel 1988 entrò in scena, sempre negli Usa, Jonathan Cahn. Nel giro di pochi anni divenne un profeta con la sua pubblicazione The Harbinger e i suoi sermoni vengono ancora ascoltati da milioni di persone della destra cristiana. Il movimento negli Stati uniti mescola identità ebraica e fede cristiana differenziandosi dal fondamentalismo ebraico, come a rafforzare la già stretta alleanza tra Israele e Usa.
Nel nome di una proclamata libertà religiosa, si conducono operazioni militari e programmi politici che corrodono democrazie, diritti e conquiste civili.
Il parlare direttamente alle interne intonazioni emotive ha un effetto megafonico, amplifica, alza il volume delle emozioni dando un tempo e uno spazio di consumo immediato, istantaneo, personale e collettivo, nel quale riconoscersi. La strategia la conosciamo anche nel nostro Paese.
Le foto di Trump al centro circondato dai suoi consiglieri spirituali, tutti a occhi chiusi e con le mani protese, risuonano come una tensione al divino che è in lui. La dottrina religiosa si unisce alla dottrina politica, abbattendo il confine tra privato e pubblico, in una sorta di totalitarismo autarchico dottrinale. Politica e religione sfruttano intimità e interiorità umane come espediente narrativo e persuasivo, proprio per occupare quello spazio privato, intimo, che si anima e si muove tra il senso del “perdono, della punizione, dell’appartenenza, della paura e della salvezza”.
Forse la sinistra e gli stessi movimenti di sinistra hanno sottovalutato il potere di queste alleanze, un potere che si fa sistema e come tale solido, diffuso a livello mondiale, con un preciso obiettivo e con una diffusa e articolata agenda politica.
Il confine tra sfera pubblica e privata si decompone, si smaterializza e non saprei dire se la tecnologia social ha dato a questo confine dissolto un suo potente contributo. Mi viene da pensare a una fragilità o debolezza della ragione, nonostante possa sembrare un ossimoro in questi tempi, con un suo orientamento marcato verso un bisogno di “credere” che alimenta e fa fiorire ovunque nel mondo sette e nuovi gruppi religiosi con legami politici internazionali.
Ma in questo disorientamento dovuto alla fluidità delle politiche (oggi sei un alleato e domani un nemico) e alla instabilità mondiale, la paura e il bisogno di credere assumono una forte connotazione identitaria unita a un senso di appartenenza e di permanenza. I manipolatori, i persuasori, i profeti e i dittatori, gli affabulatori, gli antidemocratici, i politici affamati di potere e di guerre, si appropriano di questo potere trasformando le paure in odio e il bisogno di credere nei nazionalismi sempre più radicali. Ha scritto Roberto Escobar, docente di Filosofia politica: “La paura si identifica nell’immaginario diffuso, nel rischio che il mondo perda la sua forma, che l’Est venga ad Ovest, che il Sud salga al Nord”.
Di fronte a tutto questo l’impotenza ci sembra un dato reale, immutabile, qualcosa che non possiamo trasformare, qualcosa da subire. Poi ti soffermi su ciò che ancora si muove dentro di noi, tra rabbia e indignazione, e che ci motiva a rimanere attivi, consapevoli, pronti a dare comunque una risposta a tutto questo. Ci guardiamo dentro e anche se non abbiamo mai né cercato né trovato certezze o ancoraggi nella religione o nella politica partitica, scopriamo di avere ancora una sola nostra certezza: non possiamo essere o diventare ciò che non siamo mai stati. La fedeltà a sé stessi dà un senso alla speranza.