La strategia del 2026: quando la potenza fa i conti e presenta la fattura

Dal blog https://www.lafionda.org

29 Gen , 2026|Giuseppe Gagliano

C’è un’arte tutta americana: scrivere strategie come se fossero lastre ai raggi X del mondo, oggettive, fredde, inevitabili. Poi le leggi bene e scopri che sono specchi, non radiografie. La Strategia di difesa nazionale 2026 è un esempio da manuale: si definisce realista, pratica, concentrata sulle minacce “vere”. Ma la parola che comanda, anche quando non la ripetono, è una sola: gerarchia. Chi conta, chi paga, chi combatte. E soprattutto chi deve smettere di vivere “a scrocco” sotto l’ombrello americano.

Il testo parte con un’autoassoluzione che sembra scritta col timbro: la colpa è sempre di “quelli di prima”. Avrebbero lasciato crescere il caos, avrebbero legato le mani a Israele dopo il 7 ottobre, avrebbero consentito all’Europa di fare la bella vita sulla sicurezza garantita dagli Stati Uniti e, ciliegina, avrebbero lasciato andare in malora la base industriale della difesa. Poi arriva la medicina universale: pace attraverso la forza. Ma con un’aggiunta che è la vera novità: la forza non si spreca. Si concentra dove interessa agli Stati Uniti. Difesa del territorio nazionale e competizione nell’Indo-Pacifico. Il resto, dall’Europa al Medio Oriente, diventa una voce di spesa “critica ma più limitata”. Traduzione: ci siamo, ma non come prima, e soprattutto non gratis.

Dal mondo “uno e indivisibile” al mondo a cerchi concentrici

Qui si vede il cambio di paradigma. Basta con l’idea che ogni minaccia sia “esistenziale”. Adesso si pesa tutto, si classifica, si gerarchizza. Prima la casa, poi il cortile, poi le rotte e le tecnologie che fanno girare la macchina. E infatti dentro la stessa strategia convivono tre mosse che, lette da lontano, sembrerebbero un minestrone: controllo delle frontiere, pressione sugli alleati, competizione industriale. Ma sono coerenti. Vogliono dire: riduciamo le vulnerabilità interne per avere fiato e forza fuori.

Il “territorio e l’emisfero” vengono raccontati con toni emergenziali: migrazione illegale, narcotraffico, criminalità transnazionale, terrorismo in versione ibrida. Così una questione di ordine pubblico diventa strategia nazionale. Se il nemico è “ibrido”, la risposta deve esserlo: forze armate, intelligence, tecnologia, pressioni sui Paesi vicini. E qui spunta l’eco della Dottrina Monroe, aggiornata al XXI secolo: canali, porti, snodi, mari. Il Canale di Panama come parola d’ordine. La Groenlandia come tassello geopolitico. Il cortile di casa come teatro di potenza.

La Cupola d’oro: la militarizzazione del cielo quotidiano

Il cuore operativo è la difesa del territorio, non più solo in chiave nucleare. La deterrenza atomica resta, certo. Ma torna centrale la difesa aerea e antimissile, adattata a droni e minacce a basso costo. La “Cupola d’oro” è propaganda e programma insieme: proteggere lo spazio aereo diventa politica interna tanto quanto militare. Non è più solo l’incubo del missile intercontinentale. È il drone che colpisce un’infrastruttura. È l’attacco che non ti distrugge l’esercito ma ti spegne il Paese.

E qui entra l’economia. Difendere il territorio significa difendere porti, reti energetiche, data center, ferrovie, distribuzione. In una guerra moderna il primo bersaglio non è la trincea: è la normalità. E la normalità è fatta di flussi. Se ti fermano i flussi, hai perso senza che un soldato spari.

Cina: dissuadere negando, e proteggere il centro economico del secolo

La Cina è il baricentro. Il documento la tratta come il grande avversario strutturale. Linguaggio diplomatico in superficie: dialogo militare-militare, stabilità, de-escalation. Ma sotto c’è l’assunto: Pechino si arma troppo, troppo in fretta, troppo bene. E quindi non bisogna “umiliarla”, dicono, ma impedirle di dominare gli Stati Uniti e i loro alleati. Traduzione: niente resa dell’avversario, ma un equilibrio imposto con superiorità di postura.

Il cardine è la “deterrenza per negazione” lungo la Prima catena di isole: rendere troppo costoso e troppo incerto ogni salto in avanti cinese, soprattutto attorno a Taiwan e alle rotte. Ma qui la scelta militare è anche industriale: negazione significa volumi. Munizioni. Sensori. Navi e aerei distribuiti. Basi e logistica. Manutenzione. Cioè fabbriche che girano.

E infatti l’aggancio economico è dichiarato: l’Indo-Pacifico è il futuro centro di gravità dell’economia mondiale, più della metà del prodotto globale. Se la Cina dominasse la regione, potrebbe mettere un veto di fatto all’accesso americano a mercati e scambi. Risultato: prosperità e reindustrializzazione sotto ricatto. In altre parole: la competizione militare viene venduta come assicurazione sulla politica industriale.

Russia: minaccia persistente, ma con un trucco contabile chiamato “Europa”

La Russia viene descritta come minaccia durevole ma contenibile. Riserve industriali e militari, guerra lunga nello spazio vicino, nucleare, capacità subacquee, spaziali e cibernetiche. Però la conclusione è una stoccata agli europei: l’Europa è più forte della Russia, per economia e demografia. Dunque deve fare lei. Deve assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale e del sostegno all’Ucraina, mentre gli Stati Uniti faranno la parte “essenziale ma più limitata”. È l’eleganza crudele della nuova linea: si resta, ma si riduce. E se non vi piace, aprite il portafoglio.

La strategia infatti è anche un documento negoziale verso la NATO. Il messaggio è: basta dipendenze. Vogliamo partner che spendano e producano. E arriva il numero magico: cinque per cento del prodotto interno lordo, tra spesa militare e spesa “legata alla sicurezza”. Anche se non lo raggiungi, serve per una cosa: fissare l’asticella e trasformare ogni bilancio europeo in una discussione transatlantica. È politica industriale imposta con l’elmetto.

Iran e Medio Oriente: dimostrazione di forza, con la stabilizzazione trattata come optional

Sul Medio Oriente il documento rivendica successi operativi: colpi decisivi contro il programma nucleare iraniano, sostegno a Israele, indebolimento delle milizie legate a Teheran, riduzione della minaccia degli Houthi contro la navigazione. Il tono è trionfalistico e serve a un obiettivo: dimostrare che la “pace attraverso la forza” è una pratica, non uno slogan.

Ma sotto c’è l’altra verità: il Medio Oriente è un pozzo che drena risorse e attenzione. Quindi lo si racconta come problema “ridimensionabile”, gestibile con operazioni mirate e deterrenza, mentre la posta vera resta altrove: l’Indo-Pacifico.

La simultaneità: la guerra che arriva in più teatri e la paura di dover pagare tutto

Il punto strategico più serio è il “problema della simultaneità”: crisi in più teatri, avversari che si coordinano o si aiutano indirettamente, finestre di opportunità che si aprono insieme. È la diagnosi che giustifica la selezione delle priorità. Se il mondo può incendiarsi in Europa, Medio Oriente e Asia nello stesso momento, gli Stati Uniti non possono più caricarsi tutto allo stesso modo. Devono scegliere. E devono far scegliere, cioè far pagare, agli alleati.

Il testo è brutale: per decenni molti alleati hanno preferito spendere in casa, lasciando agli americani la difesa. Ora basta. La rete di alleanze viene descritta come un perimetro attorno all’Eurasia: geografia favorevole e, soprattutto, ricchezza complessiva superiore a quella degli avversari. Se pagate davvero, dice Washington, possiamo deterrere più crisi contemporanee. Se non pagate, preparatevi a scoprire cosa significa “supporto limitato”.

Scenari economici: reindustrializzare la guerra e combattere con le fabbriche

Il capitolo industriale è quello che svela la natura vera del testo. Potenziare la base industriale della difesa significa riportare a casa produzioni strategiche, espandere capacità, liberare innovazione, usare l’intelligenza artificiale, tagliare vincoli regolatori. È politica economica travestita da dottrina militare. E produce tre scenari.

Primo: un ciclo di spesa che può sostenere crescita e tecnologia, ma porta con sé colli di bottiglia, inflazione settoriale e competizione feroce per materie prime critiche.

Secondo: una ristrutturazione delle catene di fornitura transatlantiche. Gli alleati possono produrre di più e meglio, sì, ma dentro standard americani, interoperabilità americana, priorità di consegna americana. È cooperazione, ma con la gerarchia scritta in piccolo sotto la firma.

Terzo: la guerra delle scorte diventa permanente. Le guerre recenti hanno dimostrato che il consumo reale supera le previsioni. Vince chi produce, non solo chi innova. Vince chi ha il flusso, non solo il prototipo.

Valutazione geopolitica e geoeconomica: l’alleanza come leva e l’autonomia come promessa condizionata

Il documento ridisegna l’ordine occidentale in chiave transazionale: conti se paghi e se produci. Può rafforzare davvero alcune capacità europee, certo. Ma al prezzo di una dipendenza diversa: non più solo ombrello americano, ma integrazione industriale guidata da Washington. Per l’Europa, la scelta implicita è semplice e scomoda: trasformare l’aumento di spesa in autonomia reale, oppure limitarsi a comprare e seguire, ribattezzando il tutto “sovranità”.

Sul piano globale, la strategia chiarisce che la competizione con la Cina non è solo militare: è controllo degli spazi economici decisivi, delle rotte, degli standard tecnologici, della capacità produttiva. Difesa del territorio, pressione sugli alleati e rilancio industriale sono strumenti della stessa guerra: mantenere l’accesso e il primato nel cuore economico del secolo.

In definitiva, la Strategia 2026 vuole chiudere l’epoca dell’universalismo americano e aprire quella della selezione. Non promette di aggiustare il mondo. Promette di scegliere quali problemi contano. E soprattutto di presentare la fattura: agli alleati, ai rivali, e anche a chi, a Washington, chiama “strategia” ciò che in fondo è una contabilità della potenza.

Di: Giuseppe Gagliano

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.