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Marco Bertorello 26 Gennaio 2026
Da assise del capitalismo globalizzato, il Forum sulle Alpi svizzere è diventato un summit per allentare le tensioni geopolitiche. Anche perché le incertezze non fanno bene agli affari
Non c’è più la Davos di una volta. Dopo settimane di trepidante attesa per le minacce di un’invasione della Groenlandia e persino dell’Islanda da parte dell’amministrazione trumpiana, all’annuale incontro dei principali attori delle classi dirigenti e dominanti dell’Occidente si scongiura una precipitazione degli eventi. Tutto, dunque, torna come prima? Pace ritrovata? Assolutamente no.
Groenlandesi sulla montagna incantata
Nel ricostruire quel che è accaduto sulla «montagna incantata» delle Alpi svizzere occorre preliminarmente evidenziare come il clima sia davvero cambiato. Da assise del capitalismo globalizzato, il Forum economico mondiale di Davos è diventato un luogo di incontro per tentare di allentare le tensioni geopolitiche, in particolare tra Usa ed Europa. Per evitare persino una possibile guerra, addirittura dentro alla Nato. Un confronto/scontro tutto occidentale, dove la guerra in Ucraina e la colonizzazione di Gaza restano sullo sfondo. Dove cinesi e indiani, presenti con le seconde linee, si pongono come osservatori, sebbene interessati. Di acqua sotto i ponti ne è passata dall’edizione del Forum del 2022 dove Xi Jinping intervenne in difesa della globalizzazione e del multilateralismo, quasi a tirare le orecchie a un Occidente ormai distratto dalle sirene del protezionismo. Ma sono proprio il protezionismo e il ripiegamento nazional-nazionalista a provocare l’odierno scontro.
Riassumendo, Trump minaccia l’invasione della Groenlandia o, in subordine, il suo acquisto. Ragion di Stato «difensiva» direbbe Giorgia Meloni. Dall’Artico passerebbero le nuove rotte militari e commerciali, lungo le quali Russia e Cina vanno ostacolate con qualsiasi mezzo. L’Unione europea e la Danimarca reagiscono con la diplomazia e alcuni paesi europei (non l’Italia) organizzano esercitazioni militari congiunte in Groenlandia. In teoria dichiarano di essere conseguenti alle richieste di Washington di maggior controllo dell’area, in pratica mettono in atto un’operazione che obbligherebbe le truppe statunitensi a scontrarsi con eserciti alleati nella Nato se intendessero confermare le mire espansionistiche. La logica di tale espediente non sfugge a Trump che minaccia l’ennesima ritorsione con l’uso politico di ulteriori dazi. I groenlandesi manifestano contro gli Stati uniti, meno in favore dell’Unione europea. Intanto gli Inuit, verso i quali la Danimarca non è certo stata un paese indulgente, dimostrano di avere ben presente la fine che hanno fatto i loro omologhi dopo l’acquisto dell’Alaska da parte degli Usa. Sanno che passerebbero dalla padella alla brace, in barba al diritto internazionale, e che vedrebbero allontanarsi irrimediabilmente la possibilità di autodeterminazione.
Si giunge a Davos. Le classi dominanti economiche, i padroni di casa del Forum, diretto quest’anno da Larry Fink il Ceo di Blackrock, il più grande fondo di investimento al mondo, temono un’instabilità che non fa bene agli affari. I mercati vanno in fibrillazione: Borse in negativo, dollaro che scende, oro e titoli del Tesoro Usa che salgono. Forti preoccupazioni sul fronte finanziario ed economico. Tensione che si percepisce già nella cena di gala dove il ministro al commercio statunitense viene fischiato e Christine Lagarde, presidente Bce, lascia anzitemopo la serata in evidente polemica. Gli stessi interventi di Trump non ricevono il calore atteso. D’altronde Trump anche a Davos sciorina il grezzo repertorio contro l’Europa. Irriconoscibile, vittima di sé stessa, in particolare delle politiche dell’accoglienza e di quelle dell’ambiente. Per non dire della permanente accusa di irriconoscenza verso i salvatori a stelle e strisce dalla Seconda guerra mondiale in avanti. Ricostruzioni storiche farlocche e via di seguito. Toni sempre sopra le righe, di cui non hanno il monopolio i Repubblicani statunitensi, ma che dalle loro bocche suonano più minacciosi.
Insofferenze varie
Forse per la prima volta alcuni rappresentanti europei rispondono a tono. Emmanuel Macron, il più determinato, parla di «nuovo imperialismo». Altri denunciano la logica del più forte, il neocolonialismo neppure troppo mascherato. Insomma un ritorno agli inizi del secolo scorso. Lagarde ritiene necessario un piano B per l’Europa. Il Foreign Affairs sostiene che il quadro creato da Trump ricorda quello di «tutti contro tutti» di hobbesiana memoria, un quadro di «anarchia» dove non esiste un paese egemone che guida i processi in corso.
Per la prima volta entra in scena diffusamente un dissenso esplicito e un’insofferenza alle scelte degli Stati uniti. Delle ovazioni hanno accolto i toni del nuovo presidente del Canada Mark Carney, che ha finito con incarnare il meglio dell’opposizione istituzionale a Trump. Egli ha invocato unità delle medie potenze evidenziando, con un’efficace metafora, che «se non siedi al tavolo sei nel menù» e ha affermato ancor più nettamente che «quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, competiamo tra noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità, è la rappresentazione della sovranità mentre si accetta la subordinazione». Parole oneste di un esponente progressista ma moderato che finisce per strigliare implicitamente l’intero arco politico dei capi di Stato europei. Complessivamente un’ampia opposizione che lascia il segno, tanto che Trump coglie l’atmosfera e aggiusta il tiro: niente attacco, solo volontà di acquistare la Groenlandia, con le minacce che restano in caso non ci fosse disponibilità. Tutto condito da un’enfasi sull’ennesimo accordo che sarebbe stato raggiunto, questa volta in capo alla Nato, con il suo segretario generale Mark Rutte, noto ormai per un atteggiamento fastidiosamente genuflesso verso il presidente degli Usa. Un accordo che appena annunciato è già vittima di malintesi, indeterminatezze e, persino, dell’accusa che lo stesso Rutte non avrebbe avuto un mandato a trattare per tutti. Nulla di nuovo da quando il mondo è scosso dalle inusuali modalità della nuova amministrazione di Washington.
Un lungo stallo
Al di là delle inedite forme prese dalla diplomazia e dai rapporti geopolitici, si può provare a capire la sostanza dei recenti avvenimenti svizzeri. In termini sportivi si potrebbe affermare che c’è stato un pareggio, frutto di un contesto di stallo che ha ragioni strutturali non rapidamente risolvibili. L’accordo frutto dello stallo quindi è diverso dal compromesso. Lo stallo, rispetto al compromesso, dà vita a scelte dettate da costrizione e da assenza di alternative. È subito più che agito da tutti i contendenti.
I processi della globalizzazione sono andati così in profondità che ora la sua crisi non consente un semplice ritorno al passato. Gli Stati uniti non bluffano. Il loro ripiegamento è reale dai tempi di Obama. Segno di difficoltà oggettive. Ora, nella versione aggressiva Repubblicana e Maga, sono solo più determinati e disinvolti. Espressione di una politica che non manca di corrispettivi al di qua dell’Atlantico. Ma il contesto tuttora interdipendente – la presidente del Wto ha detto che il 70% degli scambi mondiali avvengono con le regole Wto – fa sì che gli Usa abbiano bisogno dell’Europa. Un continente ancora troppo ricco per poterne fare a meno. Tanto più se a Oriente si fa avanti una potenza come la Cina e i suoi alleati.
Poi ci sono i detentori del Vecchio continente di titoli di Stato che gli Stati uniti non possono permettersi di perdere dopo i progressivi disinvestimenti cinesi. Fondi pensione danesi e svedesi hanno incominciato a vendere Treasury Usa. Insomma problemi di finanza pubblica, rischi per il dollaro come moneta globale e domanda di consumo europea sono tutti punti di debolezza per Washington a cui va aggiunta l’impossibilità che la rilocalizzazione dell’industria possa portare a risultati casalinghi in tempi medio-brevi. Ecco allora la necessità degli Stati uniti di tirare la corda, ma non di spezzarla. Washington non è in grado di mettere realmente in campo un’economia autocentrata. Solo di minacciarla. Almeno per ora. Ciò non significa che l’amministrazione non stia lavorando in questa direzione mediante una nuova e aggressiva politica di potenza in cerca di paesi vassalli.
Contraddizioni altrettanto importanti attraversano l’Europa. Continente che sta invecchiando, debole sul fronte dell’innovazione tecnologica, ancorato all’industria tradizionale, dipendente dalla finanza a trazione statunitense, frammentato politicamente e istituzionalmente al punto da rendere impotente l’Unione stessa. Tuttavia, l’Europa è ancora ricca e la sua domanda incontra prevalentemente l’offerta continentale, sebbene non abbia un mercato interno che da solo possa essere risorsa sufficiente. È appetibile dagli Stati uniti, ma anche dalla Cina. È in una crisi d’identità economica oltre che politica proprio per la sua segmentazione commerciale e produttiva. L’Unione europea realizza scambi commerciali tra i paesi aderenti per circa il 60%. Esporta per il 20% e importa per circa il 13% dagli Usa, mentre con la Cina i dati sono rispettivamente del 9% e oltre il 21%. Guarda a Occidente per ragioni storiche, militari, culturali, ma una parte della sua industria non disdegnerebbe di rivolgersi anche a Oriente per le potenzialità che ne deriverebbero. Schierarsi contro la Russia costa caro per un continente povero di materie prime e teso alle esportazioni. Abbandonare i rifornimenti a buon mercato da Mosca per diventare dipendente da quelli di Washington, per quanto le sanzioni siano state aggirate con molteplici sotterfugi, ha contribuito a una crescita economica anemica.
Nella drammatizzazione geopolitica la diversificazione del rischio è la causa delle difficoltà non la soluzione. La frammentazione, dunque, genera impotenza, incapacità e impossibilità di scegliere. Soppesare vantaggi e svantaggi è cosa complicata. Solo una ancor più grave precipitazione degli attuali scontri potrebbe generare scelte di campo più nette, sacrificando, però, qualcosa di sostanzioso. Come i rapporti industriali e commerciali con gli Usa per scommettere verso Oriente oppure un’autonomia strategica per creare un’industria satellite degli Usa. Scelte inevitabilmente dolorose dunque. In entrambi i casi l’industria militare, e non solo, scalda i motori intravedendo persino potenziali riconversioni dal civile come occasione per nuovi profitti.
Sovranisti senza sovranità
L’Italia è un paese piuttosto rappresentativo di tali contraddizioni. Un mercato interno non autosufficiente, centralità delle esportazioni per creare ricchezza, frammentazione degli sbocchi commerciali con una prevalenza continentale (oltre il 50% delle esportazioni va nell’Ue, il 15% in altri paesi europei esterni all’Unione) e il resto suddiviso tra Stati uniti (12%), Medio oriente e Nord Africa (6%) e Cina (1,5%). Da queste percentuali emerge come non esista un paese egemone su cui scommettere. L’Italia avrebbe bisogno di un contesto di pace a 360 gradi per poter commerciare con tutti. Il contrario di quanto sta avvenendo. Per non dire delle sue importazioni che quasi ricalcano le medesime percentuali, segnale di una dipendenza anch’essa diffusa e frammentata, con un peso maggiore della Cina (7,5%). Eppure i sovranisti di casa nostra sembrano i migliori alleati degli Stati uniti. Fanno i sovranisti per conto terzi. Senza mai rompere con l’Europa da cui il paese dipende in maniera decisiva.
D’altronde esser sovranisti in un contesto postglobale è difficile, se non impossibile. Ma ancor di più è complicato essere subordinati, come ci ricorda il presidente canadese, alla principale potenza che oggi svolge un ruolo prepotente senza avere tutte le carte per reggere fino in fondo. La difficoltà italiana, dunque, è paragonabile a quella degli altri contendenti. La differenza sembra una mancanza di strategia. Se lo stallo è frutto di condizioni oggettive per tutti, l’alzata dei toni è propedeutica a puntellare la propria posizione, a prendere tempo cercando di rafforzarsi nel ripiegamento generale, in un contesto di crescente scontro. Nulla è fatto a caso. Né per Trump, né per Macron, né per gli altri.
L’equilibrismo di Meloni, invece, sembra rispondere più a un’identità politica astrattamente in assonanza con Trump piuttosto che al quadro economico-industriale di cui l’Italia dispone. Sovranisti senza sovranità. Per quanto potrà durare scegliere di non scegliere?
*Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).