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Federica Frazzetta 28 Gennaio 2026
La devastazione in Sicilia è frutto di territori ceduti ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso ma latita nel momento del bisogno
iù di 2 miliardi di euro di danni tra Sicilia-Sardegna-Calabria, quattro morti, oltre 300 persone disperse. Queste le cifre del passaggio del ciclone Harry nel Mediterraneo avvenuto tra il 20 e il 21 gennaio 2026. In Sicilia i danni calcolati fino a ora superano il miliardo, più di 100 i km di costa jonica devastati, centinaia le persone che non possono tornare a casa. E se sulla costa il mare e il vento hanno lasciato segni evidenti del loro passaggio, nell’entroterra il protagonismo è della pioggia.
A Niscemi, paese di 25 mila abitanti in provincia di Caltanissetta, la frana che dieci giorni prima aveva interessato contrade più periferiche dell’abitato niscemese, non si è fermata: le piogge causate dal passaggio di Harry hanno reso il terreno argilloso dell’altopiano, dove sorge il centro abitato, ancora più scivoloso, creando nella zona sud-ovest del paese una frana lunga 5 km, con un taglio che supera i 25 metri. Le persone sfollate in sole 24 ore sono diventate più di mille. Ma la frana continua a camminare, e così anche l’area del paese evacuata si allarga di conseguenza. Mentre scrivo, Niscemi è ancora in piena emergenza.
Questi sono giorni di paura in Sicilia, di quella paura generata dal rumore del vento, del mare in burrasca e della terra che si muove; sono giorni in cui le vite di migliaia di persone sono sospese nel silenzio che caratterizza il momento successivo alla tempesta, ma che è anche il tratto distintivo dell’indifferenza. L’assenza di attenzione mediatica e politica all’indomani del passaggio di Harry ha acceso molti animi: da quelli degli amministratori locali, a quelli degli/delle abitanti delle zone devastate, passando per le persone di origine siciliana emigrate nel nord produttivo, che sperimentano reazioni ben diverse quando un evento climatico estremo colpisce il centro della produzione di Pil.
A parte qualche rara eccezione, niente di quanto descritto in apertura di questo articolo è arrivato nelle prime pagine dei giornali nazionali. Il Consiglio dei Ministri ha impiegato cinque giorni per dichiarare lo stato di emergenza e stanziare una prima tranche di 100 milioni di euro (per tre regioni, su un totale di 2 miliardi di danni). Anche quando il disastro buca lo schermo, le morti tunisine e le persone disperse nel Mediterraneo nel tentativo di attraversarlo, scompaiono. Una (dis)attenzione mediatica non casuale, frutto di una questione meridionale mai davvero sanata (e affrontata seriamente) e di uno sguardo bianco razzializzante che non si spinge oltre i confini della fortezza Europa, che ha reso il Mediterraneo un cimitero a cielo aperto. Una (dis)attenzione mediatica che presta il fianco a quella politica, che – lontana dai riflettori – può permettersi di lavorare con lentezza prima di dare qualche risposta concreta a quella che considera la periferia del Pil, ma che non si fa attendere durante le campagne elettorali di ogni ordine e grado. Il passaggio del ciclone in Sicilia e i relativi effetti, però, si prestano a delle considerazioni.
La normalità dei cambiamenti climatici
In Sicilia i cicloni potevano essere una novità negli anni Novanta, quando se ne sentì parlare solo un paio di volte. Quella che viviamo oggi è una nuova normalità: dal 2018 a oggi, sono sei i fenomeni ciclonici che hanno coinvolto le coste siciliane; l’ultimo, nel 2021, ha causato 3 morti. Non si tratta dell’imprevedibilità del mare, che certo non si nega, soprattutto quando si è abituate a vivere circondate dal mare. Gli studi ci dicono che il clima in Sicilia non sta cambiando, è già cambiato. Piogge torrenziali, cicloni, mareggiate, picchi di calore sempre più intensi, periodi di siccità prolungata: queste sono tutte conseguenze dell’aumento delle temperature globali. Sebbene negare questa evidenza oggi sia sempre più difficile, l’ostruzionismo climatico fa in modo che il tema dei cambiamenti climatici finisca in fondo all’agenda politica o, peggio ancora, sia utilizzato strumentalmente per drenare risorse su altro (ad esempio, la difesa). Misure di adattamento climatico e messa in sicurezza del territorio diventano delle chimere, che lasciano spazio a politiche speculative, estrattive e predatorie. O peggio ancora all’ignavia. La stessa area interessata dalla frana che rischia seriamente di isolare tutto il paese di Niscemi, nel 1997 fu interessata da un evento franoso simile, che aveva causato ingenti danni e sfollato centinaia di persone. A seguito di quell’evento, intoppi burocratici e contenziosi legali portati alle lunghe hanno fatto perdere i fondi disponibili per la messa in sicurezza del territorio. Un’ignavia burocratica e una pigrizia politica che non esistono se l’uso del territorio è destinato a scopi militari. Ancor più se statunitensi.
Oltre i cambiamenti climatici: la militarizzazione del territorio
Niscemi non è solo un paese tagliato in due da una frana. Dal 1991 la base Nrtf della US Navy occupa una consistente porzione (l’equivalente di 220 campi da calcio) della Riserva naturale orientata Sughereta, uno dei polmoni verdi dell’entroterra siciliano dalle caratteristiche faunistiche e floristiche speciali. In questa base, dal 2019, è attivo il Muos, un sistema di comunicazione geo-satellitare a utilizzo esclusivo della difesa statunitense. Il Muos, insieme alla vicina Sigonella, rendono la Sicilia un vero e proprio hub militare statunitense al centro del Mediterraneo, oggi complice della guerra in Ucraina e del genocidio a Gaza… domani chissà.
La popolazione colpita dalla frana ha generosamente lottato contro quest’ennesima installazione militare, qualcuno direbbe «con ogni mezzo necessario»: grandi manifestazioni pacifiche, danneggiamenti, occupazione della base militare, perizie e contro perizie, azioni legali di ogni tipo. È dal 2009 che il movimento denuncia lucidamente il rischio di mettere una (ulteriore) infrastruttura militare in un territorio così fragile dal punto di vista idro-geologico, oltre ai danni all’ambiente e alle persone circostanti. Nonostante le perizie indipendenti e i dati, per la difesa americana nessuna ignavia burocratica, nessun vincolo ambientale, ma la complicità di una classe politica nazionale e regionale (di ogni colore politico, si intende) prona al dominio imperialista e agli interessi militaristi degli Stati uniti d’America. Il territorio è unico, ma le regole (e la sovranità esercitata) evidentemente sono diverse.
Ed è così che nello stesso territorio in cui le persone in casa devono attrezzarsi con grosse riserve sul tetto per avere l’acqua corrente, nella vicina base militare l’acqua (potabile) non manca mai; nello stesso spazio geografico presidiato dall’esercito più potente al mondo, nell’estate del 2025 un incendio durato più giorni ha distrutto due terzi del patrimonio boschivo della Sughereta, lambendo la stessa base militare presidiata; nella stessa area Sin in cui si muore troppo per malattie tumorali e la cui esistenza dell’ospedale è stata messa in discussione più di una volta, si decide di installare una infrastruttura militare che inquina la poca acqua che c’è e che avvelena l’area con le sue onde elettromagnetiche; nello stesso luogo che ogni anno diventa sempre più vecchio e disabitato per via di una migrazione costante, ciclicamente arrivano giovanissimi militari italiani e americani a difendere una base dalle persone che vi si oppongono; nello stesso luogo in cui per trent’anni non si è riusciti a mettere in sicurezza un’area a rischio frana, meno di sei mesi fa la Regione Siciliana, in barba ai vincoli ambientali, ha approvato la richiesta di lavori di messa in sicurezza della base di cemento del Muos, che rischia di crollare per via di un possibile smottamento del terreno. Un’autorizzazione che oggi assomiglia più a uno schiaffo per l’intera comunità di Niscemi.
Territori fragili e uso del territorio
Le fragilità di Niscemi sono le fragilità di tanti altri luoghi della Sicilia. Quel mostro che a Niscemi è il Muos, altrove è il progetto del Ponte sullo Stretto (Messina), è il progetto della scuola di addestramento per i piloti di F35 (Trapani), è l’impianto eolico offshore (isole Egadi), è la rete di gasdotti di Eni (Gela).
Tutte queste storie rendono evidente una verità: le fragilità dei territori sono una condizione strutturale per la speculazione e la militarizzazione, ma anche una loro conseguenza. Le fragilità ambientali, sanitarie, sociali, economiche, demografiche determinano quanto una zona è sacrificabile agli interessi militari, politici, ed economici dei grossi capitali, e sono allo stesso tempo la misura del prezzo pagato da questi stessi territori sacrificati. Fragilità che dovrebbero essere amministrate con cura, rispetto e responsabilità, ma che invece spesso lasciano spazio a carrierismo, speculazione e, soprattutto, al ricatto.
Il miraggio del lavoro e del benessere che accompagna ogni progetto di occupazione militare e speculazione sul territorio, sono in realtà ricatti travestiti da promesse costantemente disattese: ti promettiamo un lavoro ma inquineremo l’aria, le falde acquifere e ti faremo ammalare; promettiamo ricchezza ma ti renderemo un obiettivo militare; promettiamo sviluppo e benessere ma devasteremo l’ecosistema e sconvolgeremo il paesaggio.
Militarismo e capitalismo tentano di comprare il consenso locale con promesse che fanno leva sulle fragilità più dolorose, e allo stesso tempo frenano e bloccano ogni possibilità di sviluppo alternativo a quello progettato altrove. Si arriva a negare l’esistenza stessa di economie e reti sociali che possano esistere fuori da queste opere calate dall’alto: i luoghi dove insistono questi progetti sono considerati dei vuoti da riempire. L’uso del territorio non è in mano a chi lo abita, ma di chi lo occupa e lo compra, proponendo idee di sicurezza e sviluppo che sono un cappio al collo sempre più stretto per la nostra e le altre specie, sull’orlo del disastro climatico e della guerra.
Oltre il colonialismo interno, il capitalismo e il militarismo
Qualche indizio su cosa potrà accadere adesso è nelle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori locali: la priorità è ricostruire le infrastrutture turistiche della costa prima dell’inizio della stagione estiva, gli altri interventi strutturali arriveranno dopo. Parole che raccontano la storia di una costa che non è più luogo della vita e delle relazioni locali, ma infrastruttura turistica da fruire, che crea l’economia dello sfruttamento del lavoro stagionale e della privatizzazione dell’accesso al mare. Una visione di territorio e del suo utilizzo che stabiliranno le priorità della ricostruzione, per chi e a quale scopo. Sottigliezze che faranno tutta la differenza del mondo, e in cui pezzi di territorio «inutile» rischiano di essere dimenticati.
I movimenti contro il Ponte sullo Stretto di Messina e contro il MUOS di Niscemi, hanno già scritto lucide riflessioni a riguardo. La devastazione che la Sicilia sta vivendo in questi giorni è frutto di una sovranità sul territorio sospesa, ceduta ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso, salvo poi latitare nel momento del bisogno.
La ricostruzione può essere un’occasione per rifare meglio di prima, e un buon inizio sarebbe stanziare i 15 miliardi previsti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto per la messa in sicurezza dei territori, misure di adattamento climatico e la ricostruzione. Servono studi e misurazioni indipendenti, insieme allo stop per ogni nuovo progetto speculativo sul territorio, al consumo di suolo, infrastrutture militari comprese. Serve prendersi delle responsabilità ed essere presenti. Mentre lo Stato latita, sono presenti le comunità colpite, i movimenti locali, le persone che si sono attivate da subito in modo solidale per ripristinare un vago senso di normalità.
Una lezione che ho personalmente imparato molti anni fa a Niscemi è che i territori sono di chi li abita. Le presenze, ma soprattutto le assenze, di questi giorni non fanno altro che confermare questa lezione. Come affermare e garantire il diritto all’autogoverno di questi territori è la sfida vera che siamo già chiamate ad affrontare. Nel frattempo, tutta la mia solidarietà va alle comunità colpite.
*Federica Frazzetta è ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa