Lo sviluppo ha bisogno della green economy

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Roberto Romano 21 Gennaio 2026

La transizione verde è spesso presentata come un costo aggiuntivo o come un vincolo esterno alla crescita. Tuttavia, una simile rappresentazione rischia di oscurare il ruolo che l’innovazione tecnologica e il cambiamento strutturale hanno storicamente svolto nei processi di sviluppo capitalistico.

Introduzione

La transizione ecologica è oggi collocata in una posizione ambigua all’interno delle agende economiche europee. Da un lato, viene riconosciuta come obiettivo strategico di lungo periodo; dall’altro, è costantemente subordinata a vincoli fiscali stringenti, a un contesto geopolitico instabile e a priorità di spesa che sembrano muoversi in direzione opposta, in particolare con il ritorno della centralità della spesa militare. Questa tensione strutturale solleva un interrogativo cruciale: la green economy rappresenta una politica tra le altre, sacrificabile in tempi di scarsità, oppure costituisce un passaggio necessario per la tenuta e la trasformazione del sistema economico contemporaneo?

Nel dibattito pubblico, la transizione verde è spesso presentata come un costo aggiuntivo o come un vincolo esterno alla crescita. Tuttavia, una simile rappresentazione rischia di oscurare il ruolo che l’innovazione tecnologica e il cambiamento strutturale hanno storicamente svolto nei processi di sviluppo capitalistico. L’attuale configurazione dell’economia globale è segnata dalla maturità di molti settori tradizionali, dalla compressione dei margini di profitto e dalla difficoltà di individuare nuove aree di espansione in grado di sostenere l’accumulazione.

In questo contesto, il Green Deal e più in generale la green economy possono essere interpretati non come un’aggiunta esogena al funzionamento del mercato, ma come una possibile risposta endogena alle contraddizioni di un modello di crescita giunto a un punto di saturazione. La riconversione industriale su basi ambientali diventa così una traiettoria attraverso cui il capitale tenta di riorganizzare sé stesso, ridefinendo tecnologie, competenze e rapporti tra Stato e mercato.

Il presente contributo si colloca in questa prospettiva analitica. L’obiettivo è discutere la green economy come esito di un processo di cambiamento strutturale, inserendola nel solco della teoria della distruzione creatrice e dei modelli di crescita basati sull’innovazione. Attraverso l’analisi dei brevetti ambientali, dei processi di decoupling energetico ed emissivo e del ruolo della Cina nella nuova geografia tecnologica globale, l’articolo intende mostrare come la transizione verde non rappresenti un’opzione contingente, bensì una componente strutturale delle dinamiche di accumulazione contemporanee.

Quadro teorico: distruzione creatrice e crescita dinamica

Nella prospettiva schumpeteriana, il capitalismo non è un sistema statico orientato all’equilibrio, bensì un processo dinamico caratterizzato da ondate di innovazione che distruggono strutture produttive esistenti per sostituirle con altre più efficienti. La distruzione creatrice non rappresenta un’anomalia, ma il meccanismo stesso attraverso cui il sistema si rinnova.

Questa impostazione trova un’importante integrazione nel modello dinamico di crescita di Paolo Leon, in cui l’accumulazione procede attraverso la riduzione dei beni inferiori e l’espansione dei beni superiori, secondo un processo cumulativo che rende inevitabile l’obsolescenza di tecnologie, competenze e settori produttivi. In tale cornice, l’emergere della green economy può essere interpretato come una nuova traiettoria tecnologica dominante, capace di riorientare investimenti, ricerca e politica industriale.

Dati e metodologia

L’analisi empirica si fonda su un insieme integrato di indicatori tecnologici, energetici ed emissivi, finalizzati a cogliere le principali traiettorie strutturali della transizione green nell’economia globale. In particolare, vengono utilizzati: (i) dati sui brevetti tecnologici, con riferimento specifico ai brevetti ambientali e ai settori a più elevato dinamismo innovativo; (ii) indicatori di intensità energetica, misurata come rapporto tra consumo di energia primaria e prodotto interno lordo; (iii) indicatori sulle emissioni di CO₂ e sul loro andamento rispetto alla crescita economica. La fonte principale dei dati è l’OECD, attraverso il Patent Statistics Database e i database su energia ed emissioni. I brevetti ambientali sono identificati secondo la classificazione OCSE delle tecnologie per la mitigazione del cambiamento climatico, che include, tra le altre, le tecnologie per le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, la gestione delle emissioni e i sistemi di accumulo. L’orizzonte temporale considerato copre prevalentemente il periodo 2000–2023, consentendo di cogliere sia le dinamiche di lungo periodo sia le discontinuità associate agli shock economici e regolativi più recenti.

L’approccio metodologico è di tipo descrittivo-strutturale. Non si mira alla stima di relazioni causali puntuali, bensì all’individuazione di regolarità empiriche coerenti con il quadro teorico di riferimento, in particolare con l’ipotesi della distruzione creatrice e con i modelli di crescita basati sul cambiamento strutturale.

Evidenze empiriche: brevetti e traiettorie tecnologiche

L’analisi dell’evoluzione dei brevetti nei settori più dinamici fornisce un’indicazione chiara delle direzioni assunte dall’innovazione tecnologica globale. In particolare, i brevetti ambientali mostrano una crescita sostenuta, a fronte di una stagnazione o contrazione delle tecnologie mature.

Figura 1. Evoluzione dei brevetti mondiali nei settori tecnologici più dinamici

Fonte: elaborazione su dati OECD.

Il possesso di competenze tecnologiche avanzate emerge come fattore cruciale per la crescita economica, mentre l’espansione delle nuove tecnologie coincide con l’obsolescenza di quelle precedenti. Il settore green appare, in questo contesto, come una delle principali aree di ristrutturazione dell’apparato produttivo globale.

Decoupling energetico ed emissivo nei paesi avanzati

L’impatto della transizione tecnologica sull’economia reale è osservabile nei processi di decoupling tra crescita del PIL e consumo energetico. Nei paesi OECD l’intensità energetica tende a ridursi nel tempo: in Italia, ad esempio, l’energia consumata per unità di PIL è diminuita di circa il 23–24% dal 2005.

Parallelamente, aumenta la quota di Paesi che sperimentano un decoupling assoluto, con emissioni di CO₂ in diminuzione a fronte di una crescita economica positiva. Tale quota è passata dal 38% nel periodo 2006–2015 al 46% nel periodo 2015–2023, suggerendo l’esistenza di una tendenza strutturale, seppur disomogenea.

Il ruolo della Cina nella nuova geografia economica

Nel panorama globale dei brevetti ambientali, la Cina emerge come attore dominante e in rapida crescita, mentre molte economie mature mostrano segnali di rallentamento. Questo risultato riflette una strategia di sviluppo che combina investimenti pubblici, innovazione tecnologica e diversificazione delle fonti energetiche.

L’impossibilità di sostenere elevati tassi di crescita affidandosi esclusivamente alle fonti tradizionali ha spinto Pechino a posizionarsi come protagonista della transizione verde, ridefinendo gli equilibri della competizione tecnologica internazionale.

Green economy, finanza ed ESG

La green economy si fonda sull’industrializzazione della ricerca e sull’intervento della politica pubblica. Tuttavia, l’attuale inquadramento finanziario della transizione, spesso ricondotto ai criteri ESG, presenta limiti rilevanti. Da un lato, vi è il rischio di una concentrazione del credito nelle aree a minore vulnerabilità climatica; dall’altro, la possibilità di dinamiche speculative e di formazione di bolle in un settore percepito come ad alta redditività.

Questi elementi suggeriscono la necessità di un ruolo più attivo e strategico della finanza pubblica e della politica monetaria, capace di orientare gli investimenti in coerenza con il nuovo paradigma tecnoeconomico.

Conclusioni

Nonostante la percezione di un rallentamento delle politiche green, l’analisi delle dinamiche dell’accumulazione mostra come la green economy rappresenti una necessità strutturale per il capitalismo contemporaneo. Rinviare la riconversione industriale ecologica non elimina i costi della transizione, ma rischia di aumentarli, accentuando squilibri economici, tecnologici e geopolitici.

Una politica industriale orientata alla transizione, integrata da strumenti finanziari e monetari coerenti, appare dunque una condizione indispensabile per governare il cambiamento piuttosto che subirlo.

Riferimenti bibliografici (essenziali e selezionati)

Schumpeter, J.A. (1942), Capitalism, Socialism and Democracy.
Leon, P. (1999), Structural Change and Growth Dynamics.
OECD, Patent Statistics Database.
OECD, Energy and CO Indicators.

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