Trump: c’è del metodo nella follia

Dal blog https://attac-italia.org

di Marco Bersani, Attac Italia e Cadtm Italia*

*articolo pubblicato su il manifesto del 24 gennaio 2026 per la Rubrica Nuova finanza pubblica

Foto di Jon Tyson su Unsplash

Molte persone pensano che le esternazioni del presidente Usa, Donald Trump, siano unicamente dettate da caratteristiche personologiche analizzabili con i tratti della psicopatologia. Per costoro si tratta di sperare che l’uomo solo al comando faccia meno danni possibili e che nel frattempo cambino i risultati elettorali, prima nell’appuntamento di mid-term del prossimo novembre e poi nelle elezioni presidenziali del 2028. Sperando che, tolto il dente, passi il dolore.

Purtroppo non è questa la situazione. Perché se è vero che diversi tratti della figura di Trump possono essere ricondotti ad elementi di profondo disturbo della personalità e delle relazioni, c’è del metodo nella follia del presidente Usa, ed è bene averne la maggiore consapevolezza possibile.

Siamo infatti dentro un’epoca che, sempre se l’umanità riuscirà ad attraversare la crisi ecologica e climatica in cui è immersa, sarà studiata nei futuri libri di storia come il “declino dell’impero americano”.

E’ lo stesso Trump a riconoscerlo, nel momento in cui chiama il proprio movimento “Make America Great Again”: se l’America va fatta tornare grande, è perché non lo è più.

Se analizziamo la situazione economico-finanziaria degli Usa, comprendiamo meglio la questione.

Gli Stati Uniti sono seduti su una montagna di debiti, che nel 2025 ha superato i 38mila miliardi di dollari, una cifra che cresce di sei miliardi di dollari al giorno, di 250 milioni di dollari ogni ora, di 70mila dollari al secondo.

Su questo debito, gli Usa nel 2025 hanno pagato 970 miliardi di dollari di interessi, un importo che supera la spesa totale per la Difesa e che brucia il 19% di tutte le entrate fiscali. Significa che per ogni dollaro intascato dal governo Usa, diciannove centesimi se ne vanno prima che un singolo insegnante venga pagato, un marciapiede venga rifatto o un anziano riceva assistenza.

Gli Stati Uniti hanno anche un deficit della bilancia commerciale (rapporto fra esportazioni e importazioni) che potremmo definire cronico, frutto delle politiche di deindustrializzazione portate avanti da tutti i governi per privilegiare il settore dei servizi e della finanza; hanno livelli altissimi di indebitamento privato e sono al centro di un’economia tutta basata sui grandi fondi finanziari e le relative bolle da questi create, rispetto alle quali, nonostante i proclami post-crisi del 2008, nessun argine è stato realmente posto.

Sono questi dati a rendere evidente il mutamento epocale che stiamo attraversando, che vede la Cina emergere come nuova potenza economica mondiale e in generale il continente asiatico progressivamente sostituirsi a quell’insieme di potenze che continua a denominarsi “Occidente”.

Se questa è la situazione, forse si comprendono meglio le motivazioni delle ‘sparate’ e delle ‘giravolte’ di Trump: frutto certamente della sua personalità disfunzionale, ma legate alla disperazione con la quale gli Usa cercano di fermare il proprio declino.

Gli Usa sono alla ricerca di soldi, sporchi, maledetti e subito per frenare l’emorragia del debito; sono all’angosciante ricerca di un riavvio, attraverso i dazi, di una parvenza di reindustrializzazione del paese (prospettiva a dir poco illusoria); sono immersi nel tentativo di ridurre l’esorbitante spesa militare (da qui la delega totale a Israele sul Medio Oriente e il tentativo di scaricare la guerra in Ucraina sull’Europa); sono concentrati a garantirsi, manu militari, la propria area di dominio nel pianeta (dall’America Latina alla Groenlandia), dentro la quale poter disporre di tutte le materie prime e risorse energetiche necessarie.

Il pregio della follia di Trump è quello di aver reso tutto questo manifesto, senza più perifrasi retoriche sull’esportazione di democrazia.

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