L’arte di resistere

Dal blog https://jacobinitalia.i

Federica Stagni Luca Bonaventura 7 Febbraio 2026

Laila Ajjawi trasforma lo spazio urbano in uno strumento di denuncia, tra memoria dell’esilio, rivendicazione della causa palestinese e lotte per l’emancipazione delle donne

Nata nel 1990 nel campo profughi di Irbid, in Giordania, Laila Ajjawi è una street artist palestinese che oggi vive ad Irbid. La sua storia personale si intreccia con quella dell’esodo palestinese, la sua famiglia è infatti originaria di Jenin, nella Palestina Occupata, da cui i nonni furono espulsi nel 1948 e costretti a rifugiarsi a Irbid. Oggi Laila utilizza i muri del campo come una tela politica, trasformando lo spazio urbano in uno strumento di denuncia e resistenza, tra memoria dell’esilio, rivendicazione della causa palestinese e lotte per l’emancipazione delle donne. È per questo che abbiamo scelto di raccontare la sua storia su Jacobin, in un’intervista realizzata nel gennaio 2026 nel campo profughi di Irbid.

Qual è la tua relazione con la Palestina storica e com’è stato per te crescere in un campo?

Il nostro legame con la Palestina, come residenti del campo e come persone nate qui, è molto profondo ed è strettamente intrecciato alla causa in generale, perché siamo cresciuti a contatto diretto con la generazione espulsa dalla Palestina storica. I nostri nonni sono qui, noi siamo cresciuti qui, e tutto ciò che ci circonda è palestinese. Siamo cresciuti ascoltando le storie dei nostri nonni su come vivevano e com’era la vita prima dell’occupazione israeliana: racconti carichi di passione e tenerezza, che spesso si concludevano in lacrime, perché la speranza del ritorno non li ha mai abbandonati. Per me, il simbolo più importante è sempre stato quello della chiave: una presenza centrale che è cresciuta insieme a noi come generazione. Siamo quasi la seconda generazione, quella cresciuta accanto ai figli di chi ha vissuto direttamente la Nakba. Un processo estremamente duro, di cui abbiamo ascoltato i racconti più dolorosi: la separazione dalle famiglie, l’attraversamento del fiume, l’infinito cammino fino a un pezzo di terra che sarebbe poi diventato un campo. Lì iniziarono con case di fango, che col tempo si trasformarono in blocchi di cemento; i cortili scomparvero, le abitazioni si svilupparono in piani sovrapposti, fino a diventare il campo di Irbid che conosciamo oggi. È una storia triste ma, allo stesso tempo, capace di generare speranza: questa generazione è riuscita ad adattarsi a difficoltà enormi, eppure il sogno del ritorno è rimasto vivo. 

Non ho vissuto a lungo con i miei nonni: mio nonno è morto quando ero ancora giovane, prima che potessi comprendere pienamente la nostra identità, le nostre origini e il nostro patrimonio. Intorno a me tutto era palestinese, ma crescendo ho iniziato a vedere come le cose cambiassero, come l’identità iniziasse a essere cancellata in modo apparentemente sistematico. Mio nonno, per esempio, scappò da Bisan, dopo essere stato a Jenin. La nostra famiglia è originaria del distretto di Jenin: il nostro cognome, Ajjawi, viene da Ajja. Ho scoperto di avere ancora parenti lì, ad Ajja e a Jenin. Ho capito che esisteva un’altra vita, una vita intera da cui eravamo stati separati. È una sensazione bellissima sapere di avere alle spalle una grande famiglia che ti sostiene. Ed è proprio questo che molte persone hanno perso con la Nakba: una famiglia che li sostenesse e hanno dovuto ricominciare tutto da zero. 

La vita dei miei genitori, come quella dei miei nonni, è stata segnata dalla fatica, nel tentativo di garantire alle generazioni successive almeno l’essenziale. C’è però un aspetto che distingue i palestinesi diventati rifugiati: la centralità dell’istruzione. Forse non hanno potuto portare con sé denaro, terre o beni, ma hanno investito ogni centesimo che guadagnavano nell’educazione dei loro figli. È ciò che è successo anche con me. L’istruzione, la lingua, questi elementi sono stati le fondamenta che ci hanno permesso di accedere a opportunità migliori. Ripensando oggi ai sacrifici dei miei genitori – a come si siano privati per garantirci il necessario, l’istruzione migliore possibile e il cibo – provo una profonda gratitudine. Questo mi ha anche permesso di sviluppare uno sguardo diverso sul mondo. Posso dire che il mio percorso artistico è nato qui: la mia capacità di esprimermi attraverso l’arte e la scrittura è cresciuta nel campo. Uscire dal campo è stata una sfida sotto molti aspetti. All’interno, il legame con la Palestina è immediato, evidente, onnipresente; fuori, invece, si entra in contatto con un’altra cultura, un’altra identità, come quella giordana. Tornare al campo significava sentirmi al sicuro: qui tutti si conoscono, tutti sono come una famiglia. È come una grande casa, composta da tante piccole case. Allo stesso tempo, però, esistono sfide importanti, soprattutto legate allo spazio, alla privacy e all’assenza di luoghi per il gioco. Ancora oggi mancano spazi dedicati, e con un numero così elevato di bambini la strada diventa l’unico spazio possibile. 

Come hai scoperto della Nakba e dell’identità palestinese? 

Da bambina ero una grande lettrice, tra le cose che lessi ci furono anche le testimonianze dei sopravvissuti al massacro di Deir Yassin. Quelle letture mi provocarono uno shock enorme. Fu qualcosa di terrificante, e iniziai a cercare sempre informazioni. Così come le immagini della Prima Intifada, che non venivano mostrate facilmente in televisione. Ancora oggi, da madre, non riesco a mostrare con facilità certe immagini a mio figlio, ma mostrarono chiaramente come la pulizia etnica e il genocidio stessero avvenendo da molto tempo. Guardando a ciò che è avvenuto durante l’Intifada e anche prima, dalla Nakba in poi, e persino prima della Nakba, emergono le stesse domande che oggi ci poniamo osservando Gaza. E con Gaza comprendiamo che tutto questo era stato deciso fin dall’inizio: che al popolo palestinese sarebbe toccato questo destino. Questo ha creato in me – non voglio chiamarlo un peso, ma una responsabilità. 

Essendo un’artista, e facendo street art, sento una grande responsabilità nel sensibilizzare le nuove generazioni, soprattutto i giovani. Una parte enorme della propaganda israeliana, a livello globale, cerca infatti di cancellare l’identità palestinese. Come terza generazione, possiamo dire che esiste il rischio reale di dimenticare le proprie radici, la propria origine. Esiste anche il rischio di perdere il nostro patrimonio, che viene sottratto sotto i nostri occhi. Per Israele, rubare arte, rubare il patrimonio culturale, appropriarsi persino del nostro cibo tradizionale, degli abiti, della keffiyeh, del tatreez, è diventato qualcosa di normale. 

Com’è iniziato il tuo rapporto con l’arte?

Il mio talento ha iniziato a manifestarsi molto presto, intorno ai cinque anni. È l’età in cui mi ricordo chiaramente di me stessa mentre disegnavo di nascosto, dietro i libri di cucina di mia madre. In famiglia l’arte non era estranea: mio zio era un artista e questo mi permetteva di vedere l’arte come qualcosa di possibile, di vicino. Disegnavo continuamente, prima per istinto, poi copiando i cartoni animati, osservando e riproducendo, fino a inventare personaggi miei. A scuola emergevo soprattutto nelle lezioni di arte e, col tempo, ho iniziato a pensare seriamente di studiarla all’università. Vi erano però diversi ostacoli. Il primo era economico: studiare arte era molto costoso e competitivo, e la situazione finanziaria della mia famiglia non lo permetteva. Così ho scelto di studiare scienze, una disciplina che amavo fin da bambina insieme alla letteratura. Allo stesso tempo, però, non ho mai abbandonato l’arte. In una società in cui si ripete spesso che «l’arte non mette il pane in tavola», ho continuato a coltivare il mio talento parallelamente agli studi universitari, trasformandolo gradualmente da capacità istintiva a competenza più consapevole e strutturata. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare, anche realizzando murales, all’inizio con compensi molto bassi e grandi fatiche. Non è stato semplice, ma non mi sono fermata. Col tempo l’arte è diventata il mio lavoro principale e la mia fonte di reddito.  

Un momento decisivo è stata l’esperienza della street art. Nel 2014 ho realizzato un murale in solidarietà con Gaza, durante uno degli ennesimi attacchi alla Striscia. Quel disegno è diventato un punto di riferimento nel quartiere: le persone riconoscevano la strada grazie a quell’opera e, attraverso di essa, riconoscevano anche me. Poco dopo è arrivata un’altra esperienza fondamentale, il progetto «Sitt al-Ḥēṭa», nato in Giordania con Women on Walls. Sono stata scelta come artista donna per realizzare un grande murale: dieci metri di altezza, una sfida enorme per chi, come me, aveva poca esperienza su quelle scale. Per giorni ho guardato quel muro chiedendomi se ne fossi capace. Poi ho deciso di provarci. Salita sul cestello, ho capito immediatamente che quello era il mio posto. Da lì è iniziato il mio amore definitivo per i murales, soprattutto per il loro impatto pubblico. 

Da quel momento il mio lavoro ha smesso di essere solo espressione personale ed è diventato sempre più portatore di messaggi. Ho iniziato a interrogarmi sull’effetto che un’immagine produce nella società. L’arte di strada dialoga con le persone in modo diretto e potente, e questo mi ha spinto a concentrarmi su temi sociali, umani e politici. Pur non avendo una formazione accademica artistica, sono stata influenzata da figure come Leonardo da Vinci, per la sua capacità di unire scienza e arte, e da manga e fumetti giapponesi e americani, soprattutto per l’attenzione all’anatomia, al movimento e al dettaglio. Tutto questo ha contribuito a definire uno stile personale, che mi ha permesso anche di lavorare nel mondo del fumetto, affiancandolo ai murales.

Nel mio lavoro distinguo una parte più commerciale, che mi garantisce un reddito, e una parte più umanistica, che riguarda i diritti umani, la Palestina e le donne. È spesso il lavoro commerciale a finanziare quello più politico e personale. In quest’ultimo mi interessa soprattutto rappresentare le donne: donne arabe, a volte velate, a volte no, sempre forti e sicure di sé. È un’immagine molto diversa da quella stereotipata che spesso viene proposta, sia in Occidente sia nei nostri contesti. Quando una donna dipinge donne, lo fa da un punto di vista interno, e questo cambia tutto. Rappresentare le donne come vittime, ad esempio nelle campagne contro la violenza di genere, rischia di normalizzare quella violenza. L’immagine è più potente delle parole: se una bambina vede solo donne ferite e passive, finisce per identificarsi con quella figura. Io scelgo invece di rappresentare donne forti, consapevoli, sognanti, perché è in quelle immagini che una bambina può riconoscersi. È fondamentale che queste narrazioni vengano prodotte dalle donne stesse, per contrastare anche gli standard di bellezza imposti dall’industria e dai media. Per me tutte le donne sono belle, nelle loro differenze, e l’arte deve contribuire a scardinare modelli artificiali e mutevoli.

Quale peso ha la causa palestinese nella tua arte?

Negli ultimi anni ho sentito sempre più forte la necessità di rendere la causa palestinese centrale nel mio lavoro, soprattutto in risposta al silenziamento mediatico sistematico, alla censura sulle piattaforme digitali e all’uccisione dei giornalisti. Dopo il 7 ottobre disegnare è stato difficilissimo. La catastrofe era troppo grande, troppo pesante. Mi chiedevo che senso avesse l’arte, di fronte a tutto questo. Poi ho iniziato a riversare rabbia e dolore nel mio lavoro. Non sempre, ma sempre di più la mia arte si è legata alla causa. Ho accelerato il ritmo quanto potevo, anche se era durissimo: la depressione, l’esaurimento psicologico, l’impotenza di fronte a ciò che vedevamo rendevano tutto frustrante, soprattutto quando sentivo che l’impatto era minimo, proprio nel momento in cui serviva qualcosa di immediato e concreto. 

Ci è voluto tempo per capire che il cambiamento passava da un altro livello. Non potevo aprire corridoi umanitari né fermare la violenza con un disegno. Ma il mio campo era un altro: la consapevolezza, la coscienza collettiva, che ha bisogno di essere continuamente risvegliata e ricalibrata di fronte alla gravità e alla portata di ciò che sta succedendo. La domanda rimane sempre aperta: qual è il ruolo giusto, dove si colloca davvero il nostro contributo? Anche questa ricerca fa parte del percorso. Per molto tempo ho pensato che la mia arte non avesse spazio o non producesse effetti. Poi penso a Naji al-Ali, assassinato per i suoi disegni, per la sua penna. Questo dimostra che ognuno ha il proprio campo di battaglia. Questo è il mio. Forse l’impatto non è immediato, forse si vedrà più avanti. Ma continuerò.

Cosa significa per te «resistere»?

Per me questa non è solo una scelta artistica, è una forma di vita. Viviamo in un mondo che ci spinge alla sottomissione, all’accettazione dell’occupazione e del colonialismo. La resistenza esiste nei conflitti armati, certo, ma esiste anche a livello individuale. C’è una resistenza che rifiuta di lasciarsi trascinare nel baratro. Resistere è una parte essenziale dell’identità di una persona: si resiste per tutta la vita, alle ingiustizie, alle tentazioni, a ciò che tenta di cancellarti. Oggi la resistenza più grande è contro l’occupazione e il colonialismo, ma passa anche dalla capacità di non perdersi, di restare umani. E no, non si tratta di qualcosa di piccolo: è un colonialismo enorme, e richiede una resistenza altrettanto profonda.

*Federica Stagni è ricercatrice, giornalista e militante transfemminista. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra la ricerca accademica, le pratiche militanti e la produzione audiovisiva, con un focus su Palestina, genere, colonialismo e movimenti sociali. Luca Bonaventura è documentarista, fotografo e videomaker. Negli ultimi anni ha portato avanti, attraverso la collaborazione con Federica Stagni, progetti video sull’attivismo femminile e femminista e sulle lotte anticoloniali in Palestina e il documentario La lunga lotta contro il Ponte sullo Stretto di Messina, pubblicato su Internazionale.

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