La rivoluzione agricola di Nazareno Strampelli

Dal blog https://www.lafionda.org

30 Gen , 2026|Michele Agagliate

Chiunque sia appassionato di scienza — o anche solo incuriosito da come alcune scoperte abbiano cambiato radicalmente il nostro modo di mangiare, vivere e sopravvivere — dovrebbe conoscere questo nome. Non stiamo parlando di una teoria astratta confinata in un laboratorio accademico; stiamo parlando di pane, di rese agricole e di sicurezza alimentare globale. La storia della civiltà è, in fondo, la storia della nostra capacità di estrarre calorie dalla terra. Perché dietro ogni rivoluzione scientifica che entra nelle nostre cucine c’è qualcuno che ha accettato di sporcarsi le mani nel fango dei campi. In Italia, quel qualcuno si chiamava Nazareno Strampelli.

​Esiste un numero che funge da spartiacque tra un’Italia rurale e arretrata e una nazione industrializzata: 44 a 80.

Tra il 1922 e il 1933, la produzione nazionale di grano tenero passò da 44 a 80 milioni di quintali annui.

La particolarità scientifica di questo dato non risiede nell’estensione delle terre coltivate — che rimase pressoché invariata — ma nel rendimento per ettaro.

La traduzione divulgativa è dirompente: non furono necessari “più campi”, ma vennero creati “campi migliori”. Questo balzo produttivo non fu il risultato di una fortunata stagione meteorologica, ma il prodotto di una precisa tesi scientifica applicata su scala continentale.

Strampelli non era l’archetipo dello scienziato da torre d’avorio. Nato a Castelraimondo nel 1866, era un uomo di terra e di metodo. In un’epoca in cui la genetica era ancora ai suoi vagiti, Strampelli operava con una visione che oggi definiremmo di “design biologico”. La sua non era un’agiografia di regime o una ricerca di gloria personale; era una lotta contro il tempo e la biologia. Era un uomo silenzioso, capace di passare intere giornate curvo sulle spighe, convinto che il futuro della nazione passasse per la manipolazione sapiente dei caratteri ereditari delle poacee.

All’inizio del XX secolo, l’agricoltura italiana era vittima dei suoi stessi limiti genetici. La varietà dominante era il “Rieti”, un grano pregiato e resistente alle ruggini (malattie fungine), ma affetto da due difetti strutturali fatali: l’allettamento e la stretta.

  • L’allettamento: il Rieti era troppo alto (oltre 1,5 metri); alla prima pioggia violenta lo stelo si piegava, portando la spiga a marcire nel fango.
  • La stretta: maturava troppo tardi. Quando arrivava il caldo torrido di giugno e luglio, la pianta subiva uno shock termico che “bruciava” il chicco prima che potesse accumulare amido. La scienza doveva trovare il modo di abbassare e accelerare la pianta.

Qui emerge la statura intellettuale di Strampelli. La comunità agronomica dell’epoca era divisa in due scuole. Da un lato i “selezionisti”, che credevano bastasse scegliere le spighe migliori all’interno di una popolazione (selezione massale). Dall’altro, Strampelli, sostenitore dell’ibridismo. L’ibridazione non era solo una tecnica, era una visione del progresso: non si attendeva che la natura offrisse una mutazione favorevole, la si costruiva attivamente incrociando varietà distanti. Strampelli non voleva “trovare” il grano perfetto; voleva “progettarlo” sommando i tratti desiderati di diverse varietà in un nuovo genoma sintetico.

Strampelli iniziò i suoi incroci sistematici nel 1900, l’anno esatto in cui le leggi di Mendel venivano riscoperte in Europa, ma ben prima che diventassero canone scientifico diffuso. Il suo metodo era di una precisione chirurgica: procedeva alla castrazione manuale dei fiori del grano con minuscole pinzette, asportando le antere per evitare l’autoimpollinazione e introducendo il polline di una varietà diversa. Ogni incrocio era una scommessa statistica. Mentre i laboratori teorizzavano, Strampelli catalogava migliaia di “linee pure” in un database analogico fatto di taccuini e osservazioni sul campo, anticipando di decenni i concetti di biotech agrario.

Il percorso non fu lineare, ma una narrazione causale di successi incrementali. Nel 1914 nacque il Carlotta Strampelli, una varietà eccellente ma troppo esigente in termini di nutrienti. La vera rivoluzione arrivò però con l’Ardito. Strampelli ebbe l’intuizione geniale di incrociare il solido Rieti con un grano giapponese di bassa statura e rapidissima maturazione, l’Akagome. Il risultato fu una pianta rivoluzionaria: bassa (resistente al vento), precoce (che “scappava” alla siccità estiva) e incredibilmente produttiva. L’Ardito non era solo una semente; era una macchina biologica ottimizzata.

Se l’Ardito fu il prototipo, il San Pastore (1923) fu la produzione di serie perfetta. Questa varietà divenne la “corazzata” delle campagne italiane e non solo. La sua longevità è un caso unico nella storia agraria: è rimasto in coltivazione per oltre mezzo secolo grazie alla sua straordinaria “plasticità”, ovvero la capacità di dare ottime rese in condizioni climatiche e pedologiche molto diverse tra loro. È la testimonianza tangibile della profondità della ricerca di Strampelli: un prodotto scientifico così solido da resistere ai decenni e ai regimi.

È doveroso analizzare il rapporto tra Strampelli e il fascismo con rigore storico, senza retorica né processi ideologici. Il regime strumentalizzò le scoperte di Strampelli per la “Battaglia del Grano”, una campagna di autarchia alimentare. Strampelli, nominato Senatore nel 1929, accettò il supporto dello Stato perché era l’unico modo per trasformare una ricerca di laboratorio in una trasformazione del paesaggio nazionale. La sua non era adesione ideologica, ma pragmatismo scientifico: lo Stato forniva i canali di distribuzione e le stazioni sperimentali; lui forniva la tecnologia per non far morire di fame il popolo. Fu un patto tra scienza e potere per un fine di sussistenza materiale.

Nel dopoguerra, l’Italia ha operato una memoria selettiva. Tutto ciò che era stato marchiato dal simbolo del fascio littorio venne rimosso o ignorato, incluse eccellenze scientifiche come quella di Strampelli. Mentre i suoi grani venivano studiati in Messico (ponendo le basi per la Rivoluzione Verde di Norman Borlaug, che riceverà il Nobel nel 1970) e in Unione Sovietica, in patria il suo nome sbiadiva. È il paradosso della scienza: una scoperta può nutrire il mondo, ma essere cancellata dai libri di storia per ragioni di opportunismo politico.

Oggi, con la minaccia del climate change e la necessità di ridurre i pesticidi, la lezione di Strampelli è più attuale che mai. Il suo approccio — modificare la pianta per adattarla all’ambiente e non viceversa — è alla base delle moderne tecniche di miglioramento genetico. La precocità, la taglia ridotta e la resistenza alle malattie sono ancora oggi i pilastri della ricerca agronomica globale. Strampelli ha dimostrato che la genetica applicata non è un “gioco di prestigio”, ma lo strumento fondamentale per garantire la resilienza della nostra specie.

Se oggi entriamo in un supermercato e troviamo scaffali colmi di pasta e pane a prezzi accessibili, non è frutto del caso o di una benevola inerzia della natura. È perché, oltre un secolo fa, un uomo ha deciso che la fame non era un destino ineluttabile, ma un problema ingegneristico da risolvere. Nazareno Strampelli non è stato solo un agronomo; è stato il progettista di una stabilità alimentare che oggi diamo per scontata. Ricordare il suo nome significa riconoscere che il progresso umano ha radici profonde, spesso immerse nel terreno di una stazione sperimentale di provincia. Di: Michele Agagliate

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