Perché è necessario parlare di Eurosuicidio

Dal blog https://www.lafionda.org/

4 Feb , 2026|Giulio Di Donato

Il discorso critico sulla moneta unica e sull’Unione europea ha ormai una storia risalente. Tuttavia mancava ancora un libro capace di collocarsi su un piano più ampio, intrecciando una pluralità di discipline, prospettive e registri, lungo una traiettoria che dal passato arriva fino all’oggi per poi proiettarsi in avanti, combinando in modo convincente analisi e proposta.

Questo libro è Eurosuicidio, di Gabriele Guzzi (Fazi, 2025). Un lavoro che sta incontrando un interesse diffuso, come dimostrano le già numerose ristampe e l’attenzione che va ben oltre le cerchie ristrette del dibattito accademico o delle aree di pensiero e di militanza più critiche. Basti pensare al successo del tour di presentazione che sta attraversando le principali città italiane: il prossimo appuntamento è a Roma (al Monk, venerdì 6 febbraio, ore 18.30), con Lucio Caracciolo, direttore di Limes.

Il merito di Guzzi è quello di aver rilanciato e rianimato il dibattito critico sull’euro e sull’Unione europea, sollevandolo alla giusta altezza di pensiero e di analisi. Una discussione che negli ultimi anni si era in parte arrestata, o comunque era scivolata sullo sfondo, anche perché al centro dell’agenda politica e mediatica si sono imposte altre questioni, prima fra tutte la guerra e il nuovo disordine globale.

Eppure il nesso tra vincolo esterno europeo e politiche di guerra appare sempre più evidente. Invocare “più Europa” significa, di fatto, invocare più riarmo militare, più tecnocrazia, più emergenzialismo (oggi apertamente bellicista).

Guzzi espone con grande chiarezza e rigore le ragioni per cui l’Unione europea e l’eurozona hanno rappresentato – e rappresentano tuttora – il principale fattore di impoverimento materiale e spirituale del nostro Paese, nel momento in cui hanno privato l’Italia di vitalità non solo sul piano della crescita economica, ma anche su quello politico e democratico. Il vincolo esterno europeo ha infatti sottratto al circuito democratico nazionale le leve fondamentali della politica monetaria, fiscale e di bilancio, senza che queste venissero opportunamente replicate a livello comunitario.

E non si dica, prosegue Guzzi, che fuori dall’UE vi sarebbe solo il deserto dell’isolamento, della marginalità e della subalternità. È vero piuttosto il contrario: nella sua attuale configurazione, l’Europa a 27 non solo non è nelle condizioni di poter sviluppare una soggettività politica autonoma, ma agisce anche come fattore che limita e deprime il protagonismo dei singoli Stati membri, talvolta attraverso ricatti e condizionamenti di varia natura (basti pensare alla minaccia, già sperimentata, della BCE di “chiudere i rubinetti”). Malgrado ciò, si intende procedere verso un ulteriore allargamento, senza considerare – per carenza di visione strategica e di senso storico-dialettico – che quello che si guadagna in larghezza ed estensione si perde inevitabilmente in intensità e profondità, cioè in consapevolezza della propria identità, dei propri scopi e dei propri interessi.

La crisi italiana ed europea – osserva Guzzi – non è stata dunque un evento naturale, ma il risultato di scelte politiche precise e di passaggi storici ben individuabili. Il libro ricostruisce allora le tappe attraverso cui l’Italia del vincolo esterno “assolutizzato” si è imposta sull’Italia keynesiana e mortatiana dei “Trenta gloriosi”, ribaltando i rapporti tra Stato e mercato, tra capitale e lavoro, tra politica democratica e istanze tecnocratiche.

Questo processo coincide con l’affermarsi, a partire dalla fine degli anni Settanta, di una nuova “Costituzione materiale”: un modello basato sulla spoliticizzazione del mercato e sulla neutralizzazione del conflitto sociale e della sovranità democratica.

Tale dinamica incrocia l’esaurimento di un intero ciclo storico: il venir meno cioè dei soggetti, delle cornici di senso e dei presupposti interni ed esterni dell’Italia del vincolo interno democratico e sociale. In questo contesto, commenta Guzzi, l’orizzonte europeo assurge a grande narrazione sostitutiva, chiamata a compensare la crisi di identità delle forze politiche italiane, sempre più prive di propulsione ideale (il riferimento, qui, è soprattutto alle forze della sinistra comunista e della sinistra democristiana).

I tornanti decisivi sono fondamentalmente due: il 1978, anno dell’assassinio di Aldo Moro, ma anche dell’adesione italiana allo SME, e il biennio 1992-1993, segnato dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, dalla fine della Prima Repubblica, dal consolidamento del dominio unipolare statunitense e dall’ascesa del finanzcapitalismo globale.

Almeno fino al 1978 – ma il ciclo si chiude davvero solo tra il 1992 e il 1993 – la politica italiana ha saputo coltivare, pur tra molte resistenze e contraddizioni, il senso della sua (relativa) autonomia e dell’autonomia (relativa) degli interessi nazionali.

Con il biennio 1992-1993 arriva però la sterzata: la via imboccata è quella del cedimento definitivo al vincolo esterno di matrice neoliberale e globalista, che riconfigura l’indirizzo politico interno secondo compatibilità strutturalmente ostili al nucleo sociale e politico della Costituzione repubblicana: dalla logica liberal-tecnocratica del “pilota automatico” al dogma delle quattro libertà di circolazione, in particolare di merci e capitali.

Tutto questo mentre prende forma un nuovo paradigma di governo, fondato sul nesso tra primato dei tecnici e uso politico-mediatico delle emergenze, reali o enfatizzate che siano, chiamate a giustificare come inevitabili decisioni di carattere regressivo sul piano sociale e democratico, all’insegna del “Fate presto!”. Nel mezzo, grandi proclami riformatori che insistono sull’investitura plebiscitaria o sulla partecipazione diretta, in nome dell’immediatezza, in risposta alla crisi della politica come mediazione e come progetto di futuro, entro un orizzonte in cui la politica sopravvive solo come principio del Capo-influencer o come logica della contrapposizione, sempre più ridotta a una contesa tra simulacri.

Tornando a Eurosuicidio, è probabilmente la prima volta che un testo così radicalmente critico nei confronti del dogma europeista riesce a raggiungere un pubblico ampio e trasversale, interessando anche settori del mondo mainstream. Ciò è avvenuto anche grazie al sostegno di importanti esponenti del dibattito pubblico e alla prefazione di Lucio Caracciolo, che ha conferito ulteriore forza e autorevolezza al lavoro di Guzzi.

Ovviamente siamo ben consapevoli che le voci più critiche, soprattutto sui temi di geopolitica e geoeconomia, pur riuscendo talvolta a “bucare lo schermo”, incontrano ancora numerosi ostacoli quando si tratta di misurarsi con il terreno dell’iniziativa politica. Ma questo è un altro discorso.

Come si è scritto all’inizio, il merito centrale di Eurosuicidio sta nel contestare il processo di integrazione europea da una prospettiva insieme storico-politica, economica e culturale. In particolare, l’originalità dell’approccio emerge nelle pagine dedicate alle radici simboliche dell’europeismo.

Guzzi analizza i motivi per cui, per decenni, il processo di integrazione europea è stato assecondato in modo acritico, quasi religioso: i meccanismi attraverso cui il destino europeo si è imposto come orizzonte ineluttabile e indiscutibile, nella convinzione che solo un disciplinatore esterno potesse redimerci dai nostri mali endemici, quando invece è accaduto esattamente il contrario. Il tutto sulla base di una visione profondamente scettica della capacità dell’Italia di trovare in sé stessa le ragioni della propria vitalità.

Eurosuicidio è, in fondo, un libro che si scaglia contro il senso dell’ineluttabile e dell’intrascendibile. Oggi la critica all’Europa non è più un tabù; ciò che resta politicamente non tematizzabile, perché considerato impraticabile alla radice, è invece il tema dell’uscita, la rottura dei vincoli. Ed è proprio qui che Guzzi rompe davvero il dogma del There is no alternative.

Il recupero della sovranità da parte degli Stati, per ricondurre alla decisione democratica le scelte fondamentali di politica economica e di politica estera, rappresenta quindi il punto di approdo della riflessione di Guzzi, che si mantiene solida e ambiziosa sia a livello di pars destruens che di pars construens.

L’uscita dall’euro e dall’Unione europea, per nostra o per altrui iniziativa, viene riconosciuta come un passaggio problematico, che comporta difficoltà nel breve periodo. Ma nel medio e lungo termine, spiega Guzzi, i costi della permanenza risulterebbero di gran lunga superiori a quelli dell’uscita.

In ogni caso, l’autore non condanna la proiezione europea dell’Italia in quanto tale, bensì il processo di integrazione per come è stato concretamente pensato e costruito: una dinamica, tra l’altro, priva di una vera fase fondativa – quella che normalmente coincide con eventi storici dirompenti – anche perché non esiste un demos europeo come soggetto motore del processo costituente.

Un processo che ha proceduto dunque per rimozioni e autoinganni, sottovalutando ad esempio il peso delle singole identità storico-culturali, nell’illusione che l’unità politica potesse “cadere dal cielo” come semplice effetto di una crescente interdipendenza giuridica ed economica.

Per questo, scrive Guzzi, occorre disfare e tornare indietro, per poi immaginare forme di collaborazione diverse, ispirate alle ragioni della pace, della sovranità democratica e della giustizia sociale, limitate – aggiungiamo noi – a un nucleo ristretto di nazioni “apparentate”, più o meno coincidente con l’area dei Paesi fondatori. Posta l’impossibilità di trasformare l’Unione europea negli immaginifici Stati Uniti d’Europa in assenza di quei presupposti prepolitici e metapolitici che solo il tempo e il cumulo di determinate circostanze storiche possono produrre. Di: Giulio Di Donato

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