Oltre le mura: No Kings e questione territoriale 

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Stefano Kenji Iannillo 6 Febbraio 2026

Le metropoli sono i luoghi in cui la densità di relazioni produce potenza organizzativa, ma per rompere l’assedio occorre interrogarsi su cosa accade fuori dalle mura urbane

L’assemblea bolognese «O Re o Libertà» del 24 gennaio si è rivelata un appuntamento politico di notevole rilevanza e di non scontata riuscita. Di fronte alle guerre, alla crisi climatica e all’offensiva globale congiunta di oligarchi e neofascisti, è una boccata d’ossigeno vedere la costruzione di una risposta nazionale ambiziosa e, soprattutto, collettiva. La polverizzazione di movimenti, associazioni, realtà sociali e di base, di aree politiche e di movimento che ha caratterizzato gli ultimi anni è oggi inaccettabile e suicida. Per questo, la parola d’ordine «together/insieme» che emerge dall’assemblea è imprescindibile per la costruzione di un percorso che si preannuncia difficile – vista l’altezza della sfida – e inedito, in quanto spazio non proprietario di cura delle relazioni e delle identità, di convergenza di percorsi e lotte. 

C’è però un piano di ragionamento che può compromettere il valore strategico dell’intera operazione: la selezione del terreno «eletto» della sperimentazione politica e sociale dell’alternativa. 

Non si tratta di disconoscere il ruolo evocativo delle grandi città, il loro grado di attivazione e mobilitazione, il loro peso nell’economia, nella società e nella cultura. Non si tratta di negare che le metropoli siano i luoghi dove si concentrano le energie migliori del movimento, dove la densità di relazioni produce potenza organizzativa, dove l’accesso alle risorse materiali e immateriali rende possibili forme di mutualismo e autogestione, di pratica dell’alternativa, altrimenti impensabili e soprattutto inesperibili. E che diventano ancora più centrali perché proprio nelle grandi città il governo sta sperimentando l’innalzamento della repressione del dissenso.

Ma proprio il riconoscimento di questa centralità impone di dire con chiarezza che se il piano strategico è esclusivamente quello delle «città che guardano all’Europa per un rovesciamento transnazionale», se il punto è la costruzione di una «confederazione delle città ribelli», se non ci si interroga su cosa accade fuori dalle mura urbane – e di come questo legittima quello che accade in termini di repressione e finanziarizzazione dentro le stesse –  il rischio di essere assediati diventerà presto una certezza. E questo a netto di quanto «ribelle» sia ogni singola realtà municipale.

Nelle città ci si mobilita di più, ed è giusto guardare e ragionare programmaticamente a partire da queste energie. Ma se non riusciamo a nominare il problema che fuori da esse la destra si fa giorno dopo giorno più pervasiva, che l’alternativa stenta a radicarsi e farsi corpo collettivo in movimento; ogni percorso rischia di diventare sul lungo periodo esclusivamente difensivo. E una linea solo difensiva, come giustamente si è detto a Bologna, arretra ogni giorno. 

Se la città rende liberi, se i re sono gli stessi in tutto il mondo, è giusto constatare che i loro viveri, materiali e immateriali, arrivano tutti dalla provincia. Le basi del consenso agli sgomberi, alla remigrazione, al decreto sicurezza, alla normalizzazione delle pratiche autoritarie sono lontane dai centri urbani, dove anche nel voto si esprime una maggiore distanza dalla deriva neofascista. Il consenso che muove le azioni punitive del governo nelle città universitarie e nelle metropoli trova il suo brodo di coltura nei territori del «voto di vendetta». Un voto espresso contro classi dirigenti – per lo più residenti nei grandi centri dell’economia e della cultura – ritenute responsabili della stagnazione economica e della mancanza di un futuro in cui identificarsi. Territori lasciati indietro, abbandonati alla desertificazione dei servizi e dell’offerta culturale, alla precarizzazione del lavoro, allo svuotamento di ogni prospettiva che non sia la nostalgia di un passato industriale che non tornerà e l’invidia verso le grandi città «dove tutto succede».

Territori che anche la sinistra, il sindacato e il movimento hanno spesso abbandonato, aprendo fratture sempre più profonde tra attivismo metropolitano/universitario e attivismo di provincia. Questa frattura non è solo geografica, è politica e culturale. Quest’evidenza rende la prospettiva discorsiva e programmatica dell’«alleanza delle città ribelli» qualcosa di ambivalente: può essere un avanzamento transnazionale o può diventare l’ultima difesa contro la vendetta dell’Italia di mezzo. E se diventa l’ultima difesa, allora non stiamo avanzando, stiamo arretrando in buon ordine, lasciando tutto il resto del paese in mano a un nemico che sa bene dove trovarci e da dove provare a cacciarci.

I centri universitari, le organizzazioni metropolitane e i movimenti cittadini se pensati come un «insieme» sono pieni di ricchezza materiale e immateriale, figlia anche dell’immigrazione interna che per decenni ha portato nelle metropoli le intelligenze e le energie migliori delle province. Per attivisti e attiviste che sono rimasti o tornati in provincia – dove il sistema maggioritario comunale ha soppresso le opposizioni e dove i potentati familiari figli del capitalismo «all’italiana» dominano incontrastati – la partecipazione ai grandi cortei metropolitani, ai grandi momenti nazionali, ha assunto spesso lo stesso gusto estetico della fruizione di un grande evento,  un’esperienza di conflitto urbano da raccontare. Un rituale, che rischia di diventare raro, in cui prendere il pullman o il treno per esserci a qualcosa che le risorse del proprio territorio non potranno mai ambire a costruire, partecipare a una mobilitazione potente e poi tornare in un contesto dove i rapporti di forza sono schiaccianti, dove manca persino un linguaggio comune con cui articolare certe istanze, dove le stesse parole d’ordine che nelle piazze metropolitane suonano ovvie sembrano arrivare da un altro pianeta.

I grandi momenti di partecipazione, le piazze nazionali che danno il senso della forza collettiva, vanno moltiplicati. Ma bisogna avere la consapevolezza che non basta stare nella capitale o su qualche giornale a grande tiratura per avere dimensione nazionale, quando al di fuori del luogo in cui l’evento avviene spesso la trama della mobilitazione se viene percepita non si radica sul territorio e non viene discussa, se non in qualche sporadica polemica del giorno dopo.

Il rischio è che il governo Meloni e la narrazione della destra internazionale continuino a consolidare il loro consenso esattamente là dove noi non guardiamo, dove non ci siamo ma da cui molti di noi provengono. E in quei contesti, senza una presenza organizzata, senza un investimento strategico di risorse e intelligenza collettiva, ogni battaglia che vinciamo nelle città può diventare fonte di ulteriore «distanza», perché vista come lontana e irraggiungibile.

Il punto non è un’evocazione romantica o maoista di «andare in provincia» per dirigenti di movimenti, organizzazioni e sindacati – tra l’altro, per buona parte di questi si tratterebbe di un ritorno a casa —, la questione è la necessità politica di costruire attività, organizzazione, radicamento anche oltre le linee nemiche, rompendo l’assedio e andando nell’Italia di mezzo e nell’Italia profonda. Che bisogna costruire agenda, strategia, parole d’ordine, narrazione, investimenti organizzativi anche adottando questa prospettiva.

Sono territori dove le organizzazioni hanno da tempo smesso di investire in maniera strategica abbandonandosi alla rassegnazione, dove se va bene si coltiva il pensiero magico che dal nulla emergano nuove forze che resistano alla tentazione di seguire decine di migliaia di coetanei nelle città dove i risultati sono più immediati e visibili. Sono aree dove le esperienze di riappropriazione collettiva, di spazi autogestiti, sono rare, dove molto spesso la conoscenza di quel mondo appartiene, per chi se lo è potuto permettere, alla vita da fuorisede o alla rappresentazione mediatica spesso distorta. 

Sono territori dove pure esistono esperienze coraggiose di mutualismo, sostegno, difesa democratica, di messa in discussione dei poteri locali. Nuclei che però faticano enormemente a coalizzarsi, a trovare respiro ampio e rappresentazione non «paternalistica» nel movimento e nel mondo dell’alternativa, mentre i loro avversari sul territorio – i potentati economici, i potestà politici, le famiglie imprenditoriali/politiche/editoriali che letteralmente possiedono i territori e quello che c’è sopra – vengono pienamente rappresentati e supportati nel campo del governo e delle sue parole d’ordine contribuendo alla trasformazione reazionaria del paese a partire dallo svuotamento delle libertà e della democrazia territoriale.

Se non affrontiamo questa contraddizione, se il percorso «No Kings» non include nella sua strategia un investimento sistematico fuori dalle mura – senza naturalmente dimenticare il radicamento interno –, se non da forza a rappresentanza a chi in quei mondi si mette in gioco in prima linea, rischiamo di vincere manifestazioni e perdere il paese. 

Rischiamo che l’internazionale nera delle big tech, degli oligarchi e dei padroni continui a trovare terreno fertile proprio là dove noi abbiamo scelto di non esserci, dove le contraddizioni tra le nefaste conseguenze del neoliberismo e la tentazione neofascista, invece di saldarsi in un blocco di dominio, potrebbero finalmente collidere in una rottura sistematica sulle necessità di nuove forme di abitare, nuove ecologie, nuove pratiche democratiche dentro/contro le istituzioni locali, di sperimentazione di modelli economici che vadano oltre il paradigma della città/industria.

Insieme, certamente e imprescindibilmente. Ma together significa anche questo: investire risorse, pensiero strategico, azione politica là dove il nemico pensa di essere al sicuro, spingendolo a confrontarsi su terreni dove le sue contraddizioni sono più acute. Altrimenti l’internazionale delle città contro il fascismo, per quanto necessaria e preziosa, rischia di diventare l’ennesima fortezza assediata, in attesa che la provincia – quella che ha votato vendetta contro il sistema e che può votare vendetta anche contro di noi – decida da che parte stare. E quella decisione, se non siamo presenti, la prenderà qualcun altro al posto nostro. 

*Stefano Kenji Iannillo è presidente Arci Avellino.

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