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| gen 30 di Pierluigi Franco |
Tra repressione interna e cinismo geopolitico, la stabilità di Teheran conviene ai mercati energetici e ai vicini regionali.
Dalle élite dei Pasdaran, che difendono privilegi e controllo dell’economia, fino ai giganti del petrolio, che temono il crollo dei prezzi in caso di apertura dei mercati, la transizione democratica iraniana resta l’incognita che nessuno vuole risolvere. Fra sanzioni e retorica interventista, lo status quo teocratico finisce quindi per essere il male minore. Intanto, l’inflazione devasta il Paese. E il mondo osserva in un silenzio distratto.
IN BREVE
Dominio dei Pasdaran Le élite iraniane difendono il regime per preservare il controllo totale sull’economia e i propri privilegi, nonostante un’inflazione al 48,6%.
Repressione e milizie Il regime sfrutta i Basiji, giovani paramilitari reclutati tra i ceti poveri, per reprimere con violenza le proteste, garantendo loro in cambio sussistenza e impiego statale.
Timori dei riformisti Una parte della popolazione teme che un cambio radicale di sistema possa innescare una guerra civile o un tracollo economico peggiore dell’attuale instabilità teocratica.
Interessi energetici Con il 12% delle riserve di petrolio e il 18% di quelle di gas, un Iran democratico abbatterebbe i prezzi , minacciando gli introiti dei Paesi esportatori concorrenti.
In un contesto mondiale in preda alla confusione assoluta, quello che avviene in Iran non sembra avere più la giusta attenzione. Il massacro senza precedenti nelle piazze che protestavano, con migliaia di morti dal 28 dicembre 2025, è stato condannato un po’ da tutti.
Condannato sì, ma senza troppa determinazione. Anzi, dimenticato molto in fretta. Appare chiaro che l’idea di un’autentica democrazia che apra le porte dell’Iran al mondo non piace a molti, sia all’interno sia all’esterno del Paese. In entrambi i casi, per motivi di convenienza. Proviamo a capire perché.
Chi teme la democrazia in Iran dall’interno…
Innanzitutto la voglia di conservare il regime ha solide radici all’interno della Repubblica islamica dove persistono sacche di privilegi delle élite al potere, soprattutto il clero e l’influente corpo dei Guardiani della rivoluzione (i Pasdaran), che ormai detiene il pieno controllo dell’apparato militare e di quello economico.
A questo gruppo dominante poco importa che l’inflazione sia schizzata a ottobre 2025 al 48,6% e che a dicembre la moneta abbia toccato il minimo storico, scambiata a 1,45 milioni di rial per un dollaro statunitense. Poco importa delle famiglie sul lastrico che scendono in piazza non avendo più nulla da perdere. La risposta è la violenza, la repressione e la morte a opera dei Guardiani e delle loro fedeli milizie Basiji alle quali è affidato anche il compito di polizia religiosa.
Proprio i Basiji, quasi tutti al di sotto dei 18 anni, costituiscono un altro punto di forza del regime. Giovani religiosamente invasati, caricati dal potere di repressione che è affidato loro, questi paramilitari operano sotto il controllo dei Pasdaran. Secondo i dati ufficiali sono quasi 100 mila attivi, con 300 mila riservisti pronti a entrare in azione, ma in caso di necessità si possono mobilitare fino a un milione di elementi. A loro sono generalmente delegati i pestaggi più violenti.
Reclutati negli strati più poveri, che sono anche quelli più radicati nei sentimenti religiosi islamici, con l’ingresso nella struttura Basiji trovano anche una certezza di sostentamento garantita dal regime. Anche alla fine della loro attività paramilitare, viene sempre assicurato loro un impiego statale in cambio della difesa dell’Islam. Facile comprendere come, per loro, la fine del regime teocratico significherebbe perdita di potere e di introiti. Altrettanto facile capire la ferocia con la quale difendono il sistema degli Ayatollah.
A voler analizzare ancora chi è dalla parte del regime teocratico iraniano, opponendosi all’idea di cambiamenti, bisogna includere quella parte di popolazione che appartiene agli strati sociali più bassi e con un limitato livello di istruzione. Vittime di facile indottrinamento, soprattutto nelle diffuse aree rurali e nelle periferie delle grandi città, trovano nella religione e nel clero islamico l’appiglio di accettazione della loro condizione nel timore che i cambiamenti possano far perdere anche le loro misere entrate, garantite in qualche modo dal regime.
Quello che chiede oggi chi scende in piazza in Iran rischiando la morte non è più un sistema di riforme, come veniva chiesto nelle proteste che si sono ripetute negli anni. Stavolta il popolo chiede cambiamenti radicali. E questo non piace a quella parte di iraniani che punta alle riforme senza intaccare il sistema.
Infatti un’altra parte di cittadini iraniani contraria al cambio di regime è quello dei riformisti, convinti che sia più prudente mantenere il sistema e cambiarlo in alcuni punti. Un atteggiamento generalmente caratterizzato dalla paura di ciò che potrebbe accadere con una svolta radicale, di un tracollo più grave di quello che l’Iran sta vivendo o, ancora, di una possibile guerra civile in un Paese che sarebbe inevitabilmente spaccato in due, oltre a possibili interventi di potenze straniere.
… e chi teme la democrazia dall’esterno
Qualcuno si è certamente chiesto come mai, dopo tanto sventolato interventismo al fianco della popolazione iraniana in rivolta, Donald Trump si sia tirato indietro. È evidente che c’è stato chi ha frenato gli impulsi trumpiani. Ed è altrettanto evidente che a farlo sono stati in primo luogo gli alleati arabi e turchi, preoccupati per gli effetti su tutta l’area mediorientale. Tra l’altro sarebbe stato difficile capire come e dove intervenire militarmente. Impensabile nelle piazze, inutile nei siti nucleari, difficile sulle strutture militari. C’è chi ha auspicato un blitz a Teheran alla maniera di Caracas, ma anche questo non c’è stato.
D’altra parte, per poter attuare uno scenario come quello che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro, è necessario che siano individuati elementi del regime iraniano con i quali avviare contatti con le agenzie di intelligence americane al fine di predisporre un cambio di potere. E, almeno finora, non sembra che questo sia avvenuto.
Di certo, un intervento diretto avrebbe potuto portare a quella guerra civile tra chi sta con Dio e chi è contro, tematica tanto cara agli Ayatollah nel reprimere il popolo che si ribella accusandolo di fare guerra a Dio. E non è un semplice modo di dire: quello della «guerra contro Dio» è un preciso reato previsto dalla legge islamica iraniana e punibile con la morte. Ed è anche l’accusa più diffusa.
Per capire meglio i motivi di chi all’esterno teme una possibile svolta democratica, bisogna tener presente che l’Iran, oggi impoverito da una grave crisi economica, è in realtà un Paese molto ricco. Basti ricordare gli appetiti inglesi sul petrolio iraniano che portarono nel 1953 al colpo di Stato organizzato da Gran Bretagna e Stati Uniti per rimuovere il governo democratico di Mohammad Mossadeq, reo di aver nazionalizzato l’industria petrolifera del Paese. Quel colpo di Stato riconsegnò il pieno potere al poco brillante e manovrabile scià Mohammad Reza Pahlavi.
Petrolio e gas, arma a doppio taglio
Secondo i più recenti dati pubblicati nel 2025 dalla World Energy Review, l’Iran possiede 208,6 miliardi di barili di riserve petrolifere, pari a quasi il 12% delle riserve mondiali, che lo collocano tra i primi tre Paesi al mondo per giacimenti di greggio, dopo Venezuela e Arabia Saudita.
Al petrolio, però, si è aggiunta in tempi più recenti un’altra risorsa molto importante: il gas. All’Iran appartiene, in condivisione con il Qatar, il più grande giacimento di gas naturale del mondo (la parte iraniana è denominata «South Pars» e quella qatariota «North Dome») situato a 3 mila metri di profondità nel Golfo Persico e scoperto agli inizi degli anni Novanta.
I dati mostrano che l’Iran detiene circa 34.000 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale, quasi il 18% delle riserve mondiali, ponendosi al secondo posto dopo la Russia. Una ricchezza inestimabile, che Teheran non può sfruttare a causa delle sanzioni e che, inevitabilmente, potrebbe essere ambita da troppi contendenti in caso di caduta del regime degli Ayatollah.
In tema di risorse, quindi, va valutato il fatto che l’eventuale instaurazione di un sistema di democrazia liberale in Iran aprirebbe inevitabilmente le frontiere agli scambi commerciali. Ciò consentirebbe finalmente a Teheran di poter mettere pienamente sul mercato le risorse del suo territorio, in primo luogo gas e petrolio.
Visto il volume di queste ricchezze, è facile comprendere come questo potrebbe comportare più concorrenza e un deciso calo dei prezzi, riducendo sensibilmente gli introiti di quei Paesi esportatori che oggi si avvantaggiano del sistema delle sanzioni per alzare il prezzo dei prodotti sempre più indispensabili al contesto energetico mondiale. Potrebbe spiegarsi così anche il freno posto a Trump dagli alleati sauditi e emiratini.
Testa di ponte strategica
C’è poi da considerare la posizione strategica dell’enorme Stato iraniano tra Medio Oriente e Asia centrale. Una posizione di ponte, guardata con attenzione da Usa, Cina e Russia, i tre grandi contendenti del mondo ancora in cerca di un difficile equilibrio. Questo significa che ogni potenza fa da freno alle altre sulle vicende iraniane.
Tra l’altro Russia e Cina hanno rapporti con l’Iran, a differenza degli Stati Uniti che restano nemici giurati da quel 4 novembre 1979 in cui venne assaltata e occupata l’ambasciata statunitense a Teheran e furono presi in ostaggio 52 dipendenti americani, liberati soltanto il 20 gennaio 1981.
L’Iran, meglio sarebbe dire la Persia, ha un passato trimillenario ricco di storia e di cultura. Chi conosce gli iraniani sa quanto siano aperti e disponibili, oltre che colti e raffinati. Purtroppo, una strana sorte ha fatto in modo che quel popolo non sia mai riuscito a incontrare la democrazia, passando in epoca moderna da monarchie inette, bislacche, sottomesse e repressive a un regime teocratico altrettanto repressivo e ottuso. Eppure, come si è visto, sembra che un Iran libero e democratico oggi non farebbe comodo a molti, restando così confinato nella cronaca di qualche giorno per le sue proteste e i suoi bagni di sangue.
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Pierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino.