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| feb 2 |
Il generale Cosimato dimostra, numeri alla mano, perché il Vecchio continente non è in grado di competere con la Russia.
Priva di sovranità comune, l’Unione europea dipende dalla Nato per le risorse strategiche essenziali. Ecco perché la retorica bellicista dei leader europei non è sostenibile sul piano reale della deterrenza. Senza il sostegno degli Stati Uniti, le Forze armate del Vecchio continente sono drammaticamente impreparate a un conflitto a elevato attrito, dove la superiorità russa in termini di artiglieria e mezzi corazzati è evidente.
IN BREVE
Fragilità geopolitica L’Unione Europea resta un attore bellico marginale. Senza una Costituzione né una sovranità comune, manca di uno strumento militare autonomo, per cui dipende strategicamente dalla Nato.
Squilibrio tattico Il confronto Nato-Russia, realizzato dal generale Cosimato, evidenzia criticità nelle armi d’attrito. Mosca domina nei carri armati, nell’artiglieria e nei razzi, rendendo la deterrenza europea poco credibile.
Limiti strutturali Le forze armate europee, ridotte a compiti di peacekeeping, sono impreparate a guerre d’alta intensità. E l’Italia, frenata dalla Legge Di Paola, non inverte la rotta.
Ostacoli oggettivi Oltre a mancare la volontà culturale di combattere, la conversione industriale bellica richiederebbe anni per essere operativa.
Realismo negoziale Il processo di riarmo e autonomia richiederebbe almeno 10 anni. La retorica bellicista dei leader appare quindi priva di sostanza rispetto alla realtà dei numeri.
Il prossimo round del vertice trilaterale tra Russia, Ucraina e Stati Uniti dovrebbe aver luogo il 4 e il 5 febbraio ad Abu Dhabi. Ci auguriamo tutti che il lungo percorso negoziale fra Russia e Ucraina si concluda presto con la pace. Ma quello che abbiamo finora visto andare in onda ad Abu Dhabi à un ennesimo capitolo della saga diplomatica infinita, bloccata in una fase in cui le pretese russe appaiono irremovibili e l’insistenza europea per una «pace giusta», più o meno, altrettanto irremovibile.
Come è a tutti noto, l’Unione Europea, che qualcuno definisce «Accordo di diritto privato tra Stati», non ha una dimensione militare. Poiché non esiste una Costituzione europea, più volte bocciata dai cittadini di varie nazioni, non può neanche esistere una sovranità europea, cosa che le permetterebbe di dotarsi di un corrispondente strumento militare.
Le missioni di mantenimento della pace che l’Ue ha svolto sinora sono possibili grazie al cosiddetto «Berlin plus agreement», accordo stipulato tra Nato ed Ue, che garantisce il supporto Nato in termini di risorse strategiche: comunicazioni, intelligence e trasporti.
Una difesa autonoma del vecchio continente avrebbe quindi bisogno di una profonda revisione, perché le forze militari disponibili attuali non appaiono sufficienti. In seguito alla caduta del muro di Berlino, i processi di riduzione delle Forze armate hanno tolto significato agli strumenti militari dei Paesi europei. In questo quadro, l’Italia non fa eccezione: la cosiddetta Legge Di Paola, dal nome del ministro che la propose, prevede una consistenza numerica utile al solo svolgimento di operazioni di peacekeeping.
In buona sostanza, ci troviamo in una situazione in cui i Paesi membri dell’Ue non hanno le risorse militari per condizionare in maniera reale i rapporti verso la Russia e verso le altre zone di crisi che si affacciano ai nostri confini.
Lo dimostra un’analisi del confronto Nato-Russia, basato sulle consistenze attuali del Global Firepower Index 2025. Il primo aspetto che salta all’occhio è che esistono delle aree in cui, almeno in linea teorica, la Nato ha dei punti di forza (tabella 1) che potrebbero far pensare che la deterrenza della Nato sia credibile.
Tabella 1: i punti forti della Nato

Fonte: Global Firepower Index 2025.
L’Allenza atlantica mantiene una superiorità numerica nel personale in servizio (circa 228.000 unità in più) e in riserva. Eccelle anche nella proiezione aerea e marittima, con un netto vantaggio in cacciatorpediniere (28 contro 11), fregate (34 contro 8) e velivoli per il rifornimento in volo (155 contro 14).
Purtroppo, il confronto porta alla luce anche punti di debolezza (tabella 2). Il divario fra Nato e Russia diventa critico nelle armi d’attrito. La Russia dispone di un vantaggio schiacciante nei carri armati (oltre 6.200 unità di differenza), nell’artiglieria semovente (4.931 contro 1.158) e soprattutto nei razzi per saturazione, dove il rapporto è di quasi sette a uno a favore di Mosca. Anche nel settore subacqueo, la Russia supera la Nato con 53 sottomarini contro 37. Un esame dettagliato ci potrebbe descrivere ulteriori problemi nel reclutamento, nell’addestramento e nell’approvvigionamento di armi e sistemi d’arma.
Tabella 2: i punti deboli della Nato

Fonte: Global Firepower Index 2025.
C’è poi la cosiddetta Coalizione dei volenterosi. Con i numeri attuali (tabella 3), e privi del supporto statunitense, i «Volenterosi» avrebbero gravi problemi a fronteggiare la minaccia russa che molti evocano in Occidente e che prevederebbe un attacco all’Europa dopo l’eventuale distruzione dell’Ucraina. Se i principali Paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Polonia) dovessero agire senza il supporto statunitense, si troverebbero in netta inferiorità numerica e tattica. La coalizione avrebbe circa 945.000 soldati in meno rispetto al blocco Russia-Bielorussia e un deficit di oltre 8.000 pezzi d’artiglieria. L’unico dato realmente superiore per gli europei è la forza lavoro nel settore industriale (oltre 180 milioni), un potenziale che però richiederebbe anni per essere convertito in produzione bellica effettiva.
Tabella 3: I punti carenti dei «Volenterosi»

*Coalizione: Polonia, Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia.
Fonte: Global Firepower Index 2025.
In tale quadro, risultano comprensibili gli sforzi per riportare gli strumenti militari dei Paesi europei a una consistenza idonea allo svolgimento di operazioni militari convenzionali. Ben diverso è il discorso relativo alla capacità europea di reclutare soldati e, ancor di più, alla capacità morale e culturale di combattere per gli interessi nazionali.
Sul piano culturale. i cittadini dell’Ue non sembrano voler «morire per Bruxelles» e, purtroppo, non sembra che siano disposti a farlo nemmeno per le loro singole nazioni. Il dibattito sulla leva in Italia, ad esempio, si concentra sulla opportunità di far vivere ai giovani un periodo che viene visto come «educativo». Eppure stiamo parlando di reclutare soldati, non di portare un gruppo di giovani di buona famiglia in gita in collina.
Quanto al piano finanziario, risulta difficile immaginare che gli Stati membri della Ue abbiano le risorse per:
– aumentare gli strumenti militari
– acquisire le risorse strategiche (satelliti da comunicazione e intelligence, trasporti a grande raggio)
– dotarsi di armi di distruzione di massa.
Una situazione così carente consiglierebbe maggiore prudenza e minore bellicosità nelle dichiarazioni ufficiali dei leader europei, visto che, purtroppo, appaiono prive di sostanza. Nell’immaginare un percorso di accrescimento delle capacità di deterrenza dei Paesi europei, bisogna forse pensare a un periodo transitorio. In tale fase di passaggio, oltre a rafforzare le capacità militari ancora in divenire, ci si potrebbe affidare a iniziative nel campo del controllo degli armamenti per riportare in Europa lo spirito del Trattato di Helsinki del 1975, sulla base del quale fu costituita prima la Csce e poi l’Osce.
Un processo del genere non è quantificabile con precisione in termini temporali. Si può tuttavia stimare che apparirebbe improbabile poterlo concludere in meno di 10 anni. Ragionevolmente, tale processo potrebbe essere anche più lungo, considerando lo svolgimento di programmi pluriennali come lo sviluppo di un caccia da superiorità aerea, di una nave portaerei o portaelicotteri, di una costellazione di satelliti da comunicazione e ricognizione.
Riguardo infine al reclutamento dei soldati, se guardiamo a quanto sta avvenendo in Italia, non pare che, in quasi quattro anni di guerra, siano stati adottati provvedimenti legislativi che abbiano invertito la tendenza avviata nel 2012 con la legge Di Paola. Al momento si parla solo di reclutare 10.000 riservisti, provvedimento che non configurerebbe un aumento significativo delle forze operative. Tanto rumore per nulla, insomma. In attesa che riprendano i negoziati ad Abu Dhabi.
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Francesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.