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- 08 Febbraio 2026 Giovanni Punzo
Partiamo dal dramma di Niscemi, esaltazione di una crisi di responsabilità di governo. Dopo ripetute leggi e decreti risti solo carta. ‘Corruptissima re publica plurimae leges’, ‘con leggi troppo numerose, lo Stato va in decadenza’.

La decadenza della repubblica romana
Per i Romani – che non bisogna dimenticare inventarono praticamente il diritto e ne fecero la base dell’organizzazione dello Stato – la legislazione doveva essere un insieme di regole chiare e certe. Un primo esempio furono le cosiddette ‘leggi delle XII tavole’ nel V secolo a.C.: non solo regolavano il diritto di famiglia, le successioni e i rapporti tra patrizi e plebei, ma erano esposte in pubblico – realizzate appunto su tavole di bronzo – affinché il loro contenuto fosse accessibile a tutti.
La celebre frase sulla proliferazione di leggi va letta comunque nel suo contesto: quando la tarda repubblica romana andò in crisi a causa della guerra civile, secondo lo storico Tacito, una delle cause principali fu appunto l’eccessiva produzione di leggi. In particolare lo storico puntò il dito sulle leggi emesse ‘ad personam’, ossia direttamente contro un capo della parte avversa e i suoi programmi, sebbene mai apertamente dichiarato, e non per il bene comune.
Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla insomma accelerarono la fine della repubblica: il primo, attraverso la riforma dell’esercito, creò un corpo all’interno del quale la lealtà nei confronti del comandante era superiore a quella per la repubblica e il secondo raddoppiando il numero dei senatori, riducendo le prerogative dei tribuni della plebe e ponendo i tribunali sotto il controllo del senato.
Poiché i soldati al momento del congedo ricevevano un appezzamento di terra, la fedeltà nei confronti del comandante divenne molto importante, mentre, dall’altra parte, si ponevano limiti alla durata delle cariche pubbliche – per escludere gli avversari – o si compilavano direttamente liste di ‘nemici’ pubblici da eliminare anche ricorrendo all’assassinio politico legalizzato.
Le grida del Ducato
Non è un libro di storia a raccontare nei particolari l’inutilità della sovrabbondanza legislativa in una parte d’Italia nel XVII secolo, ma il più popolare romanzo italiano dell’Ottocento. Mentre descrive le condizioni generali della Lombardia sotto il dominio spagnolo, Alessandro Manzoni, nei “Promessi sposi”, si sofferma infatti sulle ‘grida’ emesse dai governatori spagnoli e osserva che tanto maggiore ne era il numero, quanto minore ne era invece la reale efficacia.
Il nome particolare derivava dall’antica consuetudine medioevale di utilizzare banditori per comunicare al popolo determinati eventi, dalla nascita di un principe reale, all’adozione di una tassa o all’entrata in vigore di una nuova legge. Ogni governatore spagnolo aveva la possibilità di emanarne con efficacia limitata, ossia per la durata del suo mandato, ma ad un certo punto questi provvedimenti transitori furono prolungati oltre il mandato e si assommarono così a quelli già esistenti.
Dai fogli separati che contenevano il testo di un singolo provvedimento, si dovette passare alla raccolta in ponderosi volumi la cui consultazione non era facile, tanto da richiedere l’aiuto di ‘specialisti’, quale appunto era l’avvocato di Lecco al quale si rivolse il disperato Renzo Tramaglino. Personaggi di fantasia dunque, ma situazioni reali che Manzoni descrive minutamente ricorrendo a documenti autentici: se la trama del romanzo inizia il 7 novembre 1628, è altrettanto vero che sulla categoria dei ‘bravi’ le prime grida che minacciavano sanzioni draconiane risalivano almeno a trent’anni prima e l’emissione di ulteriori provvedimenti continuava, senza produrre per questo effetti concreti, né per questo arginando il fenomeno. Restava comunque vietato, sotto minaccia di pene severe, proteggere gli appartenenti a questa categoria, ma protetti e protettori raramente erano giudicati o condannati.
Momenti di transizione nella storia
Un altro momento storico in cui la produzione di leggi, decreti e costituzioni raggiunse un livello considerevole fu il periodo da 1789 a 1799 in Francia, quando in pratica fu dismesso l’ordinamento dell’ancien régime creandone uno nuovo. Nel 1789 l’assemblea chiese che i procedimenti ‘criminali’ (oggi si direbbe ‘penali’) fossero pubblici e il collegio approvasse le condanne con una maggioranza di due terzi: iniziò la riforma radicale del sistema giudiziario, a cominciare ad esempio dall’abolizione della tortura, ma non della pena di morte, perché furono sì abolite la forca e la mannaia, ma sostituite dalla ghigliottina.
Sebbene molte parti del sistema generale fossero già definite nel 1797, solo nel 1808 fu adottato un unico codice criminale promulgato da Napoleone ormai imperatore dei francesi. L’altro grande sforzo fu l’unificazione di tutte le leggi che andarono a comporre il nuovo codice civile, già definito nel 1793 e promulgato anch’esso da Napoleone nel 1800, quando cioè era ancora Primo console; a regolare invece l’agricoltura, tra il 1790 e il 1791, la Costituente approvò solo alcuni articoli. Infine, testimonianza dell’alto livello giuridico della Francia, nel 1798 furono approvati i primi articoli del codice amministrativo, strumento fondamentale per regolare l’attività della macchina dello Stato.
Ultime, ma non in ordine di importanza, le ‘costituzioni’: prima la ‘costituzione civile del clero’, approvata in diversi capitoli a partire dal 1790, che ridusse il numero dei vescovi e soprattutto mise a disposizione della nazione i beni del clero che divennero ‘beni nazionali’. Seguirono altre due costituzioni nel 1791 e la più famosa ‘costituzione dell’anno I’, 24 giugno 1793, che inseriva all’inizio come parte integrante della legge fondamentale la ‘dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino’ suddivisa in trentacinque articoli. Ne seguirono altre due: la ‘costituzione dell’anno III’ e quella dell’anno VIII, approvata il 13 dicembre 1799, dopo il colpo di stato del 18 brumaio.