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di redazione | 6 Feb 2026
Si sono aperti oggi a Mascate, in Oman, i colloqui tra le delegazioni di Teheran e Washington, un momento in cui le posizioni iraniane si confrontano con le forti pressioni statunitensi. Mentre l’amministrazione Trump ostenta la presenza della propria armata navale nel Golfo come strumento di pressione psicologica, la Repubblica Islamica risponde con una strategia che ha abbandonato definitivamente l’illusione delle garanzie legali occidentali.
La lezione appresa dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare ha trasformato la diplomazia iraniana, che oggi non cerca più firme su trattati privi di valore sostanziale, ma rassicurazioni operative basate su una rete di interessi regionali che includa mediatori come Turchia, Qatar e lo stesso Oman. L’obiettivo di Teheran è rendere il costo di un eventuale nuovo recesso americano insostenibile per la stabilità dell’area. In questo scenario, le figure di Abbas Araghchi e Ali Larijani rappresentano la continuità di un sistema che, pur sotto pressione, non è affatto in liquidazione e gode di una legittimità interna derivante dal loro passato nei Guardiani, a differenza di predecessori considerati troppo inclini alla mediazione.
La narrazione occidentale, spesso intrisa di un paternalismo che vorrebbe esportare modelli democratici rivelatisi fallimentari in Iraq o in Libia, si scontra con la realtà di un Paese che considera il proprio programma missilistico una deterrenza esistenziale non negoziabile. Per l’Iran, i missili sono l’unico linguaggio che ha garantito tregue con Israele e la loro gittata rimane una linea rossa che l’amministrazione Trump, pur spalleggiata da un’Europa sempre più allineata ai diktat di Washington, tenta invano di includere nel dossier nucleare. La pretesa americana di una “capacità nucleare zero” e la volontà di Marco Rubio di sindacare sulle dinamiche politiche interne iraniane appaiono come l’ennesima manifestazione di un bullismo politico che ignora la sovranità nazionale altrui mentre continua a sostenere militarmente Israele con miliardi di dollari.

Nonostante le proteste interne che hanno scosso il Paese e la durissima repressione che ne è seguita, il sentimento filo-americano di parte della popolazione non deve essere confuso con il desiderio di un intervento esterno. La speranza di un cambiamento si mescola al terrore di un collasso dello Stato che trasformerebbe l’Iran in un nuovo teatro di caos e guerre civili, uno scenario che spaventa i vicini regionali molto più di quanto non preoccupi gli strateghi di Washington. Il regime, dal canto suo, ha già predisposto piani di emergenza che autorizzano i governatori provinciali a bypassare le burocrazie centrali in caso di attacchi mirati ai vertici, dimostrando di aver appreso la lezione della guerra dei dodici giorni di giugno.
Mentre gli Stati Uniti utilizzano retoricamente il tema dei diritti umani per giustificare le sanzioni che soffocano la popolazione, la loro strategia di fondo rimane quella di assicurare a Israele il ruolo di unica superpotenza atomica e militare della regione, puntando alla disgregazione delle nazioni che si oppongono a tale disegno. La diplomazia di Araghchi a Mascate si muove quindi su un binario stretto: rivendicare la pari dignità e il mutuo rispetto come pilastri indispensabili per ogni accordo duraturo, respingendo l’idea che l’Occidente possa arrogarsi il diritto di fare la morale a una nazione che ha imparato a proprie spese quanto valgano le promesse di chi domina i mari.
L’eventuale fallimento dei colloqui non porterebbe a una transizione democratica guidata da figure sbiadite come Reza Pahlavi, ma più probabilmente a un governo militare guidato dai pasdaran o, nel peggiore dei casi, a una crisi umanitaria di proporzioni incalcolabili che travolgerebbe l’intero Medio Oriente. Pagine Esteri