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Stefano Poggi 31 Gennaio 2026
Un libro indaga la «rivoluzione cittadina» proposta da La France Insoumise. A partire dai nuovi ceti popolari, e dalla scoperta della riproduzione accanto alla produzione
Poco più di una decina d’anni fa, c’è stata una fase in cui la sinistra europea ha sembrato individuare nel populismo democratico ipotizzato da Ernesto Laclau e Chantal Mouffe una valida ipotesi per uscire dalla propria marginalità e «prendere il vento» della grande crisi sociale post-2008. Una a una le esperienze che si richiamavano a quell’impostazione hanno mostrato i propri limiti: la greca Syriza, il Labour di Corbyn, la spagnola Podemos. Di queste, solo un esempio di populismo democratico europeo è riuscito a sopravvivere al cambio di fase e ha portato avanti con successo l’eredità dell’ipotesi populista di sinistra nel nuovo decennio: La France Insoumise (Lfi) guidata da Jean Luc Mélenchon.
Forse oggi meno visibile di qualche anno fa, Lfi ha saputo col tempo rispondere alle varie aporie che hanno tarato i progetti di populismo di sinistra fin dal loro principio. Nonostante continui a definirsi un movimento, Lfi ha elaborato una struttura decisionale che ha in parte superato il presidenzialismo leaderistico delle origini, ha iniziato a investire in una struttura organizzativa territoriale e, soprattutto, ha iniziato a creare una nuova classe dirigente nazionale all’ombra del suo fondatore e leader. Lfi è oggi il principale attore della sinistra francese, con un nutrito gruppo parlamentare e la capacità, per la prima volta nella sua storia, di presentare alle elezioni municipali del prossimo marzo liste autonome nei cinquecento Comuni più popolosi che andranno alle urne – superando così un’altra caratteristica peculiare del populismo di sinistra europeo degli anni Dieci, quella della delega della rappresentanza negli enti locali a esperienze civico-municipaliste.
La questione del soggetto sociale del cambiamento
Anche grazie alla sua resilienza, però, Lfi si pone oggi all’avanguardia nella sinistra europea per un’altra peculiarità: quella di portare avanti una riflessione ideologica autonoma. Al centro di questo sforzo sta il think tank di partito, l’Institut La Boétie, fondato nel 2020 e diretto dallo stesso Mélenchon e da Clémence Guetté. Oltre ad aver preso in carico la formazione dei quadri del partito, La Boétie promuove da qualche anno la pubblicazione di volumi che approfondiscono temi politico-teorici. Fra le ultime pubblicazioni spicca per la sua ambizione Nouveau Peuple, nouvelle gauche, pubblicato nel settembre 2025.
Questo libro collettaneo, curato dal sociologo Julien Talpin, si propone di dare una risposta a una domanda storicamente centrale in ogni progetto di cambiamento socialista: qual è il soggetto sociale che può non solo promuovere, ma anche sostenere attivamente il programma di una «sinistra di rottura»? Nella tradizione della sinistra globale, la risposta a questa domanda ha avuto risposte diverse nei diversi contesti cronologici e nazionali. Se Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista (1848) avevano individuato nel proletariato il soggetto rivoluzionario per eccellenza, l’evoluzione tardo-ottocentesca e novecentesca del movimento socialista europeo ha legato questo tema principalmente ai lavoratori delle fabbriche, sovrapponendo il concetto di classe operaia di fabbrica a quello più largo di proletariato.
Il lungo ‘68 europeo ha visto al contempo l’apice e l’inizio della fine della centralità operaia all’interno del movimento socialista: l’apice, perché il protagonismo operaio è stato in questo frangente innegabile, riaffermando la centralità nell’immaginario collettivo dell’operaio di fabbrica (e in particolare dell’operaio di catena di montaggio, il cosiddetto «operaio-massa»); l’inizio della fine, perché proprio dall’esplosione del ‘68 europeo sono emerse nuove soggettività sociali e politiche che hanno affermato il loro potenziale rivoluzionario: il mondo studentesco, il movimento femminista e, dopo una breve incubazione, il pensiero ecologista. Non per niente negli anni Settanta è stato proprio il filone intellettuale operaista – che nel decennio precedente aveva individuato il potenziale rivoluzionario dell’operaio-massa – a interrogarsi su una nuova e plurale definizione del soggetto rivoluzionario, uscendo dai limiti sempre più stretti dell’operaio della grande fabbrica fordista.
Il popolo come soggetto rivoluzionario
Nouveau Peuple, nouvelle gauche si inserisce in questo lungo dibattito ponendo con forza una questione teorica dal grande significato pratico, di fatto sistematizzando le riflessioni emerse all’interno de Lfi a partire dalla sua fondazione. Se i vari saggi che lo compongono sviscerano il tema della composizione delle classi popolari nella Francia contemporanea, la proposta politica che emerge è chiara: a guidare la «rivoluzione cittadina» proposta da Lfi non sarà la classe operaia di fabbrica, ma il popolo.
Almeno nella formulazione mélenchoniana, i limiti di questo soggetto sociale appaiono piuttosto indefiniti. Nel suo precedente libro L’ère du peuple (2016), il leader degli insoumis ne aveva dato una definizione sostanzialmente sovrapponibile a quella del «99%» del movimento Occupy di inizio decennio scorso: dal precario all’avvocato, passando per l’immigrato clandestino e non escludendo il medico, chiunque insomma fosse in un «rapporto di dipendenza» rispetto al capitalismo. Più recentemente, nel suo Faites mieux (2024), Mélenchon ha definito il popolo rispetto al suo effettivo accesso ai (e al controllo dei) network fondamentali del capitalismo attuale, legandosi quindi alla dibattuta riflessione sul cosiddetto «feudalesimo digitale» (e attirandosi una forte critica da parte dell’economista Frédéric Lordon proprio in occasione della pubblicazione di Nouveau peuple).
In quest’ultimo volume, Mélenchon riprende la sua definizione di popolo, caratterizzandolo come «un aggregato sociale» costituito in primo luogo dal suo antagonismo rispetto all’oligarchia – in un rapporto dialettico che richiama esplicitamente quello marxista di borghesia/proletariato. Dal suo dialogo con la filosofa statunitense Nancy Fraser così come dai saggi raccolti nel volume emerge chiaramente come per Lfi il superamento della centralità operaia non sia dovuto solo a ragioni tattiche, ma anche dall’aver fatto proprie le riflessioni sull’importanza della riproduzione sociale all’interno dei processi di accumulazione capitalista: secondo Lfi, una proposta politica di rottura non può cioè limitarsi alla critica dello sfruttamento interno alla produzione (dove la classe operaia continua a essere centrale), ma deve anche individuare e combattere quello presente nel campo appunto della riproduzione – dal lavoro domestico ai rapporti di genere e razza.
Un popolo già fatto – o da fare?
Secondo Mélenchon, il popolo si sarebbe auto-imposto come soggetto del cambiamento a partire dal ciclo rivoluzionario di inizio anni Dieci. Tanto dalle Primavere Arabe quanto dai movimenti popolari europei del decennio scorso sarebbe infatti emerso un soggetto sociale non solo ben più largo della classe operaia, ma che si sarebbe appunto riconosciuto attorno all’idea di «popolo». A leggere le riflessione del leader de Lfi, quindi, il popolo sarebbe sostanzialmente un dato di fatto già esistente nel panorama politico odierno.
Il resto del volume, e in particolare le conclusioni della copresidente de La Boétie Guetté, danno un quadro più complesso e non del tutto sovrapponibile all’analisi mélenchoniana. In primo luogo balza agli occhi come gli altri autori – quasi tutti provenienti dal mondo accademico – non si spingano a usare «popolo» come categoria analitica, preferendo la ben più asciutta definizione di «classi popolari» (al plurale). Non è questa una differenza senza conseguenze dal punto di vista teorico. Se il «popolo» di Mélenchon ha la potenzialità di comprendere la grandissima maggioranza della società francese, le «classi popolari» dei contributi sembrano sostanzialmente concentrarsi sui settori più poveri e marginali della stessa, trascurando quelle classi intermedie che vivono ben al di sopra della soglia di povertà ma che potrebbero potenzialmente essere coinvolte in un progetto di rottura. Inoltre, i saggi sottolineano in modo estremamente lucido come queste «classi popolari» siano ancora ben lontane dal pensarsi come parte di un unico «popolo» – negando di fatto il punto di partenza teorico di Mélenchon.
Le conclusioni di Clémence Guetté riassorbono in parte queste tensioni teoriche, che sarebbe sbagliato ridurre a una mera differenza di toni fra un politico e degli accademici. Secondo la copresidente de La Boétie, il popolo non è una realtà sociale, ma un progetto politico. Esiste in Francia un blocco sociale potenziale composto dalle classi popolari oggi eterogenee e frammentate. Compito della «sinistra di rottura» è quello di riaggregare questo popolo potenziale attorno al conflitto con l’oligarchia sociale, politica ed economica. Questa riaggregazione non deve essere concepita come un’«uniformazione», bensì come un movimento federativo in cui le diverse componenti popolari possano unirsi senza perdere la propria specificità.
Se il popolo di Guetté si avvicina a quello di Mélenchon nell’inclusione dei settori non marginalizzati della società, la vice-presidente dell’Assemblea Nazionale introduce una strategia che sembra venire incontro alla preminenza che le classi popolari ricoprono nei saggi raccolti nel volume. Secondo Guetté, il popolo è sì il 99% (o quasi) della popolazione francese, ma all’interno di questo mare magnum esiste un settore più interessato al programma di rottura de Lfi e verso cui vanno quindi indirizzati gli sforzi maggiori: il «precariato», cioè i lavoratori precari, i giovani, le donne e le persone razzializzate. Secondo la copresidente de La Boétie, l’attivazione prioritaria di questi settori potrà essere la chiave per il processo di unificazione delle classi popolari in popolo.
Per concludere, da Nouveau peuple emerge un’articolata proposta che sembra al tempo stesso rilanciare e superare le riflessioni del decennio scorso attorno all’ipotesi populista democratica. La sua natura a tratti contraddittoria sembra in questo senso una ricchezza più che un limite: da Lfi non viene una proposta da assumere dogmaticamente, quanto piuttosto un’ipotesi teorica aperta a contributi plurali e agli insegnamenti dalla pratica politica quotidiana. La posta in gioco è d’altro canto alta: la vittoria alle elezioni del 2027 e una possibile uscita a sinistra dalla crisi costituzionale della Quinta Repubblica.
*Stefano Poggi è ricercatore in storia presso l’Accademia Austriaca delle Scienze (ÖAW) di Vienna. L’autore ringrazia Costantino Romeo per le indicazioni e i suggerimenti.