Comunicazione strategica e guerra cognitiva

Dal blog https://www.lafionda.org

9 Feb , 2026|Andrea Balloni |

Comunicazione e guerra

Difficile poter intuire con immediatezza come due parole così distanti, solitamente relative ad ambiti semantici quasi opposti, possano talvolta unirsi concettualmente; e interessante è comprendere invece come il pensiero e l’esperienza umana riescano a rendere semplice, quasi normale, la loro convivenza nella descrizione di un metodo di controllo sociale e politico, dove tutto si riduce alla comunicazione, perfino la guerra.

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, sulla scia degli studi sulla psicologia umana e la pubblicazione di importanti lavori sulla propaganda e la manipolazione delle folle, si sviluppano ricerche sulle tecniche di comunicazione strategica che hanno indotto l’utilizzo dell’informazione e di operazioni psicologiche (Psyops, per gli anglofoni) nell’ambito delle strategie militari.

Tali studi non furono certamente di pertinenza esclusiva dell’Occidente, ma con certezza il Fuhrer del Terzo Reich, il suo ministro della Propaganda Goebbels e Churchill affidavano gran parte della loro strategia di guerra alla propaganda e alla manipolazione del pensiero, mentre lo stesso Mussolini intratteneva addirittura rapporti epistolari con Gustave Le Bon e teneva il suo saggio “Psicologia delle folle”1 sul comodino, accanto al letto.

Un Centro di eccellenza

Per capire che cosa c’entrino dunque le due parole l’una con l’altra, partirei intanto dal vedere che cosa sia il NATO StratCom COE (Centro di Eccellenza per le Comunicazioni Strategiche della NATO)2 e dalla definizione che tale organizzazione dà sul proprio sito del concetto di comunicazione strategica.

Il Centro di Eccellenza per le Comunicazioni Strategiche è un’organizzazione militare internazionale che afferisce alla NATO. Il centro fu pensato fin dal 2009 da Barack Obama per mettere a tacere le voci divergenti rispetto la narrazione ufficiale intorno ai fatti dell’11 settembre 2001, ma vide la luce ufficialmente solo il 20 agosto 2015 a Riga, sotto la direzione del lettone Jānis Sārts, e alla presenza di alti responsabili del National Endowment for Democracy (NED), al fine di fornire ricerche, analisi e formazione intorno alla strategia di comunicazione dell’Alleanza Atlantica.

Chi conosce anche sommariamente il NED, sa che stiamo parlando di un’organizzazione ufficialmente indipendente, ma finanziata dal Congresso americano e che, anche se un po’ ridimensionata con l’ultima amministrazione Trump, immette una quantità strabiliante di denaro in una rete infinita di organizzazioni in tutto il mondo, per fini apparentemente umanitari, ma in realtà eversivi e tesi alla pianificazione e all’allestimento di guerre ibride per il controllo di un ordine strategico.3

Ma torniamo al NATO StratCom COE; sul loro sito si trova la seguente definizione:

“[…] L’attuale definizione di comunicazione strategica approvata dalla NATO afferma che la comunicazione strategica è l’uso coordinato e appropriato delle attività e delle capacità di comunicazione della NATO – Diplomazia Pubblica, Affari Pubblici, Affari Pubblici Militari, Operazioni di Informazione e Operazioni Psicologiche, a seconda dei casi – a supporto delle politiche, delle operazioni e delle attività dell’Alleanza e al fine di promuovere gli obiettivi della NATO.”4

Tradotto, l’organizzazione di Riga serve per lo studio e l’utilizzo della comunicazione strategica come arma integrata nelle strategie belliche NATO5, atta a provocare disordine informativo, disinformazione, saturazione narrativa, produzione massiva di notizie, bombardamento delle menti fino a modificarne il ragionamento, al fine di progettare e mettere in atto una guerra ibrida e parallela a quella convenzionale, la guerra cognitiva.

Il sesto dominio

Il termine guerra cognitiva, fu utilizzato per la prima volta in ambito militare nel 2017 dal generale dell’aeronautica statunitense David Goldfein che indicò la cognizione come il sesto dominio di guerra, un teatro operativo al fianco di mare, terra, aria, spazio e cibernetica.6

Da allora, la guerra alle capacità cognitive umane è diventata una delle priorità strategiche euro-atlantiche ed è combattuta quotidianamente, sia internamente che esternamente e in un quadro più generale di penetrazione culturale, con azioni che prevengano la capacità di apprendere le ragioni della storia, disattivino e rendano inoffensiva la mente dei popoli, manipolino la realtà, conducano al controllo dell’opinione pubblica.

Il dominio cognitivo che si vuole ottenere, in altri termini, non è il solo controllo dei mezzi di informazione, ma il controllo della realtà percepita; è la costruzione nel comune sentire di rappresentazioni mentali, idee e modi di pensare diffusi che orientino ragionamenti, emozioni, atteggiamenti, scelte e azioni.

In guerra

Ma ora vediamo la definizione di guerra cognitiva secondo l’Allied Command Transformation, Nato’s Strategic Warfare Development Command7: “[…] La guerra cognitiva integra capacità di ingegneria informatica, psicologica, sociale e cibernetica. Queste attività, condotte in sinergia con altri strumenti di potere, possono influenzare atteggiamenti e comportamenti influenzando, proteggendo o interrompendo la cognizione individuale e di gruppo per ottenere un vantaggio sull’avversario […]”8

Stabilito l’obiettivo, i fini e i tempi, parte l’attacco. L’intento può essere la destabilizzazione di un nemico politico in occasione di elezioni, la manipolazione dell’opinione pubblica per giustificare un sovvertimento politico, un cambio di regime pilotato o un attacco armato contro un Paese straniero o la tenuta sociale di un Paese nemico per facilitare un intervento militare.

L’evoluzione multidimensionale dei conflitti penetra il processo decisionale umano attraverso l’alterazione dei pensieri, delle emozioni e delle percezioni.

Nelle guerre tra Stati, per fini strategici e geopolitici, operano nelle nostre menti direttamente governi, agenzie istituzionali, servizi segreti o gruppi di interesse, su un terreno di scontro che è quello della cognizione, come sesto dominio di guerra, con eserciti di pedagoghi, psicologi, sociologi, antropologi, informatici, esperti di comunicazione.

La guerra cognitiva è una guerra alle capacità intellettive ma anche, e forse soprattutto, intellettuali dei popoli, dove l’ignoranza diffusa è funzionale al loro controllo.

Un’attività che non riposa mai

Detto che la guerra cognitiva è un’attività che non riposa mai e che espande come una medusa i suoi filamenti velenosi in ogni parte del mondo, ci sono alcuni teatri geopolitici che di volta in volta sono più attivi di altri.

Le attenzioni degli Stati Uniti e dei fedeli amici, in questo momento, sono soprattutto rivolte al Venezuela e l’Iran.

Senza voler parlare dei motivi, degli intenti o delle mire geopolitiche o strategiche che l’Impero ha su questi paesi, vediamone ora, a mo’ d’esempio, soltanto i metodi.

La campagna tossica e fraudolenta contro il Venezuela e contro il suo Presidente sono esemplari: accuse di tradimento del popolo venezuelano, interesse privato e accordi con gli Stati Uniti da parte di Maduro; pescherecci di povera gente uccisa dai missili degli elicotteri da combattimento americani e trasfigurati in mezzi per il narcotraffico internazionale; un’alluvione di falsità e calunnie finalizzate a destabilizzare l’opinione pubblica venezuelana, allontanarla dalla parte politica rivoluzionaria e bolivariana ora al governo e convincere l’opinione pubblica internazionale della necessità, sebbene in barba a ogni diritto internazionale, dell’intervento americano su un Paese sovrano.

In questo tipo di comunicazioneò la realtà viene talmente stravoltache per l’Occidente angloamericano, storicamente il più grande produttore e spacciatore di oppio, eroina e cocaina per fini economici e di controllo sociale, il Presidente Maduro diventa, con uno strabiliante salto mortale, un “Drug Trafficker” (Narcotrafficante), facendoci perfino dubitare del significato delle parole.

In Iran siamo di fronte all’ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata”.

Studiati anni di sanzioni, guerra economica e pressioni occidentali, distorsioni comunicative e narrazioni internazionali e interne false, una conseguente grave crisi che ha depauperato ogni risorsa per grandi masse di cittadini hanno minato la tenuta sociale del Paese e posto le basi per legittime proteste che, come da manuale delle Rivoluzioni colorate,9 sono state dapprima fomentate, finanziate, dirette, armate e infiltrate da organizzazioni legate a sistemi di potere occidentali, poi incanalate in un sistema di scontro che giustifichi un intervento militare internazionale finalizzato a un cambio di regime.

Fuori da ogni giudizio

Dunque, la guerra cognitiva è una guerra vera e propria, che però non viene percepita come tale, in quanto non si serve della violenza fisica, ma ha come ambito di applicazione la mente.

Questo paradigma di scontro, non combattendosi con armi convenzionali bensì con strumenti psicologici e tecnologici per alterare processi decisionali, atteggiamenti e comportamenti delle masse senza ricorrere alla violenza fisica,10 diventa ingiudicabile secondo i valori oggi ampiamente condivisi del ripudio della violenza, ma solo in relazione agli stessi principi etici propagandati nell’attacco comunicativo, in un cortocircuito autoreferenziale psicologico e mediatico dal quale i popoli faticano a uscire.

In altre parole, mentre l’azione violenta pura, la soppressione fisica dell’avversario politico risulta difficilmente accoglibile dal complesso dell’opinione pubblica odierna, un’operazione mediatica di delegittimazione, che possa anche portare alle estreme conseguenze della distruzione della vita di un avversario politico, può diventare moralmente accettabile quando i principi che giustificano tale azione sono gli stessi ampiamente propagandati nella stessa operazione.

Questo pone le operazioni di guerra cognitiva difficilmente ricollocabili all’interno di un sistema morale.

La superficialità dell’istruzione; la confusione nella formazione e nell’informazione tra fatti, opinioni e ipotesi inducono nelle folle un pensiero esclusivamente emotivo e mai razionale e ponderato.

In queste operazioni di guerra, il controllo dei media diventa fondamentale per l’attività di persuasione sulla bontà delle opinioni, dei fini e dei mezzi di chi opera la manipolazione: quando il ricatto del privilegio e del mantenimento del potere induce perfino al sacrificio della propria dignità e a quella della propria Patria, diventa semplice allineare la stampa e il sistema informativo di primo flusso. E altrettanto semplice risulta far passare il messaggio ipocrita della comunicazione strategica Nato, o euroatlantica in genere, in popolazioni come quelle occidentali, mantenute in un sistema di giudizio bipolare e disabituate alla complessità.

L’amore intellettuale per il nostro passato, la conservazione filologica della nostra cultura, l’assaporare l’orrore della storia, succhiandola petalo a petalo, nella consapevolezza dello sviluppo etico che ne consegue nei popoli11, lo scetticismo critico e la consapevolezza delle dinamiche manipolatorie, lo studio e la diffusione sono l’unica ma potentissima difesa che ci è concessa.

Note e Fonti

1 Gustave Le Bon, “Psychologie des foules”, 1895

2 NATO StratCom COE, https://stratcomcoe.org/

3 Andrea Balloni, “Il destino in bilico del NED (National Endowment For Democracy) e l’eterna presenza di Victoria Nuland”, La Fionda febbraio 2025.

4 -NATO StratCom COE, frequenty asked

5 Gagliano G., “Guerra psicologica. Saggio sulle moderne tecniche militari di guerra cognitiva e di disinformazione”. Fuoco Edizioni 2012.

6 Fondazione Olitec, “La guerra cognitiva, la Mente come Sesto Dominio Operativo e l’Armamentario delle Nuove Tecnologie”.

7 L’Allied Command Transformation, Nato’s Strategic Warfare Development Command è un comando militare della NATO, creato dopo la ristrutturazione del 2003, che ha come obiettivo il guidare l’utilizzo di nuovi metodi e nuove dottrine in un’ottica di miglioramento dell’efficacia militare.

8 – Allied Command Transformation, Nato’s Strategic Warfare Development Command

9 Gene Sharp, “From Dictatorship to Democracy”, 1994

10 Roberto Trinchero, “Contro la guerra cognitiva. Educare allo scetticismo attivo” -Università di Torino.

11 Frank Furedi, “La guerra contro il passato”, 2025 Di: Andrea Balloni

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