L’onda rosa in India: la Gulabi Gang

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

 Enrico Semprini

Il movimento femminista che combatte la corruzione e le violenze delle istituzioni indiane.

L'onda rosa in India assieme alla loro celebre arma: il lathi.

Il peso delle parole

Quando parliamo di femminismo ci vengono subito in mente le voci di attrici e attori che negli ultimi anni hanno infiammato il dibattito pubblico, portando l’attenzione sulle problematiche della cultura patriarcale. Dai collettivi come Nonunadimeno, fino alle personalità come Judith Butler, la parola ha costituito lo strumento privilegiato. In una società che si costruisce – teoricamente – sul dibattito, far sentire la propria voce è fondamentale per mettere in luce tutte le forme di violenza che le donne subiscono ogni giorno. Ma nei Paesi in cui la dimensione del dibattito non è così scontata, i movimenti femministi hanno cercato altre vie per farsi ascoltare, dando vita a forme di organizzazione particolari. È il caso della Gulabi Gang, una vera e propria onda rosa in India.

Le origini dell’onda rosa in India

La Gulabi Gang nacque nel 2006, nel distretto di Uttar Pradesh, una delle regioni indiane più arretrate. All’interno delle aree rurali, si può facilmente assistere a episodi di violenza contro le donne o i cittadini più deboli. Le autorità locali non collaborano con i cittadini. Anzi, spesso si rendono protagoniste di soprusi e episodi di corruzione che gli individui non possono combattere.

Il movimento femminista mosse i primi passi proprio da un’esperienza simile. Mentre tornava a casa, Sampat Pal Davi vide un marito che picchiava sua moglie per strada. Nel tentativo di fermarlo, attirò l’ira dell’uomo, che iniziò a percuotere anche lei, che riuscì a malapena a scappare. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Per tutta la sua vita Pal Davi aveva dovuto sottostare alle leggi patriarcali della società indiana, stare in silenzio quando veniva percossa, tenere la bocca chiusa quando il padre aveva combinato il suo matrimonio a dodici anni con uno sconosciuto, e infine accettare senza fiatare il fatto che – in quanto donna – non aveva avuto diritto all’istruzione. Ancora una volta un uomo l’aveva umiliata, ma non era intenzionata ad arrendersi.

Il giorno dopo Pal Davi si presentò a casa di quell’uomo assieme ad un gruppo di donne e lo picchiarono finché quest’ultimo non chiese pietà. Quell’episodio di coalescenza fece capire che, se da sole erano condannate a subire, tutte insieme potevano fare qualcosa per migliorare le vite dei più bisognosi.

Un attivismo orizzontale verso la comunità

Dal 2006 a oggi la Gulabi Gang ha aumentato esponenzialmente le sue attiviste (circa 240.000 nel 2014), esclusivamente donne, anche se l’aiuto maschile è molto apprezzato. Inoltre, il gruppo rifiuta di eleggere un capo, in quanto desidera mantenere un assetto essenzialmente orizzontale, evitando gli accentramenti di potere delle singole (malgrado la figura di Pal Davi risulti necessariamente più popolare). La popolazione ritiene il movimento femminista un vero e proprio punto di riferimento per contrastare la corruzione degli organi politici istituzionali. Infatti, l’attivismo non si limita solo alle questioni di violenza domestica.

La società indiana mantiene ancora un assetto castale, malgrado l’abolizione di quest’ultimo nel 1947, e i membri della casta degli “intoccabili”, i Dali, vivono in condizioni precarie. Sia dal punto di vista economico che dal punto di vista giuridico, devono sopportare le discriminazioni di chi si ritiene superiore per ceto sociale, vedendo calpestati i loro diritti. Come se non bastasse, sono spesso vittima di truffe da parte degli stessi organi politici, che si approfittano del basso livello d’istruzione di questi soggetti.

Anche le donne, spesso analfabete nelle aree rurali, incontrano le stesse difficoltà. Infatti, molte sono incapaci di gestire faccende burocratiche riguardanti le pensioni o eventuali aiuti economici. Quindi l’intervento della Gulabi Gang ha avuto un forte impatto nel miglioramento delle condizioni di questi soggetti più vulnerabili. Queste attiviste vestite di rosa (“Gulabi” in indiano, appunto) aiutano le persone fornendo non solo sostegno economico, quando possibile, ma anche aiutandole a interfacciarsi con le istituzioni, smascherando le ingiustizie e facendo valere i diritti degli individui, o addirittura costruendo scuole.

Sebbene siano “famose” per l’uso dei loro bastoni di bambù (“lathi”) per punire i colpevoli, in realtà la violenza fisica è l’ultima opzione a cui il movimento femminista ricorre. Inizialmente le attiviste cercano sempre di dialogare con l’uomo violento o con l’istituzione, ma se non incontrano collaborazione, passano ad altre forme di intervento.

Ad esempio, nel 2008 il gruppo ha attuato la cosiddetta Gherao attorno a una centrale elettrica nel distretto di Banda, dopo che i funzionari avevano tagliato la corrente alle abitazioni di un villaggio rurale per ottenere favori sessuali. La gherao è una forma di protesta che prevede di circondare determinate strutture e manifestare finché le richieste vengono accolte. I funzionari, chiusi dentro, sono stati liberati solo dopo che hanno accettato di ristabilire il corretto funzionamento della centrale.

In un altro caso, il movimento femminista è intervenuto per ottenere la scarcerazione di una ragazza che aveva denunciato delle molestie sessuali da parte di un politico. In tutti questi casi, le autorità hanno rapidamente accolto le richieste della Gulabi Gang, segno del consenso sempre più diffuso nei confronti del gruppo.

Un punto di riferimento dove la politica delude

Uno dei motivi per cui il movimento femminista ha ottenuto così tanto successo è il rifiuto di un compromesso con le istituzioni. Alcuni partiti (come il Congress Party) hanno cercato di reclutare tra le proprie fila esponenti del gruppo come Pal Davis, ma hanno sempre fallito. Infatti, accettare di giurare fedeltà a un partito e ai suoi ideali implicherebbe necessariamente un ridimensionamento dell’azione del gruppo, e agli occhi della popolazione sarebbe un vero e proprio tradimento.

Il ruolo di opposizione alla corruzione del governo e delle autorità ha reso quest’onda rosa in India un vero e proprio faro per coloro che sono lasciati annegare fra le ingiustizie di un sistema discriminatorio. La Gulabi Gang non vuole identificarsi con gli ideali di un partito, perché la sua identificazione è nel comune dolore di tutte le donne che hanno condiviso le stesse orribili violenze.

Ogni donna che soffre è con me, è la loro battaglia, e io le sto addestrando” afferma Pal Davi. Chi soffre sa che può far sentire la propria voce, far valere il suo corpo, grazie alla coalescenza resa possibile da questi vissuti comuni. Un vissuto che avvicina non solo le donne, ma chiunque sia discriminato. Pal Davi arriva addirittura a glorificare i Dali: “Le persone li chiamano casta bassa. Io non li chiamo casta bassa, li chiamo casta alta. La casta più alta perché servono gli altri. E chi ha bisogno che gli altri li servano sono la casta bassa. […] Le persone che servono gli altri per me sono come dèi.

La delusione politica spinge le persone a cercare nuovi punti di riferimento, e movimento nati dal basso come la Gulabi Gang costituiscono una realtà ideale in cui elaborare una politica alternativa, con focus locale. Infatti, oggi numerose attiviste del gruppo sono nei Panchayati Raj, consigli per la gestione delle piccole comunità.

Tra le battaglie più importanti che il movimento femminista porta avanti ci sono: lotta ai matrimoni forzati infantili (aboliti nel 2006, ma tuttora praticati); violenze per dote e discriminazioni nel mondo del lavoro e dell’istruzione (il tasso di alfabetizzazione è del 54% per le donne, contro il 76% per gli uomini). Inoltre, adesso si avverte sempre più l’urgenza di maggior coinvolgimento e sensibilizzazione della componente maschile, per ampliare ancora di più la base di consensi e riuscire a compiere una trasformazione radicale nella società indiana.

L’onda rosa in India dimostra come sia necessario mantenere l’indipendenza dagli organi politici tradizionali se si vuole operare un vero e proprio cambiamento. Silvia Federici ha evidenziato in molte opere come il femminismo occidentale abbia subito un contraccolpo nel momento in cui è stato istituzionalizzato in organi internazionali, causando una perdita di identità e di focus, operando con un approccio generale laddove se ne necessita uno più specifico.

Ogni contesto ha i suoi problemi, le sue esigenze, e richiede precise pratiche trasformative per ottenere un cambiamento. Solo chi vive queste problematiche in prima persona riesce anche a individuare le leve che permetteranno di sollevare il peso di antiche abitudini discriminanti consolidatesi per secoli in una società. La particolarità della Gulabi Gang va oltre il semplice “femminismo violento” come alcuni l’hanno definita, rappresentando invece una precisa presa di coscienza collettiva che dal basso sta dando una spinta fondamentale verso un cambiamento radicale.

by Lucrezia Agliani per ultimavoce

Intervista a Lucha y Siesta: autogestire il mondo che vogliamo

Un modo diverso di immaginare la vita collettiva e di praticarla. Un modo diverso di narrare esperienze, sentimenti, desideri, lotte, mettendo in discussione e in crisi un sistema dominante, unilaterale, vittimizzante. Un modo di vivere comune, transfemminista, autogestito: questa è la Casa delle donne Lucha y Siesta. È la costruzione di una comunità che si basa su un “noi” intersezionale, che include donne cis, persone trans, binarie e non binarie. Questo polo politico e culturale, attivo dall’8 marzo del 2008, nasce da uno spazio abbandonato nel quadrante sud di Roma, a Lucio Sestio. Nonostante le difficoltà e nonostante il rischio di sgombero sotto cui si trova, di nuovo, dal 24 novembre 2023, Lucha y Siesta è un luogo irrinunciabile in quanto comunità che ha saputo dimostrare e dimostra tutt’oggi che un’alternativa economica, politica e sociale, oltre ad essere necessaria, è anche possibile.

La nascita di Lucha y Siesta: “siamo partite da un vuoto

Come nasce Lucha y Siesta e cosa significa riappropriarsi di uno spazio abbandonato?

Lucha y Siesta nasce nel 2008 da un vuoto, uno spazio bianco: un vecchio deposito ATAC è stato infatti occupato, ormai 17 anni fa, da un gruppo di donne attive nei movimenti per il diritto all’abitare. Nei molteplici momenti assembleari, ci siamo rese conto che mancavano spazi concreti in cui intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Parliamo proprio di luoghi fisici, come le case, perché senza uno spazio in cui ci si può fermare e riposare, non si può uscire dalla violenza.

La voce di Margherita, attivista e operatrice di Lucha y Siesta che intervistiamo, rimane stabile, nonostante il peso delle parole e delle esperienze che porta con sé: il vuoto istituzionale, il silenzio politico, le lacune nei servizi, l’indifferenza nei confronti di tutte queste mancanze.

Secondo la Convenzione di Istanbul, a Roma dovrebbero esserci almeno 300 posti per donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza, ma ne abbiamo solo 46, ai quali si aggiungono un’altra decina che offre Lucha.

Lucha y Siesta nasce come risposta concreta alla violenza patriarcale. È un modello di riappropriazione transfemminista degli spazi, soprattutto quando uno Stato come quello in cui viviamo attua politiche orientate verso la guerra, tagliando così i fondi all’educazione, alla sanità, alle politiche abitative.

Ad oggi, Lucha y Siesta è un’associazione anche per poter concorrere nei bandi istituzionali. Ha una doppia anima che accosta l’associazione alla pratica di autogestione, che invece non è riconosciuta e non gode di fondi pubblici. Se la decisione di non procedere con l’istituzionalizzazione da un lato non concede i fondi e ci obbliga a essere continuamente in allerta, allo stesso tempo ci dà la possibilità di sperimentare l’antiviolenza che vorremmo.

L’autogestione come pratica resistente di vita

Che cosa significa autogestione per voi e come la declinate nella vita di ogni giorno? Che rapporto ha questo spazio con il quartiere?

L’operatrice ci restituisce una panoramica geografica di uno spazio che è diventato, nel corso del tempo, un punto di riferimento irrinunciabile per il quartiere – tra Don Bosco e Appio Claudio – e, più in generale, per la città di Roma.

Lucha y Siesta ha una posizione abbastanza centrale nella città: siamo infatti al VII Municipio, in una zona piena di servizi, come ad esempio la metro. Oltre che centrali, siamo dunque visibili e accessibili, e questa è anche una scelta politica. In un’area che registra il più alto tasso di donne, italiane e non, noi abbiamo scelto di visibilizzare il problema della violenza e, allo stesso tempo, visibilizzare l’antiviolenza come presidio politico permanente sul territorio.

Le persone che arrivano qui hanno le chiavi dal primo giorno, e questo è sovversivo rispetto al classico modello assistenzialistico. Lucha y Siesta è infatti un “servizio” e non si conforma a tali logiche: siamo un’assemblea in cui si ridefiniscono regole e bisogni settimanalmente, anche e soprattutto in base a chi questi spazi li abita. Chi attraversa Lucha y Siesta partecipa alle decisioni, sia nelle assemblee di gestione sia in quelle politiche: persone giovani, adulte e bambini.

L’idea alla base è favorire percorsi di autogestione e autonomia a partire da una situazione che non abbiamo scelto, per fare in modo di dare alle persone il più ampio spazio nella maniera più orizzontale possibile. Le relazioni che costruiamo non sono dunque assistenzialistiche né gerarchiche. È infatti uno spazio libero dalle asimmetrie di potere.

Autogestione e autodeterminazione, a Lucha y Siesta, significano anche mettere in pratica il principio del “nessuna salva nessuna”. Qui, la cura non è carità e la sicurezza non è controllo: è una pratica quotidiana di autonomia orientata alla trasformazione dell’esistente.

Lucha y Siesta, uno spazio pubblico e privato, di attraversamento e intimità

Lucha è un “bene comune”, che cosa significa?

Lucha y Siesta è casa, silenzio, riposo in abbondanza ma anche spazio pubblico. Come già detto, siamo uno spazio in cui le persone stanno ricostruendo la propria vita ma siamo anche luogo di attraversamento. Lucha è stata rinominata dal quartiere bene comune, cioè un luogo in cui vengono organizzate iniziative politiche pubbliche, eventi culturali, assemblee.

Definirei Lucha uno spazio sicuro per le persone che ci vivono attraverso determinate pratiche ma, allo stesso tempo, anche non sicuro perché si pone in aperto contrasto con le politiche pubbliche istituzionali antiviolenza. Abbiamo infatti scelto di accogliere non soltanto donne cis, ma anche persone trans, binarie e non binarie, e questo è in completa antitesi con l’operato istituzionale, apertamente transfobico.

In questo senso dunque, Lucha y Siesta diventa un laboratorio del “mondo che vorremmo”, ma messo in pratica: uno spazio intimo ma aperto, in cui l’antiviolenza si intreccia in toto con il lavoro culturale e territoriale.

L’obiettivo è quello di non far rimanere la trasformazione nella nostra bolla, ma diffonderla. Questo significa che Lucha si rende un’istituzione antiviolenza della politica transfemminista, ponendosi in dialogo con le istituzioni dall’interno.

Che cos’è la pratica della politica separata e perché i centri antiviolenza devono essere spazi separati?

Come già ho accennato prima, i CAV nascono negli anni ‘70 dai gruppi di autocoscienza e sono spazi di riconoscimento reciproco delle oppressioni. Dopo il riconoscimento, arriva l’elaborazione e quindi la consapevolezza che questa oppressione è comune ed è portata avanti dal medesimo sistema patriarcale, che appunto permea la società in cui viviamo.

Il separatismo è pertanto una metodologia di lavoro necessaria per il contrasto alla violenza di genere, affinché tutte le soggettività possano vivere e attraversare spazi sicuri e liberi da un sistema opprimente e discriminatorio.

Attraverso il separatismo, il lavoro politico dell’antiviolenza si basa sul riconoscimento, che è un momento fondamentale nell’ascolto di una storia: senza questa fase, non c’è lavoro antiviolenza. I colloqui si fanno in due per evitare la relazione binaria tra aiutante e aiutata, ma anche perché – proprio in seguito al riconoscimento – è necessario un confronto, perché le storie delle persone possono arrivare in maniera diversa.

Margherita sottolinea il concetto di lavoro dell’antiviolenza – e non servizio -, portato avanti dalle operatrici in un territorio politico vivo. Il separatismo non è infatti sinonimo di isolamento, come la narrazione dominante suggerisce, ma di elaborazione politica e collettiva, dove il riconoscimento reciproco e la relazione tra pari diventano strumenti di trasformazione. Non esiste dunque la retorica della salvezza, della fragilità, della dipendenza e, soprattutto, della vittimizzazione.

Leggi e punitivismo: il ddl consenso e l’approccio istituzionale

Come leggete la mancata approvazione del ddl consenso e l’approvazione del ddl femminicidio lo scorso 25 novembre?

Non è stato un caso. Lo Stato preferisce punire il singolo aggressore, invece di affrontare la violenza di genere come problema sistemico. Il punitivismo è un investimento che lo Stato decide di fare, illudendosi dunque della violenza come questione privata, di coppia, e deresponsabilizzando l’istituzione stessa, anche attraverso l’uso delle carceri. Come Lucha y Siesta, il caposaldo politico che adottiamo è antipunitivista e anticarcerario, nonostante le complessità che le esperienze di violenza dimostrano.

Investire soldi e energie nel punitivismo e negare la promozione di una cultura del consenso è dunque complice dello stesso sistema di oppressione. È proprio il consenso il punto centrale, perché questo richiede educazione, relazioni e responsabilità collettiva. C’è anche da dire che questo ragionamento non si deve sviluppare solamente rispetto agli organi istituzionali, ma anche nella società civile.

Bisogna ragionare oltre la sfera legislativa. Se una legge viene definitivamente approvata e entra in vigore, chi la applica successivamente? A cosa serve una legge se chi la deve applicare non è formato sul tema della violenza di genere? La rivittimizzazione in seguito ad una violenza viene fatta dalle leggi ma soprattutto da chi le applica. Non parlo solamente degli organi giudiziari, ma anche di tutti quegli attori, come le forze dell’ordine o gli assistenti sociali o la stampa che promuovono la narrazione dello stupro e non quella del consenso.

Transfemminismo e guerra globale: perché è necessaria l’intersezionalità nelle pratiche di resistenza

Che cosa significa essere transfemministe oggi, in un mondo che investe in armi e taglia sul welfare?L’Italia è dentro un’economia di guerra, che decide quali corpi possono vivere e quali no: l’economia genocidiaria sta determinando quali popoli, territori e genealogie hanno il diritto di riprodursi e di esistere. Dalla Palestina all’Italia: genocidio, ecocidio e patriarcato sono collegati dalla stessa logica di dominio, maschile e occidentale.

Investire in armi è investire contro la vita, contro la scuola e la cultura e risponde a una visione di politica suprematista e capitalista. Attraverso l’azione diretta, il nostro lavoro politico è basato su un transfemminismo resistente e contrastante anche al pinkwashing e al rainbow-washing che viene usato per coprire tutti i crimini contro l’umanità in Palestina e nel mondo.

È fondamentale continuare a definire Lucha y Siesta uno spazio politico che si costruisce, giorno per giorno, in cui la politica non è solamente un ideale astratto ma anche una pratica concreta, visibile e collettiva, che si modifica secondo ogni bisogno e opportunità, secondo ogni relazione e esperienza. Dal 2023, la miopia della Giunta regionale Rocca vuole porre fine a un’esperienza diretta e dal basso che ha saputo offrire un sostanziale modello di antiviolenza e un ascolto dei bisogni collettivi, coltivandoli con cura, solidarietà e sorellanza.

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